La cover del libro

La giornalista Case, specializzata in moda e costume, ha terminato il suo primo lavoro che intraprende un percorso interiore sulle radici genitoriali, paterne in questo caso, che spesso rendono offuscate le origini della nostra esistenza

Tutti siamo sempre alla ricerca del nostro Sé profondo e quando lo riscopriamo non siamo più i bambini feriti o impauriti ma trasformiamo le nostre paure in risorse, i nostri limiti, in possibilità.
Questo è il viaggio interiore che percorriamo attraverso le esperienze che ci riserva la vita. È in questo modo quasi inconsapevole che Zhenga, la dodicenne, protagonista del romanzo, si propone di ricercare le proprie radici paterne per sedare la confusione sulla propria identità ancora in formazione. Raffaella Case, giornalista e autrice al suo primo esordio come scrittrice ci ricorda e cita in copertina che ” A volte non sai chi sei. Oppure lo sai benissimo. E sono gli altri a non capirlo”.

Abbiamo intervistato Raffaella Case per capire meglio le motivazioni che l’hanno spinta a scrivere il suo primo lavoro letterario “Una testa piena di ricci”

A cosa ti sei ispirata nella scrittura di questo libro? 

Vivo in una famiglia mista e sono anche nata e cresciuta in un ambiente misto. Ho trascorso l’infanzia tra Germania e Italia, per gli amici tedeschi ero la Spaghetti Fresser, per gli italiani la crucca. Da adulta ho avuto un primo marito spagnolo e un secondo marito ruandese. Con loro ho avuto due figlie, con un background, di nuovo, il mio è proprio un vizio, misto. Il romanzo, quindi, non è autobiografico in senso stretto, ma lo è nella misura in cui io stessa ho vissuto queste situazioni sulla mia pelle. Mi interessava esplorare il tema delle radici in un momento delicato come l’adolescenza, quando si è in cerca di sé stessi e del proprio posto nel mondo. In particolare, mi chiedevo cosa accade alle radici quando si cresce all’ombra di una storia familiare segnata dalla fuga: non la propria, ma quella di un genitore che ha lasciato il proprio paese a causa di una guerra o di una situazione politica instabile. Che tipo di eredità lascia questa esperienza? E in che modo quella frattura con il Paese d’origine si riflette sull’identità dei figli?

Quindi l’ispirazione è data anche dal momento storico che stiamo vivendo? 

Sicuramente. Mi ha molto colpita l’arrivo, nella scuola di mia figlia maggiore, di un ragazzino ucraino fuggito dalla guerra. Mi sono chiesta: quando sarà adulto e avrà dei figli, che tracce lascerà in loro quell’esperienza che lui stesso ha vissuto da bambino? Una frattura così profonda si trasmette di generazione in generazione? Forse, da adulto, quel bambino proverà a proteggere i suoi figli dal dolore che ha conosciuto, evitando di raccontarlo. Ma anche ciò che non si dice lascia un segno. E allora mi chiedo: come potrà un figlio trovare le proprie radici e quindi capire chi è, se l’albero della memoria è stato reciso a metà? Perché non siamo fatti solo del presente che viviamo. Siamo anche il nostro passato, il passato delle nostre famiglie, delle terre da cui veniamo, anche se non ci siamo mai stati. Ignorare tutto questo significa rinunciare a una parte essenziale di ciò che siamo.

Quindi romanzo di formazione: chi conosce le proprie radici e non le dimentica trova un posto nel mondo. Anche tu hai avuto la stessa senzazione spontandoti semplicemente da una regione all’altra? 

Io sono una milanese d’adozione, come il 90% di chi oggi vive a Milano e si definisce “milanese”. In realtà, veniamo tutti da qualche altro luogo: siamo tutti migranti. Nel mio caso, la migrazione è una storia che attraversa almeno tre generazioni della mia famiglia. Per questo, per me le radici sono sempre state — e continuano a essere — un elemento fondamentale per affrontare il futuro. Anche nelle situazioni più difficili, sapevo che a guardare bene, c’era e c’è un posto che posso chiamare casa, la mia Belluno. Il mio posto sicuro nel mondo. Non per tutti è così, purtroppo. 

Chi è Raffaella Case

Giornalista di moda e costume. Collabora con Harper’s Bazaar, Donna Moderna, Io Donna, Effe. 

Presentazione del libro 12 settembre alle 18.00 alla libreria Rizzoli in Galleria Vittorio Emanuele a Milano

Il libro esce il 26 agosto in libreria. Da settembre anche on line su Amazon

La trama

Zhenga, dodicenne milanese curiosa e smart, con un «cespuglio» di capelli ricci afro – per tutti in famiglia Bao, da Baobab – vive a Milano con la madre Anna e il padre Solomon. Insieme a loro l’eccentrico nonno Arturo, con il quale passa la maggior parte del tempo. Un quotidiano collaudato, scandito dai drammi tipici dell’età. Un giorno, però, la professoressa di italiano chiede ai ragazzi di disegnare l’albero genealogico della propria famiglia. Zhenga, complice la logorrea del nonno, che ama confezionare storielle ai confini dell’inverosimile su parenti e amici, sa tutto del suo lato materno, ma quasi nulla di quello paterno. Solomon, infatti, è fuggito dal Ruanda da bambino durante la guerra civile e da anni ha interrotto ogni rapporto con la madre e le sorelle, benché vivano anche loro in Italia. La sua famiglia, adesso, sono la moglie e la figlia. Il padre rifiuta di raccontarle del suo passato, ma Zhenga, che si sente sempre a metà, né bianca né nera, né italiana né ruandese, né grande né piccola, ha bisogno di risposte. Decide così di scappare di casa, per mettersi sulle tracce della nonna paterna, in un viaggio attraverso l’Italia che è un viaggio alla scoperta di sé. A farle compagnia una caustica drag queen, che con lei tirerà fuori un inaspettato lato materno, una tiktoker attivista, che alterna filippiche #blacklivesmatter a orazioni in difesa del riccio afro, e Sabato, professione «traghettatore di anime» nell’inferno del caporalato, con una passione per l’Heavy Metal e i puzzle. Un percorso a ostacoli, ma grazie all’entusiasmo e alla sua determinazione, Zhenga riuscirà a trovare le risposte che cerca, insegnando agli adulti che, per diventare grandi, i figli hanno bisogno di radici. 

Di Marcella Baldassini

Grafico editoriale e giornalista professionista iscritta all’Ordine nel 1994. Ho curato la veste grafica per numerose riviste di arredamento (Domus, Gioia Casa, Spazio Casa) e settimanali femminili di attualità, gossip e benessere (Gente, Vitality). Da sempre appassionata d’arte, design, e psicologia. Ho lavorato, inoltre, con l’Editoriale Domus, Rusconi Editore - Hearst, Editoriale Jackson e in varie agenzie di pubblicità come visual. Ho collaborato anche con ultimaparola.net e stadio5.it

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