Guerra a Gaza

Attentato nella città santa, sei morti e una decina di feriti: uccisi due terroristi. La sparatoria su un bus

In due, disperati più che accecati di rabbia, stamane hanno preso a sparare nell’agglomerato di Robot, Gerusalemme est, quartiere e territori occupati. Contro un autobus strapieno e contro la cittadinanza ebraica presente alla fermata. Erano, perché li hanno freddati, palestinesi. Venivano dai dintorni di Ramallah, quella della Muqata di Yasser Arafat e del sogno che fosse una nuova Palestina, una patria in nuce. Invece era solo illusione compromissoria, era Cisgiordania soffocata dall’occupazione e dai coloni, soprattutto gli haredi una branca degli ultraortodossi che girano armati e fanno fuoco. Pure loro a freddo. Così i due attentatori che stamane hanno assassinato sei cittadini israeliani, fra cui quattro rabbini, e ferito altre dieci persone, sono finiti crivellati loro stessi. Sangue su sangue. Come sia potuto accadere fra muraglie e contro muraglie, una selva di check-point e polizia e militari e civili ebrei armati fino ai denti non è facile capire. Effetto sorpresa da parte di due sfuggiti a ogni controllo, partendo dai villaggi di Qatanna e Qubeiba.

L’attentato nell’agglomerato di Robot, a Gerusalemme Est

Luoghi ora già circondati da blindati e, c’è da giurarlo, puniti in giornata o al più domani. Come? con arresti, sbancamenti perché Benjamin Netanyahu, che ha mollato ogni impegno accorrendo sul posto per comiziare a suo vantaggio l’accaduto, promette vendetta sulla cerchia degli aiuti. Su chi ha procurato mitra, pur artigianali e imprecisi, ma efficaci nell’impattare da posizione ravvicinata, nel caos che s’è creato appena è partito il primo colpo, con la gente che si riversava fuori dal bus preso di mira. Perciò i commenti nell’area sono del tono: “Il nemico vuole solo ucciderci, per questo dobbiamo ripulire Gaza e prenderci la Cisgiordania”. Nessuno rivendica un gesto criminale che pare opera diretta di quegli abitanti di serie B, reclusi e frustrati per quel che gli accade attorno, per le esecuzioni di civili che in contemporanea hanno visto crepare quaranta gazawi. Fare paralleli non esiste e non ha senso, ma questi sono i rapporti: sei a quaranta. Duemila a sessantatremila, morto più, morto meno in un calcolo non feroce e cinico bensì approssimativo e reale. Lo Shin Bet sostiene che di simili mattanze volanti ne sventa dieci e più al mese. Stavolta non l’ha fatto, non c’è riuscito, non ha voluto come un po’ per il 7 ottobre? Non lo sapremo mai, anche perché la geopolitica sta avanti e oltre. Ha già scelto cosa far fare a Israele: occupare tutto, trucidare a discrezione, evacuare con lusinghe e con la forza, ogni angolo dove i palestinesi vivono per cancellarne la memoria. Come di quei villaggi e paesini dove la loro progenie trascorreva giorni e notti fino alla metà degli anni Quaranta. E di cui è scomparso qualunque ricordo.  

articolo pubblicato su    http://enricocampofreda.blogspot.it

Di Enrico Campofreda

Giornalista. Ha scritto per Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto, Terra. Attualmente scrive di politica mediorientale per il mensile Confronti, per alcuni quotidiani online e sul blog http://enricocampofreda.blogspot.it/ Publicazioni: • L’urlo e il sorriso, 2007 • Hépou moi, 2010 • Diario di una primavera incompiuta, 2012 • Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013 • Leggeri e pungenti, 2017 • Bitume, 2020 • Corazón andino, 2020 • Il ragazzo dai sali d’argento, 2021 • Pane, olio, vino e sale, 2022 • L'Intagliatore 2025

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