Mohammad bin Salman

Politici e giornalisti perorano la figura del principe ereditario dell’impero economico saudita, nonostante imam invocano jihad sanguinarie all’ombra dei regnanti locali

Mohammed bin Salman, principe ereditario dell’impero economico saudita, che vanta fra gli estimatori italiani l’ex premier Matteo Renzi suo ‘conferenziere’ a gettone, aggiunge un altro laudatore dei tempi nuovi, il giornalista Federico Rampini. In un recente ‘spiegone’ televisivo sulle migliori sorti e progressive della dinastia più inquietante del mondo islamico, messa nero su bianco in un libro “Il nuovo impero arabo” edito da Solferino (lo leggeremo e ne riparleremo, restate connessi) Rampini è rapito dal clima che si respira nella terra dei Saud. Seguendo le orme nientemeno che dell’ex cittì del calcio azzurro Roberto Mancini, approdato come altri imprenditori dei propri affari davanti ai petrodollari che si detergono dall’untuoso idrocarburo assumendo forme sportive, culturali, d’intrattenimento o di concreta edificazione in svettante vetrocemento, l’inviato del Corsera illustra cosa c’è dietro la decantata ‘Vision 2030’ lanciata nel 2016 e giunta a oltre la metà del suo percorso. C’è, dice lo scrittore-lodatore, la laicizzazione in corso nel regno saudita, che nonostante la permanenza del bisht (la tradizionale tunica degli emiri) guarda al mondo e, assieme ai sempiterni affari, pone in primo piano i gusti occidentali.

Mohammed bin Salman

Gli affari con l’Occidente piacciono a ogni contraente perché l’epoca di Thomas Edward Lawrence e delle sue contrapposizioni è tramontata da un pezzo. Rampini si dice colpito dalla quantità di imprenditori, ricercatori, studenti, turisti italiani siano attirati dalle fantasmagorìe dei Saud, poi afferma come sia in atto un cambio di rotta della casa regnate, più lontana dal wahhabismo uno dei padri del fondamentalismo islamico e nutrimento delle teorie di Qaeda e dello Stato Islamico. Se tutto ciò si legge sulle veline diffuse dallo staff di MbS risulta normale, in fondo si tratta della propaganda con cui il regime ha già orientato la fondazione nazionale verso il primo Stato saudita del 1727, anticipando di qualche anno i riferimenti celebrativi che dal 1744 poggiavano sull’identificazione del regno con l’Islam wahhabita. Se lo racconta un giornalista dal pensiero libero ci sorge qualche dubbio. Vedremo se nel suo rapporto Rampini offrirà qualche rivelazione a sostegno del presunto cambiamento che altre fonti considerano solo di facciata, poiché a Riyad e dintorni le madrase wahhabite non passano di moda come gli imam che invocano jihad sanguinarie all’ombra dei regnanti locali.  

E’ l’ennesimo gioco furbesco con cui il principe sorride a tutti e oggettivamente reinveste e fa fruttare petrodollari in un avanzatissimo terziario di servizi. In questi anni le trasformazioni saudite si son date concretezza edilizia, nella lucida follìa di Neon la “città-linea” larga duecento metri che dovrebbe svilupparsi per 170 km nel deserto. Per recuperare terreno su quel tracciato la polizia sgombera con la forza, senza tralasciare uccisioni verso chi s’oppone all’abbattimento di case o capanne. Oppure l’area denominata New Murabba, infarcita di costosissime (per gli acquirenti) unità residenziali e commerciali, progettate nel lato nord-ovest della capitale. Lì sono previsti anche un museo, un teatro, luoghi d’intrattenimento, ampie zone di verde da tenere in vita con la desalinizzazione dell’acqua marina e un’infinità di piste ciclabili, i cui utenti saranno da tenere in vita per gli oltre 40° presenti in buona parte dell’anno. Non si tiene in vita un discreto numero di condannati a morte che nonostante ‘Vision 2030’ il regno continua conteggiare a ogni anno. Nel 2023 sono stati 171, più del doppio dell’anno precedente. Il laudatore Rampini sicuramente ne è conoscenza.

La professionista saudita delle risorse umane Mashael al-Jaloud, 33 anni, cammina in abiti occidentali davanti a donne che indossano il niqab, un codice di abbigliamento islamico per le donne

E sui diritti delle donne che da qualche tempo e differentemente da prima, possono guidare, assistere a eventi sportivi, addirittura passeggiare indossando il niqab o in alternativa un abbigliamento da fashion statunitense, resta l’ombra di quel che accade ad attiviste come Manahel al-Otaibi, condannata a undici anni di reclusione nel gennaio scorso. L’accusa è di terrorismo, e come accade sull’altro versante del mar Rosso nel dittatoriale Egitto del laicissimo Abd al-Fattah al Sisi, il reato dell’imputata riguardava la pubblicazione sui social di propri pensieri sull’abbigliamento. Lei rifiutava d’indossare l’abaya, l’abito della tradizionale saudita. Amnesty International ha denunciato le violenze fisiche e psicologiche subìte dalla giovane e il suo non è un caso isolato. “L’Arabia merita di essere studiata più che esorcizzata“ sostiene Rampini. Sicuramente andrebbe raccontata con maggiore amore per un’informazione a tuttotondo. A cominciare dall’essenza del motore del cambiamento, considerato da parecchi media il mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, trucidato nel 2018 e sezionato con la motosega, in un risvolto sanguinario che supera ogni pulp fantastico. Il principe non ha mai smentito. Ecco cosa andrebbe esorcizzato: la tendenza criminale e autoritaria del visionario MbS e la sua politica che compra l’anima di chi vuol farsi illudere dalle sue cento scintillanti maschere.

Di Enrico Campofreda

Giornalista. Ha scritto per Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto, Terra. Attualmente scrive di politica mediorientale per il mensile Confronti, per alcuni quotidiani online e sul blog http://enricocampofreda.blogspot.it/ Publicazioni: • L’urlo e il sorriso, 2007 • Hépou moi, 2010 • Diario di una primavera incompiuta, 2012 • Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013 • Leggeri e pungenti, 2017 • Bitume, 2020 • Corazón andino, 2020 • Il ragazzo dai sali d’argento, 2021 • Pane, olio, vino e sale, 2022

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