Proteste in India

Oltre 130 milioni di nomi e decine di milioni sono stati cancellati dalle liste. Un impatto sproporzionato sui 200 milioni di musulmani indiani; il partito del premier Modi respinge le accuse. Migliaia di manifestanti chiedono le dimissioni di Gyanesh Kumar, capo della Commissione elettorale

Forse hanno mani meno pesanti dei colleghi maschi nel sollevare e portar via chi contesta l’operato della Commissione che riaggiorna le liste elettorali indiane. Un organismo che da mesi reinquadra gli elenchi ridimensionando il numero degli aventi diritto al voto perché comprensivo anche di deceduti, emigrati, fuggiti non da case ma da capanne, e al tempo stesso d’intere comunità religiose e tribali sgradite all’attuale sistema. Così quest’ultimi elettori vengono trattati come i morti e cassati con un tratto di penna. Sono risultati un numero impressionante: centotrenta milioni, l’intera popolazione, non l’elettorato, d’Italia e di Francia, con l’avanzo d’una decina di milioni di persone. Forse nel trascinare via di peso giornaliste e cronisti negli ultimi due giorni di seriale repulisti repressivo che ha infilato in galera settemila oppositori dell’attuale governo e almeno una cinquantina di reporter, anche durante le loro dirette tivù, le poliziotte usano un approccio meno duro. Forse. Ma la sostanza non cambia, la censura preventiva delle idee e della parola diventa la realtà che stritola la presunta democrazia indiana sotto la leadership di Narendra Modi. Perciò Surya Kant, presidente della Corte Suprema dell’India, ha chiesto spiegazioni a un alto ufficiale della polizia di Delhi senza, per ora, ricevere sufficienti argomentazioni giuridicamente valide in merito allo stillicidio di detenzioni illegali. Detenzioni avvenute utilizzando anche un impianto sportivo, il Chhatrasal Stadium creato per i Giochi del Commonwealth nel 1980, attuando una prassi tipica delle dittature militari. Insomma un clima cileno e argentino degli anni Settanta del Novecento. Dal canto suo “Network of Women in Media India” sostiene che la polizia ha violato l’articolo costituzionale 19 comma 1 su libertà di stampa e diritto all’informazione. E poi c’è chi accusa le stesse agenti non sempre e non tanto delicate con le donne. E’ l’avvocata Swaty Singh Malik che ha presentato una petizione alla Corte Suprema sostenendo d’essere stata trattenuta con la forza e malmenata da quattro donne del personale di polizia mentre assisteva alle proteste di questi giorni. L’imponente operazione securitaria da una parte fa intendere come l’Esecutivo abbia indicato alle Forze dell’Ordine di attuare una procedura estrema volta a impedire ogni sorta di contestazione anche di carattere non violento. Dall’altro c’è l’azzardo di forzare la mano attuando la più radicale delle leggi elettorali, quella che sradica strati sociali e politici dalla possibilità di esprimersi alle urne. Un Modiellum addirittura peggiore del Melonellum. E’ tutto dire.  

articolo pubblicato su    http://enricocampofreda.blogspot.it

Di Enrico Campofreda

Giornalista. Ha scritto per Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto, Terra. Attualmente scrive di politica mediorientale per il mensile Confronti, per alcuni quotidiani online e sul blog http://enricocampofreda.blogspot.it/ Publicazioni: • L’urlo e il sorriso, 2007 • Hépou moi, 2010 • Diario di una primavera incompiuta, 2012 • Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013 • Leggeri e pungenti, 2017 • Bitume, 2020 • Corazón andino, 2020 • Il ragazzo dai sali d’argento, 2021 • Pane, olio, vino e sale, 2022 • L'Intagliatore 2025

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