Dopo essere andato in scena a Torino “Il gabbiano” nella traduzione di Macrì e con la regia di Dini, il capolavoro di Čechov farà capolino anche a Roma, Napoli, Palermo, Genova e altri teatri in Italia, per terminare il 30 marzo 2026 a Imola
L’attualizzazione rappresenta una tentazione forte, quasi irresistibile, per chi oggi si misura con i classici, animato dal desiderio di avvicinarli alla sensibilità del presente. Prendi Anton Čechov e immergilo nella centrifuga del postmoderno e il risultato è una riscrittura destinata a far discutere. È il caso anche de Il Gabbiano, capolavoro cechoviano visto di recente al Teatro Carignano di Torino, per la regia di Filippo Dini, con Giuliana De Sio nel ruolo di Arkadina, le luci di Pasquale Mari, scenografia curata da Laura Benzi, e le musiche di Massimo Cordovani. Da un lato incuriosisce per l’audacia, dall’altro disorienta per la distanza che instaura rispetto all’originale. Un classico scritto da Cecov nel 1895 — in soli dieci giorni — che indaga amori non corrisposti, illusioni perdute, ambizioni artistiche ,successi che non fanno la felicità.
Tutti i personaggi sono infelici, ognuno a modo loro, vivono in una, a tratti consapevole, coesistenza di disperante malinconia e irresistibile comicità. Tentati dalla rassegnazione. Impreparati a vivere, in preda ai propri tormenti, inermi prigionieri del proprio destino e di amori non ricambiati e di ambizioni artistiche frustrate e disillusioni (grandi temi del teatro checoviano). Quanto amore troviamo ne il Gabbiano, amore che vaga, si agita, e non riesce a trovare un posto. L’amore in tutte le sue forme, nell’arte e nella vita. Il maestro di scuola, lo spiantato Medvedenk ama Maša la figlia dell’amministratore della tenuta, innamorata invece di Konstantin, giovane e tormentato drammaturgo, che a sua volta ama Nina, che però si invaghisce di Trigorin, un scrittore alla moda , nuovo compagno della madre di Kostantin, la grande attrice Arkadina, assai più giovane di lei. Intorno a loro gravitano personaggi altrettanto irrisolti: Polina (Angelica Leo), moglie dell’amministratore della tenuta e madre di Maṧa, amante segreta da sempre del medico Dorn; Sorin, l’anziano e malato fratello di Arkadina voleva sposarsi e fare lo scrittore e non è riuscito in nessuna delle sue aspirazione e si è rassegnato a vivere nella campagna che tanto disprezza e Samràev, l’amministratore della tenuta, pieno di rabbia e risentimento.

Artisti frustrati, madri narcisiste, giovani in cerca di legittimazione affettiva e creativa. Tragici e ridicoli, elastici fino al punto di spezzarsi, si muovono molto, ma senza mai veramente agire. in questa prospettiva l’attualizzazione proposta da Dini funziona, perché quelle figure di provinciali apparentemente fuori dal tempo diventano lo specchio della nostra inquietudine. Riflettono la difficoltà, declinata in forme diverse, di stare al mondo, il desiderio di cambiare vita e, insieme, il senso di impotenza che paralizza l’azione nella precarietà di un presente percepito come privo di futuro, in cui si finisce con l’accettare la situazione, nostro malgrado. Ognuno prende quel che può, come Maša sposa Medvedenko, Treplev scrive drammi che avrebbe deplorato. È la fatica delle nuove generazioni, immerse in una società competitiva che troppo spesso soffoca il talento. La paura di amare che oggi porta a relazioni superficiali e si manifesta come un’incapacità di instaurare legami profondi, per timore di vulnerabilità, dolore. “L’intero dramma – scrive Filippo Dini nelle note di regia – è una testimonianza dell’assurdità del destino umano. Sembra non esistere progetto grandioso che non sia votato, prima o poi, all’insuccesso; come dovesse occorrere un’energia sovrumana per gettare una passerella sull’abisso che separa il sogno dalla realtà”.
Filippo Dini affronta il testo di Čechov con l’intento esplicito di avvicinarlo allo spettatore contemporaneo. Scenografia, luci, costumi contemporanei. Due pareti a specchio e un pavimento leggermente specchiante creano poi riflessi malinconici e rimandi, come un’acqua che permane anche nei luoghi interni della seconda parte dello spettacolo. Il racconto, ormai noto, si svolge in una tenuta estiva affacciata su un lago, proprietà di Sorin, dove arrivano sua sorella , la celebre attrice Arkadina e il suo amante Trigorin, per una breve vacanza. Konstantin, che vorrebbe diventare un drammaturgo di successo, mette in scena una sua commedia, dedicata all’amata Nina che sogna di diventare attrice (ma non ha talento), nel tentativo di ottenere l’amore della madre e il riconoscimento artistico. Arkadina deride l’opera, giudicandola noiosa e incomprensibile, e Konstantin, umiliato, interrompe lo spettacolo rivendicando le nuove forme del teatro. Fino a un epilogo tragico, preannunciato da quel Gabbiano abbattuto sulle rive del lago, che Kostantin depone ai piedi di Nina. Il giovane Konstantin finirà per spararsi davvero, Nina andrà verso la rovina, quando Trigorin la porta via con sé a Mosca e poi l’abbandona per tornare tra le braccia della celebre Arkadina e continuare a vivere con lei tra tournée e drammi di successo.

Fin dall’inizio, l’ingresso dalla platea del maestro di scuola Medvedenko (Edoardo Sorgente), in abito moderno, che canta a squarciagola una canzone d’amore e si lamenta di guadagnare solo 23 rubli al mese, segnala chiaramente il tono dello spettacolo. E fa uno strano effetto vedere Giuliana De Sio (Irina Arkadina) entrare in scena con un trolley e indossare un paio di occhiali da sole, accompagnata da Filippo Dini (nel ruolo di Trigorin) che sfoggia camicie dai colori sgargianti e diventa balbuziente oppure quando nella scena del suo matrimonio con il mediocre maestro Medvèdenko, Enrica Cortese, la disillusa Masa, innamorata disperatamente di Kostja, canta Skyfall, portata al successo da Adele, come in un karaoke. Dini utilizza Il Gabbiano anche come strumento di riflessione sulla natura stessa del teatro, interrogandosi sulla sua capacità di parlare alle nuove generazioni e sul linguaggio più adatto per farlo. Nell’era delle piattaforme virtuali, ha ancora senso che il teatro rivendichi uno spazio fisico, un luogo in cui sia possibile concedersi il tempo di guardare e, magari, di pensare?
In questa prospettiva si colloca l’apprezzabile scelta registica, che lavora sul piano metateatrale attraverso una sorta di “cameo registico”: il segmento dello spettacolo scritto da Kostja e interpretato da Nina nel primo atto viene affidato a Leonardo Manzan, giovane drammaturgo trentenne, chiamato a incarnare — anche sul piano simbolico — la tensione verso un’idea di teatro nuova, ancora in cerca della propria forma. Tuttavia, la spinta verso l’attualizzazione, pur animata da intenzioni condivisibili, finisce talvolta per incrinare il delicato equilibrio su cui il capolavoro di Čechov si regge. La regia pare muoversi in una continua oscillazione tra farsa, dramma, commento musicale e rispetto del dettato testuale, senza mai assumere fino in fondo una direzione davvero risolutiva. In particolare, il primo atto restituisce la sensazione di un accumulo di trovate che faticano a dialogare tra loro: c’è un eccesso di segni, di idee esposte, di rumore di fondo.
A mancare sono proprio i non detti, i silenzi, le sospensioni: quella zona d’ombra in cui il teatro di Čechov trova la sua verità più profonda. È lì, in ciò che i personaggi non dicono e non fanno ma lasciano intuire, che dovrebbe depositarsi sullo spettatore un pulviscolo poetico impalpabile e inafferrabile. Un’atmosfera sottile, capace di posarsi lentamente sulla platea e di permettere una condivisione intima e profonda delle emozioni dei personaggi. Qui, invece, quella materia evanescente sembra dissolversi, soffocata dal troppo pieno. La scelta di una chiave musicale, arricchita dall’inserimento di brani pop interpretati dagli attori, è senza dubbio un’intuizione interessante, tuttavia, un utilizzo troppo insistito rischia di spezzare il ritmo drammaturgico, distogliendo l’attenzione dello spettatore e interrompendo la tensione emotiva invece di approfondirla. Alla scelta di una marcata sottolineatura musicale si unisce l’impressione di un impianto registico che affida agli attori una libertà forse eccessiva. Le interpretazioni in diversi momenti cedono a un’enfasi esagerata, che appare superiore a quanto richiesto dal contesto scenico.
ll Kostja di Giovanni Drago è eccessivamente esaltato, la sua ricerca artistica si confonde con una richiesta d’amore e il bisogno di una riconoscimento personale. Anche Trigorin, in questa messa in scena, rischia di essere ricordato più per la sua balbuzie che per il contenuto dei monologhi in cui mette a nudo l’ambiguità di un artista diviso tra il rifiuto della fama e il compiacimento che ne deriva, la sua codardia e la vanità di sedurre una donna giovane. Forse è solo questione di messa a punto. Nel secondo atto, invece, lo spettacolo raggiunge un equilibrio più convincente. Il ritmo si fa meno frenetico, le scelte musicali si diradano, i silenzi acquistano peso e densità. In questo cambio di registro Nina (Virginia Campolucci) si delinea come una figura attraversata da una consapevolezza dolorosa, ancora irrisolta, e proprio questa instabilità viene restituita con maggiore efficacia. La sua disillusione non è gridata né enfatizzata da espedienti esterni, ma affiora attraverso una presenza scenica più raccolta, capace di lasciare emergere il fallimento e la perdita senza scivolare nel patetico. È uno dei rari momenti in cui la modernizzazione sembra fare un passo indietro, consentendo al testo di respirare, anche nella sua intensa interpretazione di I Still Haven’t Found What I’m Looking For degli U2. Qui l’interpretazione di Virginia Campolucci, sembra finalmente trovare una misura più aderente al mondo di Čechov, quando Kostja e Nina, si daranno l’ultimo addio. Il tono si fa meno dichiarativo, più fragile, e la recitazione riesce a restituire la trasformazione del personaggio senza ricorrere a segni troppo evidenti o sovraccarichi. È qui che si intravede ciò che lo spettacolo avrebbe potuto essere fin dall’inizio, se la regia avesse scelto con maggiore decisione di accompagnare gli attori dentro un percorso chiaro, un controllo più rigoroso dei registri tra tragicità e ironia contrappunto musicale e una maggiore “fiducia” nel testo. Ma c’è tempo ancora per trovare l’equilibrio nella lunga tournée.
Menzione speciale per la sempre brava Giuliana De Sio (applauditissima) che dà vita con accenti di verità e jna fforte presenza scenica a un’Arkadina: grande teatrante che non vuole invecchiare, superbamente concentrata su sé stessa, ironica e vitale, capace di muoversi tra fragilità, crudeltà e cattiveria in modo raffinato. Incapace di ascoltare le vulnerabilità del figlio, gelosa che la scena la prenda una giovane attrice e non una attrice affermata come lei, fino all’umiliazione dell’implorazione quando avverte l’attrazione di Trigorin per la giovane Nina. De Sio controlla l’esuberanza da diva e rende credibili le contraddizioni del personaggio, valorizzando pienamente le proprie risorse espressive affinate nel corso della sua carriera tra palcoscenico, grande e piccolo schermo
Lo spettacolo sarà in tournée nel 2026 in diverse città italiane: Roma, Argentina (7-18 gennaio); Napoli, Mercadante (21 gennaio 1 febbraio); Palermo, Biondo (4- 8 febbraio); Genova, Ivo Chiesa (12-15 febbraio); La Spezia, Civico (17-18 febbraio); Lucca. Del Giglio (20 febbraio); Firenze, Della Pergola (24 febbraio-1 marzo); Mantova, Sociale (3 marzo); Udine, Nuovo (6-8 marzo); Trieste, Politeama Rossetti (12-15 marzo); Milano, Franco Parenti (17-22 marzo); Imola, Ebe Stignani ( 24-30 marzo).
