Al Teatro Astra di Torino fino al 31 maggio è di scena la prima nazionale il capolavoro firmato Walser con un’adattamento teatrale di Lucchetta
Dimenticate il lieto fine consegnato all’immaginario dai Fratelli Grimm e dalla Disney. In questo originale e perturbante adattamento teatrale firmato da Andrea Lucchetta, la fiaba di Biancaneve viene completamente ribaltata. Nessun bosco incantato, nessuna teca di cristallo purissimo e il canto d’uccelli a salutarne il risveglio dal sonno profondo dopo il morso alla mela, con il bacio del principe azzurro. Biancaneve riapre gli occhi nel gelo di un obitorio, sola, distesa su un lettino d’acciaio, in una stanza vuota. Biancaneve si rialza lentamente. O forse è soltanto ciò che ne rimane: un’ombra, un fantasma. Guarda le proprie mani. La a pelle, candida come sempre. Il cuore costretto a battere di nuovo. Non ricorda l’istante esatto della morte, ma ne conserva la sensazione: il sapore ferroso della mela, il peso del sonno che la trascinava a fondo, la pace improvvisa. Una pace che il bacio del principe ha violato, strappandola ai suoi sogni e alla vita serena con i sette nani, con quel gesto compiuto solo per adempiere al disegno della fiaba. La matrigna sorride appena, come se stesse aspettando proprio quel momento, con un sorriso sottile dietro un vetro. Il cacciatore tiene gli occhi bassi, come se avesse ancora le mani sporche di sangue.

Dal 12 al 31 maggio 2026, il Teatro Astra di Torino ospita la prima nazionale di “Biancaneve” di Robert Walser, con la regia di Andrea Lucchetta. Prodotto da TPE – Teatro Piemonte Europa, lo spettacolo conclude la stagione 2025-2026 significativamente intitolata I Mostri, dedicata al tema dell’identità per interrogarsi su come l’individuo possa trasformarsi quando attraversa esperienze estreme. In scena Anna Bisciari, Francesca Cutolo, Alessandro Federico, Luca Ingravalle, scene di Andrea Colombo, musiche originali e sound design di Andrea Gianessi, luci di Gianni Staropoli e traduzione di Cesare De Marchi.
Nel 1901 Robert Walser propone una riscrittura ironica e sovversiva della celebre fiaba dei Fratelli Grimm, immaginando ciò che accade dopo il presunto lieto fine. La vicenda si apre con il risveglio di Biancaneve, ma l’idillio fiabesco si incrina quasi subito: Biancaneve manifesta insofferenza nei confronti del principe, mentre quest’ultimo, con un inatteso capovolgimento, si innamora della matrigna. Se nel testo di Walser permane una leggerezza paradossale, attraversata da un’ironia sottile e costruita su continue oscillazioni tra tensione tragica e gioco linguistico, la regia di Lucchetta ne radicalizza il nucleo esistenziale. L’ironia tipica dell’autore svizzero viene così attenuata a favore di una riflessione sulla fragilità contemporanea, sul peso della memoria e sui meccanismi sociali e narrativi che contribuiscono a plasmare l’identità individuale.
“In Robert Walser la tensione è già tutta lì: i personaggi sembrano parlare come se fossero imprigionati in ruoli in cui non credono più davvero. Principesse che non vogliono essere salvate, figure che si perdono proprio nel momento in cui la salvezza dovrebbe arrivare. È come se, in Walser, il compimento della fiaba coincidesse sempre anche con la sua frattura. Ed è proprio in questa instabilità che abbiamo trovato un punto di contatto profondo con la nostra visione. La nostra idea registica ha cercato di abitare proprio questa crepa”, scrive nelle note di regia Lucchetta. Ed è in questo spazio di tensione e ambivalenza che si colloca il suo teatro inquieto, colto e profondamente contemporaneo, capace di trasformare una fiaba universale in una riflessione sui processi di costruzione e narrazione dell’identità

Nel finale, il gesto di Biancaneve che sceglie di “rimangiare” simbolicamente la mela avvelenata costituisce uno dei momenti più inquieti e densi di significato dell’opera. La protagonista non trova alcuna autentica pacificazione nella falsa riconciliazione conclusiva. La mela diventa così il segno di ciò che non può essere rimosso: il desiderio di sottrarsi a un ruolo imposto, la seduzione di ciò che distrugge e insieme emancipa, fino al rifiuto del lieto fine convenzionale e dell’ordine apparentemente armonico ma in realtà ipocrita. “È un gesto ambiguo: autodistruzione, libertà, memoria del dolore e volontà di non essere normalizzata dentro la narrazione classica In questo gesto si concentra anche la critica all’illusione consolatoria della fiaba salvifica”, scrive nelle note di regie Lucchetta. L’attualità del tema è evidente e urgente. Nella società iperconnessa non esiste più un’identità intima e lineare, ma una molteplicità di narrazioni frammentate, immerse in un flusso continuo di immagini istantanee e continuamente rielaborate in tempo reale. La costruzione dell’ identità diventa sempre più legata al riconoscimento esterno like – visualizzazioni e interazioni – e la narrazione identitaria – di ciò che siamo e per dare senso alle nostre esperienze – finisce per essere continuamente esposta, validata e riformulata.
Il palcoscenico diventa così uno spazio della memoria, in cui il trauma viene continuamente rielaborato e riscritto: un luogo sospeso in cui Biancaneve, la Regina, il Cacciatore e il Principe si ritrovano a interrogarsi su quanto è accaduto, mettendo in discussione ruoli, responsabilità e identità. Il dialogo serrato tra i personaggi costruisce una tensione continua, a tratti claustrofobica, che induce lo spettatore a riflettere su come le narrazioni collettive possano deformare e ridefinire l’esperienza individuale. La verità non riesce mai a imporsi del tutto. Resta instabile, mobile, sfuggente, dando avvio a un confronto in cui la verità appare fluida, instabile e mai conclusa. In questo spazio, i personaggi sembrano mettere in scena se stessi: quello che sono; ciò che devono interpretare; e quello che cercano disperatamente di celare. È proprio in questa distanza che affiora la loro fragilità: una crepa che la finzione non riesce a contenere.

La scrittura in versi di Robert Walser contribuisce in modo decisivo alla forza dello spettacolo. I dialoghi si articolano attraverso una musicalità costante: la parola, ritmica e affilata, evoca una tensione quasi shakespeariana, insieme solenne e rarefatta. Al tempo stesso, la costruzione metrica introduce, tramite un gioco letterario volutamente artificioso, una sottile ironia sospesa tra sarcasmo e malinconia, illusione. I costumi di Andrea Colombo richiamano l’immaginario del cartone animato, ma come se fossero messe in discussione con un effetto tra citazione e ironia visiva. Il costume di Biancaneve è il più iconico: corpetto blu scuro, maniche a sbuffo, gonna gialla lunga gialla fino alle caviglie, stivaletti rossi. La matrigna, invece, è caratterizzata da un abito lungo nei toni del nero e del viola scuro, con un mantello ampio e strutturato. Il collo alto, completata da un trucco marcato con sopracciglia scure e uno sguardo intenso. Il cacciatore giacca verde scuro. L’abito del principe in velluto dai colore freddo e desaturati, blu. L’effetto è quello di personaggi sospesi tra favola e disillusione.
Il cast sostiene con rigore una drammaturgia fortemente centrata sulla parola, dando vita a una recitazione antinaturalistica in cui i dialoghi si caricano di una tensione sotterranea e imprevedibile, perfettamente coerente tanto con la scrittura di Robert Walser quanto con la lettura registica di Lucchetta.
Su tutti emerge Biancaneve: la talentuosa Anna Bisciari, classe 1991, interprete da tenere d’occhio e vincitrice nel 2025 della prima edizione del premio nazionale dedicato a Gigi Proietti come miglior attrice. Con intensità e misura, il suo personaggio interroga, accusa e ricostruisce. Chiama in causa la madre, il cacciatore e il principe, ma si scontra con figure che negano, dissimulano e continuamente deviano il senso degli eventi. Biancaneve si ribella alla narrazione “ufficiale”: non tenta di adattarsi, ma di liberarsi. Diventa così soggetto protagonista, e non vittima ,della costruzione della propria identità, in un mondo che riduce le esperienze individuali a un’interpretazione-narrazione collettiva, appiattendole. “In questo rifiuto estremo, la sua impossibilità di abitare un mondo fondato sulla finzione sociale, Biancaneve sembra cercare una forma diversa di purezza. E in questo gesto ci è sembrato di ritrovare qualcosa che appartiene profondamente anche a Walser: quella sua tensione verso una forma di sottrazione, di sparizione silenziosa, che torna inevitabilmente alla mente pensando all’immagine della sua morte, durante una passeggiata nella neve” , dichiara Lucchetta.
Come è noto, il grande scrittore svizzero Robert Walser (1878-1956), considerato uno degli autori prediletti da Franz Kafka, nel gennaio del 1929, all’età di cinquant’anni, fu ricoverato in un istituto per malattie nervose nei pressi di Berna. Da quel momento trascorse il resto della sua vita, per circa ventisette anni, in una condizione di profonda solitudine: l’unico contatto con l’esterno saranno le lunghe passeggiate fatte in compagnia dell’amico Carl Seelig, che ci ha lasciato una toccante e preziosa testimonianza con il libro Passeggiate con Robert Walser di cui consiglio vivamente la lettura. Ufficialmente abbandonò la scrittura, ritirandosi in un’esistenza sempre più silenziosa e appartata. In realtà, molti anni dopo la sua morte si è scoperto che anche nei lunghi anni di ricovero Walser aveva continuato a scrivere in segreto, utilizzando fogli di recupero e una matita, con una grafia talmente minuta da risultare quasi illeggibile a occhio nudo. Forse, è proprio in questa soglia – tra tenerezza e oscurità, tra desiderio di amore e desiderio di sparizione – che Walser come dice Lucchetta continua a parlarci, oggi, la sua Biancaneve.
