Le proteste a favore di libertà e diritti civili vanno avanti da diversi mesi nel religiosissimo Iran

La crisi economica mobilita le piazze in Iran. In questi giorni, a scatenare il malcontento della popolazione è soprattutto la crisi economica, con un forte aumento dei prezzi e il crollo della valuta locale. E non solo

Più della subdola efficienza del bombarolo Mossad e ben oltre la prepotente smania del presidente americano che usa azioni di guerra per pacificazioni affaristiche, è la pressione economico-finanziaria la tenaglia distruttiva ancorata da almeno un quindicennio al regime degli ayatollah. Anche nei momenti della sedicente distensione che con la prima e seconda amministrazione Barack Obama conosceva un patteggiamento sul nucleare, seppure nell’Iran ufficiale s’aggirasse lo spettro di Mahmud Ahmadinejad, le aperture ai mercati, ai commerci, al turismo hanno continuato a subire sanzioni economiche e dovevano convivere con lo strangolamento delle transazioni finanziarie. E’ la tecnofinanza dei giganti dei movimenti globali di denaro, a maggioranza statunitense, con le sue società di servizi finanziari a condizionare la vita di amici e avversari della Casa Bianca. E per gli Stati Uniti, non gli attuali Maga di Trump ma già quelli di Jimmy Carter che cadde sul defatigante braccio di ferro dei 444 giorni coi basij, Teheran e dintorni rappresentano l’Asse del male. Ovviamente la Storia non si ferma. La coesione della nazione persiana che disarcionava il Pahlavi amico-servitore di Washington è mutata; l’Iran plasmato da Khomeini è assai differente anche da quello che ha visto, continuatori e contestatori della linea del Ruhollah, contestatori interni al sistema clericale che lo stesso partito tuttora aggrappato alle leve del potere – i Pasdaran – accettano per compromesso interessato e a loro vantaggioso. Ma la partita di chi vorrebbe scacciare i turbanti con tumulti e chi vuole schiacciare i tumultuanti è da anni aperta e, tuttora, senza sbocchi. Per lo stesso motivo messo metaforicamente in pellicola dal regista oppositore Jafar Panahi nell’ultimo premiatissimo lavoro: Un semplice incidente. L’oppressore-servitore del regime è odiato da vari protagonisti, giovani e meno giovani, ma al di là dal suo incarnare la normalità di un’esistenza all’apparenza ordinaria con famiglia più o meno serena, e pur rischiando la vita in una vendetta nata da una macchina che s’inceppa vede i “rapitori” disorientati dalla mancanza d’un percorso percorribile: si può far fuori uno scherano, come i loro padri e nonni avevano fatto coi criminali della Savak, ma il futuro resta avvolto nella nebbia.

Molte piazze in Europa si sono mobilitate a sostegno delle manifestazioni di proteste in Iran, come ad esempio Berlino

Certo, in questi giorni di rabbia spontanea, ancora contenuta e non di massa, dalla capitale a Mashhad e Shiraz, passando per villaggi nelle aree già più volte ribelli del Beluchistan, nuovamente prevalgono i fumi dei lacrimogeni e pure i colpi d’arma da fuoco che hanno steso e ucciso. E mentre si conteggiano finora sette vittime, alcuni fotogrammi di sassaiole contro i ‘motociclisti in nero’ paiono fotocopie di quanto visto nelle ciclopiche contestazioni di tre anni or sono. Dall’ennesimo crollo del valore del rial giunto a un milione e mezzo (sic) verso un dollaro, è il rango mercantile, quei bazari mai stati mostazafin ad avercela col governo. E’ il ceto medio, ormai inesistente, a risentirsi con chi non gli garantisce neppure affari di piccolo cabotaggio. Soffocati anch’essi da un meccanismo che porta al collasso l’economia nazionale. Tuttora galleggiano (ma fino a quando?) i trust delle Fondazioni, invece gli stessi medi commercianti virano verso un impoverimento per loro insopportabile. Eccoli, dunque, per via a gridare contro un governo che tradisce la propria fedeltà alla conservazione, di casta, ma tant’è. E le altre conosciute voci d’opposizione dalla sponda riformista, a quella femminista e anche separatista, viaggiano su un terreno che è di mantenimento dei valori nazionali, evitando un ritorno al passato d’asservimento imperialista o di terrorismo para sionista. Secondo un osservatore interno: “Quando anche farmaci di prima necessità come gli antibiotici sono introvabili o diventano merce da mercato nero irraggiungibile per molti, la misura è colma”. E scatta la stessa rabbia, che nel 2019 aveva prodotto una simile ribellione per ragioni energetiche e che in un Paese terzo produttore mondiale di gas e fra i primi dieci di petrolio, pare una bestemmia. Eppure così va l’attuale Iran. Lo stesso analista critico aggiunge: “Gli iraniani attualmente in piazza non chiedono lo smantellamento del loro Paese; chiedono il ripristino della loro dignità, un sollievo economico e la fine della punizione collettiva che ha svuotato le loro vite”. Troppo accomodante? Di sicuro l’attuale crisi è frutto d’una punizione collettiva che la popolazione non merita, Khamenei e Pasdaran o meno.

articolo pubblicato su    http://enricocampofreda.blogspot.it

Di Enrico Campofreda

Giornalista. Ha scritto per Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto, Terra. Attualmente scrive di politica mediorientale per il mensile Confronti, per alcuni quotidiani online e sul blog http://enricocampofreda.blogspot.it/ Publicazioni: • L’urlo e il sorriso, 2007 • Hépou moi, 2010 • Diario di una primavera incompiuta, 2012 • Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013 • Leggeri e pungenti, 2017 • Bitume, 2020 • Corazón andino, 2020 • Il ragazzo dai sali d’argento, 2021 • Pane, olio, vino e sale, 2022 • L'Intagliatore 2025

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