“Espatriati: Giovani Italiani che, Come Me, Sono Emigrati” è il documentario poetico del giovane artista visivo emergente Calligaris
Espatriati: Giovani Italiani che, Come Me, Sono Emigrati è il titolo della mostra del giovane artista visivo emergente organizzata dal 18 al 25 settembre presso la sede della Fondazione Paolina Brugnatelli di Milano. La mostra, curata da Jacqueline Ceresoli, critico d’arte e docente di fotografia e di Fenomenologia delle arti contemporanee alla Accademia di belle arti di Palermo, comprende alcune fotografie di un corpus più ampio e un documentario (della durata di 25 minuti) che sarà in concorso alla 15ª edizione del Foggia Film Festival in programma dal 16 al 22 novembre a Foggia. Prendendo spunto dalla sua personale esperienza di expat, Pietro Calligaris in un documentario intimo e poetico , dà voce a una generazione di giovani italiani espatriati nei Paesi Bassi. Cosa li spinge a lasciare l’Italia? Quali emozioni attraversano? Dove immaginano il proprio futuro? Attraverso diciotto interviste a ragazzi e ragazze tra i 18 e i 30 anni e materiali d’archivio familiari girati dal padre del regista tra il 1999 e il 2005 e riflessioni personali, Calligaris si interroga sul significato di “casa” oggi, dell’ andare o del restare. “Attraverso le testimonianze raccolte, Calligaris ci restituisce una riflessione lucida e priva di retorica”, scrive nella presentazione Ceresoli. “In questo viaggio non ci sono certezze, ma aperture. sospesi tra fuga e ritorno, tra radici e la libertà di reinventarsi. L’espatrio diventa un’avventura verso l’ignoto che apre al confronto con altre culture, generando comunità temporanee, nuove relazioni e prospettive inedite. l’appartenenza può fondarsi anche nello sradicamento, e il desiderio di stare insieme diventa già una forma di casa”.

L’intervista a Pietro Calligaris
Pietro Calligaris (Monfalcone 1999) è un artista visivo italiano che vive e lavora ad Amsterdam, specializzato in fotografia e documentarismo. Laureato in Filosofia presso l’Università di Bologna nel 2022, ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Palermo e realizza un Erasmus nei Paesi Bassi presso l’HKU Utrecht nel 2024. Il suo progetto di debutto “Choice” (2023) è stato esposto presso Officine Fotografiche a Roma e ha vinto con “Road to Oneself” ha vinto il 1° Premio Artistico Paolina Brugnatelli 2023. Da allora ha partecipato a mostre individuali e collettive in Italia e nei Paesi Bassi ed è stato nominato e diversi premi. tra cui il National Arts Award (PNA) del 2024.
Ambientazioni evocative, un uso consapevole del colore luce e ritratti surreali di figure umane, spesso inseriti in paesaggi desolati plasmano il suo linguaggio visivo, traendo ispirazione dal potere narrativo della grande fotografia scenografica, come quella di Erwin Olaf e Annie Leibovitz. La sua poetica approfondisce il concetto di “vedere” – non solo come percezione del visibile, ma come esplorazione profonda di prospettive alternative che mettono in discussione la nostra comprensione della realtà. Calligaris ha ampliato la sua pratica includendo tecniche di stampa alternative, installazioni video e l’uso di materiali d’archivio, fondendo tecniche classiche con approcci sperimentali.
Come nasce il progetto?
Vivo in Olanda da un paio d’anni ormai, e prima ancora nella mia esperienza da studente fuorisede a Bologna, e poi a Palermo, e come puoi immaginare allora mi viene da chiedermi: che cos’è casa? È casa il luogo in cui sono cresciuto e in cui vivono i miei affetti più cari, i miei genitori, mia zia? Oppure è casa il luogo in cui ho scelto di vivere? È casa solo un’idea, una sensazione o esiste fisicamente? Io non lo so, davvero, cos’è casa. Ho una marea di domande e tantissimi dubbi che rendono tutto questo discorso abbastanza confuso, ma credo che non ci sia una verità assoluta. Credo che non ci siano risposte giuste o sbagliate quando si parla di sensazioni tanto personali e soggettive. Forse l’unico modo per trovare delle risposte è prendersi del tempo per ascoltarsi e ascoltare. E’ quello che ho cercato di fare con questo lavoro. Ho incontrato giovani che, come me, si sono allontanati dall’Italia per trovare un senso di esistere da soli, che hanno girato il mondo in cerca di fortuna, di un nuovo inizio, e in cerca di se stessi. Senza sapere come ” andrà a finire”, è stato un viaggio lungo ed emozionante E ho scoperto che le loro storie sono la mia e che forse, in fondo, non siamo mai così soli.

L’uomo è viaggio fuori e dentro di sé è una frase di José Saramago che ha voluto mettere in evidenza su una parete della galleria che ha ospitato la sua mostra
Il viaggio, gli spostamenti e la migrazione sono tratti cruciali oggi. Ma i giovani Expat ci raccontano una condizione universale, che appartiene tanto al presente globale quanto alla storia dell’umanità. L’antropologia ci ha mostrato come, per gran parte della storia umana, l’abitazione sia stata concepita in termini di mobilità, di nomadismo. L’abitare e l’andare si intrecciavano e si intrecciano in un continuo divenire, dove il sostare rappresenta una fase intermedia, un momento di pausa in un percorso più ampio. Abitare il mondo, possiamo affermarlo con certezza, non è un atto statico, ma un continuo divenire tra radicamento e movimento. Spostandoci, abbiamo esplorato nuovi territori, adattandoci ai diversi ambienti e plasmandoli a nostra immagine, costruendo così una storia fatta di incontri, relazioni, scambi e trasformazioni. C’è chi si sente a casa ovunque e chi non si sente a casa da nessuna parte. A volte vorresti rimanere e sei costretto ad andartene; oppure accade il contrario. A volte il posto in cui stai è come se scottasse: non è che ci stai male ma non puoi fermarti troppo a lungo, devi costantemente cercare un altrove.
Nel va e vieni di posizioni e definizioni, cosa emerge dalla sua indagine sul concetto di casa?
Che per molti giovani il desiderio di stare insieme è già una forma di casa, una comunità seppur temporanea. La casa non è solo uno spazio architettonico, è un artefatto psichico, significa costruire intimità con quel che ci sta accanto. Un “luogo” che ci appartiene, anche nello sradicamento, in cui plasmiamo la nostra umanità più intima. Forse ci servirebbero allora due parole distinte. Una per descrivere il posto da cui proveniamo, che ci ha cresciuto, che racchiude tutti i nostri ricordi, gli affetti famigliari, dove la nostra anima inizia il suo cammino da dove riprendere il viaggio, ma che ora non è più il luogo che ci ospita. L’altra per descrivere il luogo espressione della nostra indipendenza e delle nostre scelte, in cui ogni giorno ci sentiamo liberi di riporre le nostre paure e le nostre esperienze, desideri, il luogo in cui ci sentiamo accolti e disponibili ad accogliere in una forma di intimità la porzione di mondo che rende possibile la nostra stessa felicità. Qui e adesso. Un punto, un luogo indefinito e indefinibile, non astratto né concreto, né reale né immaginario proprio come abbiamo bisogno di relazioni significative con gli altri. la nostra identità si forma, si affina e si trasforma, in un dialogo costante con il mondo esterno. Costruiamo e ricostruiamo continuamente la nostra casa.

Parliamo del linguaggio cinematografico. Colpisce l’uso creativo di sfocatura e movimenti di camera. Come ha affrontato le riprese?
Le riprese sono prevalentemente effettuate con camera a mano libera. I movimenti di macchina sono spesso irregolari e procedono a sbalzi, con tremolii, fuori fuoco, visioni inclinate. Volevo che il progetto avesse la forza del racconto documentario-oggettivo, realistico, per l’appunto da documentario, al tempo stesso pronte a cogliere la realtà dall’interno, quel vissuto di incertezza che caratterizza un po’ tutte le esperienza raccontate. Ascoltiamo storie di giovani in bilico tra viaggio e sosta, senso di appartenenza e sradicamento. Nel loro viaggio vanno senza sapere se resteranno fermi in un luogo per sempre da qualche parte; qualcuno dice che non vuole più tornare in Italia ma chissà se così sarà. Restando sospesi tra fuga e desiderio del ritorno. Le immagini non sono nitide, sono vere. La camera a spalla e un montaggio nervoso, che mescola interviste e sguardi in macchina con momenti di osservazione, sono dettati dalla priorità di catturare l’immediatezza delle vite e in altri casi lo spaesamento.
Cosa rappresenta per lei la macchina da presa?
Un’estensione dello sguardo
Cosa l’ha spinto ad intraprendere il tuo percorso di artista?
Credo che si tratti soprattutto di un’attitudine, faccio quello che faccio per una necessità che non so spiegarmi chiaramente, è qualcosa che riempie la mia vita.
Fa uso dei social promuovere il suo lavoro
La risposta è sì, ma non è una cosa che mi viene naturale e che mi richiede qualche sforzo.
