Una scena de " La Rappresentazione della Croce" al Teatro Litta di Milano

Alla Sala Cavallerizza del Teatro Litta di Milano, in pieno periodo di Pasqua, il regista Rampoldi ha portato in scena l’opera scritta da Raboni

Marco Rampoldi ha portato in scena alla Sala Cavallerizza del Teatro Litta di Milano in pieno periodo che porta alla Pasqua la Rappresentazione della croce di Giovanni Raboni (1932-2004), poeta e critico letterario, traduttore, intellettuale, una delle voci più importanti del secondo Novecento italiano. Il dramma teatrale, scritto da Raboni nel 2000, ripercorre gli ultimi giorni di Gesù di Nazareth. La sfida di rappresentare una figura di tale grandezza viene affrontata attraverso una scelta radicale: l’assenza fisica di Cristo. Questa sottrazione, paradossalmente, ne amplifica la presenza. La sua figura prende forma attraverso le parole degli altri, componendosi come un mosaico di ricordi, emozioni e interpretazioni. A raccontarlo sono coloro che lo hanno amato, seguito e, talvolta, tradito: Maria e Maddalena, Pietro e Giuda, Giacomo e Pilato, Zaccaria e Caifa. Ognuno offre una prospettiva unica, contribuendo a delineare il ritratto di un uomo che ha profondamente segnato le loro vite.

La “Rappresentazione della Croce” andata in scena al Teatro Litta di Milano

La regia, pienamente consapevole della potenza del testo, rinuncia a qualsiasi compiacimento estetico e sceglie una messa in scena essenziale: pochi elementi scenici, una luce studiata con rigore quasi ascetico e un uso calibrato dello spazio, simile a una cripta sotterranea, che conduce lo sguardo dello spettatore direttamente verso la parola. È proprio qui che lo spettacolo rivela la sua potenza più autentica e incisiva. Il testo di Raboni, denso e stratificato, emerge con chiarezza e urgenza, sostenuto da un lavoro attoriale che privilegia la tensione interna rispetto all’enfasi declamatoria. La prossimità fisica tra attori e pubblico — resa possibile dalla dimensione intima della Cavallerizza — contribuisce a creare un clima di condivisione quasi rituale, in cui ogni pausa, ogni inflessione, ogni respiro acquista peso e significato. Da poeta laico, Raboni non si sofferma tanto sulla Passione di Cristo quanto sugli stati d’animo che essa suscita: lo stupore, l’incredulità, l’incomprensione, l’avversione, l’indifferenza, lo sgomento, il raccapriccio, l’angoscia; e, al contempo, sulle improvvise e folgoranti apparizioni del divino, che restano inaccessibili alla ragione, anche dopo duemila anni. Esplora le zone d’ombra dell’animo umano, rivelando le fragilità e le contraddizioni dei personaggi, e facendo emergere paure e dubbi profondamente umani. La loro incapacità di comprendere la figura di Cristo diventa insieme fonte del loro tormento e testimonianza della loro umanità. La Rappresentazione della Croce si configura così come una meditazione intensa sulla condizione umana, sulla forza dell’amore incondizionato, sulla misericordia e sul perdono, e sulla capacità di aprirsi al mistero che attraversa l’esistenza, la morte e la rinascita.

Sul palco, Monica Mantegazza, Luca Bottale, Alberto Mancioppi, Lucia Marinsalta, Amerigo Cornacchione, Arcangelo Deleo, Rufin Doh, Emmanuel Galli, Matteo Pisu, Pietro Bombardelli, Martina Collu, Greta Rampoldi, Fabrizio Sala e Daniele Sormani. Gli attori sono disposti come un coro, ordinati e rivolti verso il pubblico, ciascuno con il proprio leggio davanti. interagiscono in un continuo scambio che intensifica l’impatto emotivo delle loro espressioni. Unico elemento scenografico, i nomi dei personaggi, proiettati sul muro di mattoni a vista per identificare chi si fa carico della testimonianza in ogni momento cruciale del racconto. Le percussioni di Emanuele Cavalli sottolineano i momenti chiave, creando un effetto suggestivo e coinvolgente. In questo equilibrio tra essenzialità dell’allestimento e densità espressiva della parola, la Rappresentazione della croce trova una dimensione di rara intensità: un teatro che si fa luogo di ascolto e riflessione, capace di interrogare lo spettatore senza mai sovraccaricarlo, ma anzi invitandolo a colmare, con la propria sensibilità, gli spazi lasciati volutamente aperti dalla scena.

Di Cristina Tirinzoni

Giornalista professionista e critico teatrale, ha cominciato a scrivere per testate femminili (Donna Moderna, Club 3, Effe, Donna in salute). E’ stata poi per lungo tempo redattore del mensile Vitality e del mensile Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie Come un taglio nel paesaggio (Genesi editore, 2014) e Sia pure il tempo di un istante (Neos edizioni, 2010).

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