Al Teatro Out Off di Milano, fino all’1 febbraio, è in scena “Appunti per il futuro”, un monologo di straordinaria intensità, diretto e interpretato dalla talentuosa Arvigo
Un interno domestico, illuminato da luci calde e soffuse: una cassapanca, un tavolino rotondo colmo di libri, piccoli lumi sparsi, e un vecchio mappamondo di plastica illuminato. Elena Arvigo è sola sulla scena. La vediamo seduta a un tavolo da cucina in formica rossa degli anni ’50, intenta a disporre margherite bianche in un vaso (“iI fiori sono il mio omaggio alle donne di Svetlana Aleksievich. Sono sepolture e germogli di speranza”) mentre riordina , prepara una tazza di te, sfoglia un album di fotografie, rovista in un cassetto per estrarre un registratore. Indossa un abito nero, una collana a doppio filo di perle (simbolo delle lacrime e al contempo del prezioso dono delle testimonianze). Spegne il mappamondo. E le vicende umane raccontate raggiungono il pubblico come confidenze sussurrate. Mettendo al centro non la ricostruzione degli avvenimenti, ma dei sentimenti. Esplora la dimensione intima, ponendo l’amore e l’umanità come unica salvezza dall’odio e dalla distruzione della guerra (durante la Seconda guerra mondiale, costò alla Russia venticinque milioni di morti, diciotto dei quali civili)

Al Teatro Out Off di Milano, fino all’1 febbraio, è in scena Appunti per il futuro, un monologo di straordinaria intensità, diretto e interpretato da Elena Arvigo. È uno dei lavori più potenti e necessari in questi tempi in cui i guerrafondai cercano di normalizzare la guerra, trasformandola in un’opzione politica accettabile, e mentre assistiamo impotenti – talvolta complici – a conflitti sull’orlo di degenerare in catastrofi globali. Con questo progetto teatrale, l’attrice genovese, classe 1974, vincitrice del premio Le Maschere del Teatro Italiano nel 2023, affronta il tema della guerra attraverso lo sguardo delle donne, dando vita a una polifonia di voci femminili tratte dalle opere di Svetlana Aleksievič (Una battaglia persa, Preghiera per Černobyl’, La guerra non ha un volto di donna e Solo l’amore salva dall’ira); scrittrice e giornalista nata in Ucraina nel 1948 da padre bielorusso e madre ucraina, Premio Nobel per la Letteratura 2015 e che dal 2020 vive in Germania, dopo essere stata costretta a lasciare la Bielorussia. Il titolo dello spettacolo riprende un frase di Svetlana: “Più di una volta ho avuto l’impressione che in realtà io non stessi parlando del passato ma che stessi annotando il futuro”. Nelle note di regia Elena Arvigo dichiara il suo intento: avvicinare ciò che appare lontano nel tempo e nello spazio, per risvegliare in noi un senso di responsabilità verso il futuro.
Con questo monologo Elena Arvigo inaugura una ulteriore tappa del progetto di ricerca teatrale – avviato nel 2013 significativamente intitolato Le Imperdonabili, dedicato a figure di donne, mitiche e reali, testimoni scomode, donne che scelgono di non tacere e resistere ed agire di fronte alla violenza del potere e all’orrore delle guerre. Qui si tratta di donne russe impegnate nell’esercito sovietico a vario titolo, tiratrici scelte, istruttrici sanitarie, aviatrici, carriste e donne sopravvissute alla tragedia di Chernobyl. Un’ideale staffetta di testimonianze e voci. Racconti lontani dalle celebrazioni ufficiali e dalle retoriche, che restituiscono come scrive Aleksievič, una “storia dei sentimenti”. Niente eroismi o gesta gloriose, ma la quotidianità devastata, ridotta a sofferenza personale e collettiva. La grande Storia si scompone e si ricompone in frammenti intimi, quotidiani, profondamente umani, un intreccio di esperienze personali, contraddizioni, emozioni, sussurri, di chi ha vissuto tutto questo sulla propria pelle, sia al fronte che nelle retrovie. Silenzi. “Posso raccontare come ho combattuto e sparato, ma raccontare quanto e come ho pianto non posso. Questo resterà non detto”, dice una donna russa andata al fronte a combattere. All’inizio, c’è un’urgenza, quella di raccontare le cose in modo diverso, in “una lingua diversa”, “dobbiamo provare a scrivere di altro, di ciò che è davvero importante nella vita di noi esseri umani”. Nei panni della Aleksievič, l’attrice si interroga proprio su come raccontare il silenzio, la paura e l’orrore, senza spettacolarizzare il dolore delle donne, nel tentativo di restituire la verità e l’umanità di ciò che è stato vissuto. Vuole trovare un modo per “sentire” e “tradurre” le voci altrui. Voci inizialmente esitanti e riluttanti a parlare, nel tentativo di rimuovere e cancellare quell’esperienza traumatica. Sono servite molta pazienza e numerosi incontri perché le donne, poco a poco, si aprissero durante le interviste.

Elena Arvigo cammina tra le parole senza fare rumore, diventa ognuna di queste donne, con la propria commozione al ricordo di quello che hanno visto e vissuto. Le racconta senza retorica, con semplicità, con una sobrietà che è anche una forma di rispetto e di pudore, che in più momenti prende alla gola. Tra una testimonianza e l’altra si susseguono silenzi, incredulità e incomprensione, dolore e rabbia, fede nel partito e speranze infrante. Così si va dalla autista di mezzi militari che ebbe tre corvée di punizione perché al ritorno da un’esercitazione aveva abbellito il suo fucile con un mazzo di violette, alla donna che ricorda di avere impiegato tre anni per riadattarsi alle scarpe e alle gonne, dopo aver passato tanto tempo con stivali e abbigliamento militare. Bambine che vanno alla guerra con una valigia piena di cioccolatini, felici di quelle divise con i bottoni d’oro che luccicano al sole. Donne fiere: “Ci davamo un gran da fare… Non volevamo che di noi dicessero: – Ah, queste donne – E ci facevamo in quattro più degli uomini, perché dovevamo anche dimostrare di valere altrettanto”. Storie di donne che provano pietà per il nemico ferito, senza distinzioni, di fronte al dolore; che, in condizioni estreme, credono ancora nella generosità, nella condivisione – come il pezzo di pane dato a un prigioniero – e nell’amore. Colpiscono le parole di una ex soldatessa sovietica che dopo una battaglia è andata a vedere il campo dove giacevano i morti e i feriti. Dice: “C’erano ragazzi, bei giovani, russi e tedeschi, mi dispiaceva ugualmente per tutti quanti”. Ogni gesto dell’attrice è ridotto all’essenziale, lo sguardo si perde nei ricordi, si illumina, si incupisce, diventa tagliente, la voce si fa vibrante nei ricordi della donna innamorata del suo comandante che si infiamma quando esclama: “La guerra è stato il periodo più bello della mia vita!”. Si fa morbida nel racconto di una infermiera russa che confessa di aver soccorso un tedesco ferito, nella corsia di un ospedale trasformato in mattatoio: la distinzione tra alleato e nemico si dissolve, lasciando spazio a una sola verità: quella di un essere umano sofferente.

Nel finale emerge con forza l’emozione legata al disastro di Chernobyl, un evento vissuto come una vera e propria guerra. Le parole di Svetlana restituiscono lo smarrimento di fronte a una minaccia invisibile, mai sperimentata prima. “Cambiò il mondo. Cambiò il nemico. La morte ebbe facce nuove che non conoscevamo ancora. Non si vedeva, la morte, non si toccava, non aveva odore. Mancavano persino le parole per raccontare della gente che aveva paura dell’acqua, della terra, dei fiori, degli alberi. Perché niente di simile era mai accaduto, prima”. Tra le testimonianze più toccanti vi è quella di Ljudmila Ignatenko, moglie di un vigile del fuoco che, in quel tragico 26 aprile 1986, fu tra i primi volontari inviati senza alcuna protezione, insieme agli altri pompieri, sul tetto del reattore danneggiato. Morirà pochi giorni dopo. ll suo racconto nasce da una domanda sospesa, senza risposta, che si confonde con il senso stesso della vita: “Non saprei di cosa parlare… Della morte o dell’amore? O magari è lo stesso?”. È l’amore a spingerla oltre la paura, nonostante i timori legati alla sua condizione di donna incinta. Decide di seguirle il marito in ospedale e di restargli accanto anche quando lui, colpito da una dose mortale di radiazioni, vive i suoi ultimi giorni. In quell’atto d’amore dimentica i rischi e perde anche il bambino che avrebbe dovuto nascere. E a Vassilij morente, Ljudmila sussurra: “Vasenka, amore mio… amore mio”. Quell’amore che, nonostante tutto, abita in noi e silenziosamente resiste, fino a prevalere sulla guerra.
L’ultima parte dello spettacolo è dedicata anche a voci maschili tratte da Ultime lettere da Stalingrado, scritte da soldati tedeschi ai propri cari (moglie, famiglia, amici) nel momento in cui la battaglia stava diventando disperata, tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, nell’ultimo freddo inverno che faceva cadere anche gli uccelli in volo. Sono senza nome e senza mittente identificabile, perché furono sequestrate dalla censura tedesca. Testimonianze vive, intime, scritte da uomini che riflettono sul senso della guerra e rivelano un’umanità fragile, esitante, spesso contraddittoria, restituendo umanità anche a chi la storia ha relegato al ruolo di “nemico”. “Dopo la guerra per tanto tempo ho avuto paura di alzare la testa verso il cielo. E avevo paura di vedere la terra arata. Mentre sulla sua superficie già saltellavano tranquilli i corvi. Gli uccelli hanno dimenticato in fretta la guerra”. Arvigo saluta il suo pubblico con un atto di fiducia e speranza, lasciando la scena con le parole di Simone Weil proiettate sullo schermo: “Ci troviamo di fronte a un vicolo cieco dal quale l’umanità sembra non poter uscire se non grazie a un miracolo. Ma la vita umana è fatta di miracoli (…)”. Per il fatto stesso che non c’è sempre la guerra non è impossibile che ci sia per sempre la pace. Poi, in un silenzio carico di emozione, risuona Le Déserteur, la canzone di Boris Vian, interpretata in italiano da Ornella Vanoni. È un canto che è insieme messaggio pacifista e invito alla disobbedienza civile. Le parole della canzone colpiscono con forza: “Ma io non sono qui egregio presidente / per ammazzar la gente come me…sento che ho deciso e che diserterò e dica pure ai suoi se vengono a cercarmi / che possono spararmi, io armi non ne ho”. Un teatro che interroga: Come custodire l’umanità nell’uomo? Invita a responsabilità consapevoli. Ponendolo al centro dell’esistenza, prima di ogni altro pensiero l’amore come pratica attiva. Va coltivato ogni giorno attraverso gesti concreti. La guerra è solo un crepare
