Il presidente della Turchia ha regalato un revolver nuovo di zecca con tanto di nome del destinatario inciso insieme al logo della NATO, oltre a sei proiettili veri. E’ il regalo che si sono ritrovati in valigia i leader dell’Alleanza Atlantica al termine del vertice Nato ad Ankara. L’ex premier britannico Starmer e il collega tedesco Merz hanno lasciato il dono in terra turca, mentre la Meloni ha fatto protocollare il cadeau registrandolo a Palazzo Chigi
Non manca certo di realismo e cinismo l’uomo che da quasi trent’anni, a seconda dei punti di vista, dirige o tiranneggia la Turchia, il premier e presidente di lungo corso e percorso, Recep Tayyip Erdoğan. Nel summit Nato organizzato in questi giorni ad Ankara, cogliendone il tratto di pragmatica furfanteria il re dei Capi di Stato-canaglia Donald Trump lo teneva sottobraccio. Sorrisi, strette di mano e piani di sedicente difesa, ma soprattutto affari d’un pezzo di mondo armato, quello che tuttora esiste e resiste al secondo Dopoguerra targato North Atlantic Treaty Organisation. Nell’incontro c’erano tutti i bastioni dell’autoproclamata democrazia globale coi capifila dell’Unione Europea a trazione militarista ben incarnata da Frau Ursula von der Leyen. Incontri, colloqui, accordi e un hediye confezionato in una scatola rossa e nera. Qualcuno dei partecipanti non l’ha neppure aperto, ficcandolo in valigia e scoprendo il contenuto in aeroporto o giungendo a casa propria; altri ne hanno scrutato il contenuto e l’hanno considerato bizzarro (sic). L’ormai ex premier britannico Keir Starmer e il collega tedesco Friedrich Merz hanno lasciato il dono in terra turca. Dentro quei cofanetti vellutati i membri dei Paesi dell’Alleanza Atlantica hanno trovato un revolver, modello Gumusay 357 Magnum, prodotto da Makine ve Kimya Endüstrisi, storica armeria bellica turca risalente addirittura al Tophane–i Amire, l’Arsenale reale ottomano. Tradizione dopo tradizione l’industria è stata conservata dal kemalismo oltre Mustafa Kemal Atatürk ed è attuale fiore (di piombo) all’occhiello della Repubblica di Turchia targata Akp-Mhp, la ferrea coalizione di governo. Conta dodici stabilimenti, ottomila dipendenti, esporta in ventinove Paesi. Insomma è un vanto dell’economia nazionale e dell’orgoglio presidenziale anatolico, ma non diversa dalla “fierezza” delle transalpine KNDS France e Thales, delle teutoniche Diehl Defence e Sig Sauer, di BAE Systems e MBDA britanniche e dei “gioielli“ nostrani Leonardo e Beretta. Visto il contesto e le aspirazioni dei partecipanti, lo scaltro Erdoğan, che già nell’ultima campagna presidenziale per lui nuovamente vincente (2023) aveva dedicato comizi e propaganda alla capacità industriale turca non disdegnando il settore bellico, propone ad alleati cultori dei conflitti, un simbolo di prodotto “genuino” e tascabile, magari da tenere su tavoli di trattative, in certi casi, irruente. Fra i leader che hanno intascato il regalo senza commentare c’è la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Gli informati dicono che l’arma sia stata depositata a Palazzo Chigi insieme ad altri doni.
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