A Palazzo Bagatti Valsecchi di Milano mostra personale di Vitali (Firenze, classe 1954) visitabile fino al 28 aprile

«La bellezza è una promessa di felicità», affermava Stendhal. Ed è proprio questa la suggestione che sembra prendere forma nelle eleganti  sale che si affacciano sul prospetto del prestigioso Palazzo Bagatti Valsecchi, in via Santo Spirito a Milano, dove ha inaugurato la nuova galleria d’arte Patrizia Grigolini, collezionista raffinata e figura di primo piano nel panorama artistico italiano, dopo oltre trentacinque anni di attività con la sua galleria Forte Arte a Forte dei Marmi. Un ambiente elegante e misurato, a dimensione ‘intima’ ed esclusiva, capace di far risaltare al meglio le opere d’arte che vengono esposte. Qualcosa di più di una galleria d’arte, un luogo di relazione e progettualità, in dialogo con il mondo dell’arte e del design. Nel frenetico scenario milanese animato dal Salone del Mobile, la mostra personale di Stefano Vitali (Firenze, classe 1954) Fotografia metafisica, visitabile fino al 28 aprile, si rivela una tappa imperdibile per chi desidera ritrovare uno spazio di pausa e contemplazione. Un progetto espositivo rigoroso e sofisticato, che si inserisce nella tradizione più colta della fotografia italiana, intesa non come semplice strumento descrittivo, ma come linguaggio pienamente creativo.

Un lavoro di Stefano Vitali

Il percorso  si sviluppa attorno a due nuclei principali, mantenendo una coerenza visiva assoluta che arricchisce la lettura senza spezzarla. Da un lato, le opere realizzate in studio, dove la luce, elemento centrale della ricerca dell’artista fiorentino, modella le forme e costruisce composizioni di matrice metafisica. Dall’altro, i lavori sviluppati nel corso di prolungate visite all’interno di musei e gipsoteche italiane, restituendo una visione della armonia nella statuaria classica che pur segnata da fratture del tempo, mutilazioni o trasformazioni continua a esprimere bellezza. Complessivamente, la mostra presenta un corpus di sedici opere: frammenti scultorei di un universo classico, tra busti greco-romani in marmo e figure mitologiche, dettagli di statue e corpi scolpiti, immersi in una luce controllata, emergono da sfondi  neutri, in una dimensione sospesa, come presenze enigmatiche, fra luce e ombra. 

In un’epoca dominata da immagini rapide e sovraccariche, il tratto distintivo del lavoro di Vitali è la sottrazione. Le sue fotografie tendono a ridurre il reale a una struttura essenziale: superfici, linee e volumi affiorano attraverso un rigoroso controllo compositivo. L’uso di fondi neutri o sfocati elimina ogni riferimento ambientale, permettendo allo sguardo di concentrarsi esclusivamente sulla forma. La luce, uniforme, analitica, quasi antiespressiva, non enfatizza, ma sospende, modella i volumi, mentre le ombre costruiscono un’atmosfera rarefatta e sospesa, capace di evocare una dimensione metafisica suggerita dal titolo. Ogni scatto invita a percepire non solo ciò che appare, ma anche ciò che resta nell’invisibile. Il fulcro della mostra risiede proprio in questa tensione continua: tra presenza e assenza, materia e astrazione, classico e contemporaneo, energia e contemplazione, tra ciò che si vede e ciò che manca, tra perfezione ideale e fragilità reale.

Un altra fotografia di Stefano Vitali

Stefano Viali  si fa cacciatore di istanti: aggirandosi nelle sale dei musei, inseguendo il dettaglio archeologico— un volto, un torso, una mano, le pieghe dei drappeggi, la tensione muscolare o le imperfezioni dovute al tempo, rompe la visione “monumentale”, mettendo a fuoco la rottura, la faglia, nell’attimo in cui quel particolare è toccato dalla luce, trasformando la scultura in una presenza quasi astratta. Catturando quel respiro del marmo che accarezzato dalla luce, perde peso e si trasforma in qualcosa di mentale, più che materiale, caricandosi di un alone di mistero. L’immobilità diviene movimento, la materia fredda del marmo si anima.

Ne scaturisce una forma di meditazione visiva, in cui la visione si fa esperienza interiore in cui il tempo sembra realmente sospendersi, restituendo un’esperienza di quieta bellezza e di maestoso silenzio carico di memoria e di enigmi.

Di Cristina Tirinzoni

Giornalista professionista e critico teatrale ha cominciato a scrivere per testate femminili (Donna Moderna, Club 3, Effe, Donna in salute). E' stata poi per lungo tempo redattore del mensile Vitality e del mensile Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Di Parole e Silenzio (Genesi editore, 2026) Come un taglio nel paesaggio (Genesi editore, 2014) e Sia pure il tempo di un istante (Neos edizioni, 2010).

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