Omaggio di Ahmad Vahidi, leader delle Guardie della Rivoluzione, alla bara dell’ayatollah assassinato il 28 febbraio 2026 Ali Khamenei

Vahidi, capo delle Guardie Rivoluzionarie, ha reso omaggio a Teheran alla salma dell’ayatollah Khamenei, assassinato il 28 febbraio di quest’anno durante il primo attacco a Teheran nella cosiddetta Terza guerra del Golfo

Un’immagine gira in queste ore di vigilia dei funerali itineranti della fu Guida Suprema Ali Khamenei, uno scatto iconico e significativo. L’omaggio di Ahmad Vahidi, odierno leader delle Guardie della Rivoluzione, alla bara dell’ayatollah assassinato durante il primo attacco a Teheran nella cosiddetta Terza guerra del Golfo. Inginocchiato, mani sul feretro, volto addolorato e riflessivo, la posa di Vahidi è il simbolo della funzione di difesa del sistema introdotto dalla Rivoluzione khomeinista da parte di chi negli ultimi anni, ampliando il proprio potere interno, pensava addirittura di sostituirsi al clero. Non Vahidi, naturalmente, di cui non traspaiono tentazioni eterodosse, ma di taluni settori del suo rango in altri momenti della travagliata vita politica interna. Tutto fu sanato dallo stesso Khamenei, emarginando l’ex ‘pupillo’ Mahmud Ahmadinejad che a quest’ipotesi aveva offerto il braccio. Del resto nella vita pubblica e privata l’uomo Khamenei s’era abituato presto a stare senza un braccio, quello destro, perso nel 1981 per un attentato subìto mentre predicava nella moschea Adu Darr di Teheran. Erano gli anni duri della guerra civile interna, un gruppo d’opposizione al clero sciita aveva piazzato una carica esplosiva dentro un registratore. Fra i turbanti, circondato da illustri maria’ al-taqlid (fonte di emulazione) lui nel ruolo di semplice hojjatoleslam (prova dell’Islam) ha seguito la strada tracciata dal Ruhollah di conservare i legami fra chierici, militanti e miliziani. Aveva avuto le capacità diplomatiche di gestire momentanee spinte centrifughe di settori degli apparati di sicurezza dello Stato, anche dei fedelissimi Pasdaran, stringendo rapporti personali con uomini-simbolo di quegli ambienti com’è stato il generale Qasem Soleimani, per anni comandante delle Forze Al-Quds e stratega delle alleanze mediorientali che interessavano la politica estera di Teheran. Oggi, nei quattro mesi che lo separano da una dipartita violenta seppure giunta in tarda età, Khamenei senior è la figura attorno alla quale si stringe per l’ennesima volta un Paese indebolito e ferito eppure in politica estera vitalissimo.

La Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei, assassinato il 28 febbraio 2026

Anzi, il braccio di ferro su Hormuz che un’aggressiva amministrazione Trump continua a mantenere pure nelle attuali trattative post conflitto, è sinonimo di compattezza e dignità nazionale. Assumendo un valore addirittura più alto dello smacco inferto per 444 giorni all’America di Jimmy Carter. L’attuale governo iraniano diffusamente riconosciuto a guida non più Suprema ma collegiale, fa convivere gli apparati della forza di Vahidi e del portavoce parlamentare Baqer Qalibaf con la moderazione presidenziale di Masoud Pezeshkian, la fermezza diplomatica del super ministro Abbas Araghchi, così fra gli ayatollah si fa in modo che la vecchia guardia riformista alla Hassan Rohani, considerata fuori gioco all’epoca dell’elezioni di Ebrahim Raisi, conviva col severissimo Gholan- Hossein Mohseni-Eje’i, presidente della Corte Suprema, e l’altrettanto rigoroso Alireza Arafi. Ragioni di sussistenza in un periodo d’emergenza eccezionale come i mesi trascorsi e il tempo, chissà quanto lungo, che si para all’orizzonte. Viaggerà il cadavere eccellente di Khamenei padre, dalla moschea Mosalla della capitale passando per Qom, quindi in Iraq nei luoghi sacri dello sciismo: la Karbala dell’imam Hossein Najaf dov’è il santuario di Ali. Giungerà fra sei giorni a Mashhad, dove l’ex Guida Suprema era nata nel 1939 e dove verrà tumulato. Mentre il figlio Mojtaba, attuale Guida Suprema fantasma per le ferite a schiena, gambe e volto, che forse lo rendono invalido e sfigurato, ricevute nell’attacco di fine febbraio, non è detto che sarà presente. Il governo s’aspetta milioni di partecipanti alla settimana di lutto, nell’estremo saluto a Khomeini furono sei milioni, ma i tempi sono cambiati. Non è solo l’opposizione strisciante a lamentarsi dell’ingente quantità di strutture mobili messe su per quello che ha tutta l’aria di un’orgogliosa risposta popolare e patriottica all’aggressione della propria terra. C’è una cittadinanza stremata da anni di restrizioni provocate certo da embarghi, ma pure da corruzione e affarismo d’apparati (le famose bonyad caritatevoli) e privati.

articolo pubblicato su    http://enricocampofreda.blogspot.it

Di Enrico Campofreda

Giornalista. Ha scritto per Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto, Terra. Attualmente scrive di politica mediorientale per il mensile Confronti, per alcuni quotidiani online e sul blog http://enricocampofreda.blogspot.it/ Publicazioni: • L’urlo e il sorriso, 2007 • Hépou moi, 2010 • Diario di una primavera incompiuta, 2012 • Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013 • Leggeri e pungenti, 2017 • Bitume, 2020 • Corazón andino, 2020 • Il ragazzo dai sali d’argento, 2021 • Pane, olio, vino e sale, 2022 • L'Intagliatore 2025

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *