Prosegue fino al 31 gennaio alla Paula Seegy Gallery,a Milano, la mostra Gillo Dorfles, dedicata a uno dei protagonisti del panorama artistico e culturale contemporaneo
Le pareti bianche sono animate da carte e tele con giocolieri ameboidi, distinti signori col farfallino, creature eterico-astrali, dalle fattezze enigmatiche, addirittura un dissacrante ritratto di Sigmund Freud. Forme fluide e dinamiche, pronte a tornare repentinamente, mantenendo un’energia giocosa, in puri giochi di linee e di arabeschi dai cui sono emersi, apparentemente un attimo prima. Prosegue fino al 31 gennaio a Milano alla Paula Seegy Gallery– algido white cube minimalista al piano terra di uno storico palazzo settecentesco in via San Maurilio 14- la mostra Gillo Dorfles. Ibridi e personaggi, dedicata a uno dei protagonisti del panorama artistico e culturale contemporaneo, critico d’arte, professore universitario di estetica e pittore, scomparso nel 2018 a Milano a 107 anni.
La mostra, curata da Martina Corgnati, riunisce un ampio nucleo di opere su carta e su tela, sculture, piatti e ciotole in ceramica realizzati tra il 1946 e il 2013, provenienti dalla collezione di Piero Dorfles, nipote di Gillo. Da un’immagine all’altra, da un segno all’altro, si dipana un percorso insieme ironico e poetico, che mette in luce le molteplici sfaccettature di una personalità creativa, libera e anticonformista, unica nel panorama italiano e internazionale, evidenziando la sua capacità di attraversare linguaggi diversi, senza mai conformarsi alle convenzioni accademiche o ai codici dominanti.

“Mi pare che in queste carte, in questi dipinti, in queste ceramiche ci sia uno spirito libero”, spiega con passione Martina Corgnati, critica d’arte e curatrice della mostra. “Senza Dorfles il mondo sarebbe stato senza dubbio meno intelligente, ma anche meno vivace, meno brillante, meno curioso e meno spiritoso, meno bello, meno fantasioso e meno aperto. Ho avuto la fortuna di curare la prima mostra di Gillo Dorfles nel 2001 al PAC-Padiglione d’Arte Contemporanea ed era anche la prima antologica importante dell’artista, che fino a quel momento si era presentato solo come teorico – spiega la Corgnati -. Poi abbiamo fatto un replay a Trieste nel 2007, la sua città natale, quando gli è stata conferita la cittadinanza onoraria. Da lui ho imparato molto, artista originalissimo, spiritoso, leggero ma profondo”.
Quello di Dorfles è un universo pittorico del tutto singolare, tra metafisica e surrealismo, costantemente in equilibrio fra gioco, riflessione e intuizione poetica, sostenuto da una tecnica di grande raffinatezza. Un territorio popolato, come dicevamo, da esseri metamorfici, forse creature astrali, figure ibride che mescolano tratti umani e meccani (anticipando temi cyberpunk e post-umani): gli “ibridi” e i “personaggi”, per l’appunto che diventano ricorrenti nella produzione di Dorfles. Figure sospese tra astrazione e caricatura. Intrecci cromatici da che spaziano dai verdi acqua ai rosa confetto e fucsia intenso fino alle delicate sfumature dell’azzurro. “Dipingo le forme che mi ossessionano, che si agitano dentro di me”, affermava l’artista. “Indubbiamente, molti miei disegni provengono dall’inconscio e vanno quindi al di là della mia volontà di realizzare una figurazione determinata”. E’ un gesto pittorico, quello di Dorfles, che scava nel subconscio con totale libertà. Lo conferma, tra le opere esposte, un ritratto creativo di Sigmund Freud (2005), oltre a una grande una raffigurazione di “Vitriol”, un personaggio esoterico dai piccoli occhi piccolini e penetranti ideato da Dorfles e divenuto presenza ricorrente nei suoi taccuini a partire dal 2010, che svela la profonda spiritualità filosofica della sua ispirazione pittorica. Associato all’acronimo usato dagli alchimisti Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem, Vitriol, simboleggia la ricerca della “pietra nascosta”, attraverso attraverso un percorso spirituale, che rimandano anche al pensiero antroposofico di Rudolf Steiner.

Ogni opera rivela l’attenzione dell’artista per la dimensione simbolica e concettuale del proprio lavoro, dando vita a un linguaggio originale e del tutto singolare. È un’arte che scherza, che sorprende, e che trasforma la tela in un luogo dove l’immaginazione può vagare senza confini, nello spazio. Liberando forme imprevedibili. Tele, carte e ceramiche sembrano nascere da un flusso ininterrotto di linee, arabeschi e colori vividi, come se appartenessero a un mondo fluido e in trasformazione.
Breve nota biografica di Gillo Dorfles
Nato a Trieste, città della cultura mitteleuropea, crocevia di mondi latini, tedeschi e slavi, figlio di un ingegnere navale goriziano (che disegnava e stimolò l’interesse del figlio verso le arti) e di una madre genovese, entrambi di origine ebraica, Dorfles trascorse l’infanzia a Genova e l’adolescenza di nuovo a Trieste, quindi si trasferì a Milano, dove iniziò gli studi di medicina, portati a termine a Roma con la specializzazione in neuropsichiatria. Sono gli anni Trenta, e la carriera medica venne accantonata a favore dell’attività di critico letterario e d’arte su numerose riviste (“La medicina è cambiata man mano dal basso al meglio, ma non è mai arrivata all’altezza dell’arte. Non c’è confronto possibile!”, diceva).
Questo decennio e quello successivo segnarono il suo esordio artistico: nel 1948 fondò, insieme a Bruno Munari, Atanasio Soldati e Gianni Monnet, il Movimento Arte Concreta (MAC), con l’obiettivo di dare vita un nuovo linguaggio artistico in grado di assimilare e superare le ricerche astratte europee dei decenni precedenti. Poi, l’attività teorica e gli impegni universitari (ricopre la cattedra di Estetica presso l’Università di Milano, poi di Cagliari e di Trieste) prendono momentaneamente il sopravvento: del Dorfles pittore si perdono le tracce fino al 1986, data della mostra personale allo Studio Marconi di Milano. Da questo momento Dorfles non ha più abbandonato l’attività pittorica senza tuttavia rallentare quella critica: per citare soltanto alcune delle pubblicazioni più importanti apparse negli ultimi anni, si ricordano qui Elogio della disarmonia (Garzanti, 1986), Il feticcio quotidiano (Feltrinelli, 1990), Fatti e fattoidi (Neri & Pozza, 1997), Conformisti (Donzelli, 1997).
