Istantanea dell’assassinio dell’attivista Shaimaa al-Sabbagh il 24 gennaio 2015

Si vota in Egitto in diverse date. Coinvolti centodieci milioni di abitanti in un Paese che si proclama democratico. In verità solo di facciata. E’ noto di come il regime di al-Sisi in passato si sia macchiato di crimini contro chi ha osato contrapporsi in maniera legittima. Attenzioni anche ai dati. Alle elezioni della Camera Alta tenutesi nell’estate l’affluenza s’è aggirata sul 17% degli iscritti ai seggi, rispetto alle cifre offerte dal regime in genere gonfiate sino al 40%

La farsa elettorale era già iniziata col voto all’estero, fra gli espatriati per affari e lavoro oppure per rifugio dalle divise che controllano l’Egitto. Che da dodici anni racconta la favola d’un governo democratico con tanto di libere elezioni. L’ennesima ‘democratura’ che però i media mainstream e la geopolitica non considerano tale puntando il dito a senso unico su Russia e Bielorussia, Turchia e Iran. Oggi gli egiziani votano nei distretti di Alessandria, Assiut, Assuan, Beheira, Beni Suef, Fayoum, Giza, Luxor, Matrouh, Minya, Nuova Valle, Qena, Mar Rosso, Sohag; risultati attesi per il 18 novembre. Il 21 e 22 novembre votano al Cairo, Daqahlia, Damietta, Gharbia, Ismailia, Kafr El-Sheikh, Menoufia, North Sinai, Port Said, Qalyubia, Sharqia, South Sinai, Suez; risultati il 2 dicembre. Se non serviranno ballottaggi entro la fine dell’anno il quadro sarà definitivo per l’elezione di 596 deputati, fra una metà di candidati individuali, un’altra metà sostenuta dai partiti e ventotto designati dal Capo di Stato. Un quarto della rappresentanza spetta di diritto al genere femminile. Altra perla con cui il regime manifesta la propria indole ‘democratica’. Sebbene nel 2015, a un anno dal primo mandato presidenziale, le Forze Armate di Abd al-Fattah al-Sisi le candidate le freddavano per via, come accadde a Shaimaa al-Sabbagh, leader del Partito dell’Alleanza Popolare Socialista di Alessandria, di cui resta il volto spaurito, rigato di sangue fra le braccia d’un sindacalista soccorritore. I punti oscuri dell’ennesima sceneggiata elettorale si legano al controllo autoritario della grande nazione araba che ha ormai superato i 110 milioni di abitanti e, nonostante ambisca a un ruolo regionale di primo piano come se la geopolitica fosse ferma ai Sessanta del termondismo nasseriano, è densa di contraddizioni. 12% d’inflazione, disoccupazione giovanile a due cifre, quella di strati laureati al 6,3%, 4,12 di dollari pro capite di Pil, e un ranking da centesimo posto fra i 193 Stati membri delle Nazioni Unite.

Il presidente dell’Egitto Abd al-Fattah al-Sisi

Insomma malgrado i dollari delle petromonarchie che ossigenano un’economia disastrata e sostengono il progetto securitario nell’area voluto da ogni inquilino dello Studio Ovale sin dai tempi di George W. Bush, l’Egitto pilastro anti Fratellanza Musulmana, incarnato dalla lobby militare dopo il disarcionamento popolare di Hosni Mubarak, ha fatto della presidenza Sisi la pietra miliare di reazione e rilancio autoritario. Il generale è al terzo mandato, ma tramite un Parlamento posto sotto il suo ferreo controllo potrà prolungarlo fino al 2030 per un ritocco costituzionale operato nel 2019. E si pensa a un ulteriore intervento sulla Carta. Anche il miliardario Naguib Sawiris, fondatore nel 2011 del Partito degli Egiziani Liberi con cui avrebbe voluto giocare un doppio ruolo d’imprenditore e leader alla maniera berlusconiana e ben prima della comparsa di Donald Trump, fu ridotto a più miti consigli dai militari: “Pensa agli affari e tutt’al più finanziaci, delle questioni statali ci occupiamo noi”. Rodatissima sin dai tempi di altri presidenti generali – Sadat, Mubarak – la lobby delle stellette ha orientato i cittadini ai propri voleri con le buone o le meno buone. Che dall’investitura di Sisi si sono tradotte in migliaia di assassinati e scomparsi, oltre sessantamila prigionieri in corso di tortura e detenzione. Questo è la Repubblica libera d’Egitto. Nelle attuali consultazioni le leve giudiziarie e finanziarie hanno introdotto paletti in alcuni casi insormontabili per i candidati, specie individuali. L’iscrizione alla tornata elettorale s’aggira sui 900 euro, per tacere dei costi della campagna elettorale che nelle punte massime può sfiorare il milione di euro. Spese all’occidentale. Poi altri due filtri. Il primo sanitario con richieste di analisi antidroga, per garantire candidati non segnati da questo vizio. Mentre un secondo vizio, quello che ha portato cittadini all’esenzione dalla leva militare edifica un muro invalicabile.

Da sinistra il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed Al Nahyan, il presidente dell’Egitto Abd al-Fattah al-Sisi e il primo ministro d’Israele Naftali Bennet

Chi s’è macchiato di tale mancanza nel curriculum, non può proporre la candidatura. Associazioni dei diritti sono ricorse per ragioni ideali: così si negano l’obiezione di coscienza, la scelta d’occuparsi di questioni civili, la possibilità d’essere riformati per ragioni sanitarie. Lo Stato egiziano versione al Sisi se ne infischia e setaccia cittadini privi dell’amore per la divisa considerati potenziali teste calde. Sul fronte dei partiti è presente una pletora di sigle (Lista Popolare, Lista Generazionale, Lista per l’Egitto…) di non facile identificazione se non nell’alveo d’una tradizione consolidata costituita da gruppi filo regime. “Il risultato è un Parlamento preconfezionato, se non apertamente comprato, e immunizzato contro il dissenso” dichiara uno che gli apparati di sicurezza interni li studia da tempo, il giornalista egiziano Hossam el-Hamalawy, anche se per ragioni d’incolumità in molti casi lo fa a distanza a tutela dell’integrità intellettuale e fisica. Poiché questo è il volto dell’Egitto e gli asserviti interni, oltre un terzo della popolazione che vive direttamente o attraverso l’indotto economico e commerciale delle Forze Armate, non sputa nel piatto dove mangia. Eppure accanto al ricatto economico, anche costoro non vivono nella tranquillità personale e familiare. Tirano avanti con una convinzione parziale. Un riscontro traspare proprio dalla partecipazione alla ritualità dell’urna. Alle elezioni della Camera Alta tenutesi nell’estate l’affluenza s’è aggirata sul 17% degli iscritti ai seggi, un dato in flessione rispetto alle cifre offerte dal regime in genere gonfiate sino al 40%. Gli stessi osservatori internazionali già negli anni passati parlavano di dati gonfiati del 10-15%. I consensi risultano ovviamente alle stelle. Al Sisi è stato eletto col 97% alle prime consultazioni e  dato all’89% nell’ultima del 2023. Numeri ritoccati, come il suo sedicente impegno per un popolo che vuole dominare e piegare al volere della lobby d’appartenenza e del clan familiare, coi figli investiti d’incarichi, favori, guadagni. Come e più del predecessore-tiranno Mubarak.

articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it

Di Enrico Campofreda

Giornalista. Ha scritto per Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto, Terra. Attualmente scrive di politica mediorientale per il mensile Confronti, per alcuni quotidiani online e sul blog http://enricocampofreda.blogspot.it/ Publicazioni: • L’urlo e il sorriso, 2007 • Hépou moi, 2010 • Diario di una primavera incompiuta, 2012 • Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013 • Leggeri e pungenti, 2017 • Bitume, 2020 • Corazón andino, 2020 • Il ragazzo dai sali d’argento, 2021 • Pane, olio, vino e sale, 2022 • L'Intagliatore 2025

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