Una scena de "Il lutto si addice ad Elettra". Foto di Federico Pitto

E’ in scena in questi giorni “Il lutto si addice ad Elettra”, diretto da Livermore. Dopo Brescia e Torino il dramma sarà protagonista anche sul palco dei teatri di Trieste e Treviso

Davide Livermore firma una immaginifica regia di Il lutto si addice ad Elettra, nella nuova traduzione e adattamento di Margherita Rubino, visto di recente al Teatro Carignano di Torino. Scritto nel 1931 dal drammaturgo statunitense Eugene O’Neill (Premio Nobel per la Letteratura nel 1936) è ambientato in America negli anni successivi alla Guerra di Secessione, e in chiave moderna riprende la Saga degli Atridi narrata da Eschilo nell’Orestea, fondendo  tragedia classica  e dramma borghese, dove rimbombano e rimbalzano echi psicologici freudiani. Capace ancora di parlare  alla contemporaneità in modo potente dei lati oscuri della famiglia e dell’impossibilità di liberarsi dal passato. La trama ruota attorno al ritorno del generale Ezra Mannon, alter ego di Agamennone (Paolo Pierobon), il tradimento della moglie Christine (Elisabetta Pozzi) con il capitano Adam Brant (Egisto, Aldo Ottobrino), l’odio di Lavinia (Linda Gennari) per la madre e l’amore per il padre, la fragilità di Orin, equivalente di Oreste (Marco Foschi), di ritorno dalla guerra e succube della madre, e la narrazione interna di Peter Niles (Davide Niccolini) e Hazel Niles (Carolina Rapillo), una sorta di coro,  innamorati rispettivamente di Lavinia e Orin e attratti dal fascino della famiglia Mannon.

Un’altra scena de “Il lutto di addice a Elettra”

Rispetto ad altri suoi allestimenti, qui Livermore opta per un registro sobrio e rigoroso, senza cedimenti a artifici scenici eccessivi, che colpisce per equilibrio e precisione, mettendo in primo piano l’interpretazione degli attori e la forza drammatica del testo. La scenografia, anch’essa firmata da Livermore, si distingue per un raffinato rigore estetico che richiama atmosfere espressioniste, e una palette cromatica essenziale: colonne bianche, grigie e nere definiscono lo spazio, mentre  una serie di “cornici dentro le cornici” semovibili ne modifica continuamente la configurazione. Uno specchio moltiplica e deforma le immagini, creando un sorprendente gioco di riflessi. Una panchina e un lampione, un paio di poltrone e un mobile per il salotto, un grande letto, una bara con a fianco la bandiera degli Stati Uniti per il compianto funebre. Ogni scena diventa una scatola spaziale nitidissima, una dimensione mentale e simbolica. Ci sono poi le luci di Aldo Mantovani, a creare un clima di costante inquietudine, variando a seconda delle necessità della trama: rosso per l’omicidio, nero per il lutto, viola per gli intrighi, verde per i dialoghi. Spesso alcune zone della scena rimangono in ombra, come  a celare  ossessioni,  pensieri che arrivano da un altrove.

Il cast di “Il lutto si addice a Elettra”

Davvero notevole il tessuto sonoro di Daniele D’Angelo, elemento perfettamente  integrato nella drammaturgia e parte della costruzione emotiva. Le musiche, capaci di evocare Bruno Maderna e Giorgio Federico Ghedini, alternano dissonanze improvvise, armonie sospese, intervalli acuti, suoni stridenti e inattesi, tonalità continuamente sfuggenti, variazioni timbriche cariche di tensione.L’orecchio  dello spettatore resta in uno stato di allerta emotiva, percependo pericoli o misteri invisibili: inquieto ma affascinato.  Sul palco, un superbo cast di interpreti, in  sintonia in uno spietato gioco di reciproca violenza psicologica.  Elisabetta Pozzi  (Christine) affiancata da Linda Gennari (Lavinia). Con loro, Paolo Pierobon (Ezra Mannon), Marco Foschi (Orin Mannon), Aldo Ottobrino (Adam Brant), Davide Niccolini (Peter Niles), Carolina Rapillo (Hazel Niles).

Elisabetta Pozzi – che era stata Lavinia Mannon nell’edizione diretta da Luca Ronconi nel 1997, accanto a Mariangela Melato nella parte di Christine Mannon) – interpreta ora Christine, dominando il palcoscenico con un  carisma personale unico a magistrale tecnica vocale ed espressività:  ne costruisce una figura complessa, una donna insieme appassionata e calcolatrice, vulnerabile e manipolatrice, sensuale ma fragile. L’omicidio è l’esplosione finale di pulsioni trattenute troppo a lungo. Il suicidio, non è una resa, ma un atto di controllo finale sul proprio destino.

“Il lutto si addice a Elettra”

In O’Nell Lavinia non esplode: si irrigidisce. Ed è proprio su questo che lavora Linda Gennari (classe 1976). Costruisce con intelligenza una Lavinia verticale, chiusa, bloccata. In total black. La sua Lavinia è implacabile, non urla, non crolla, si chiude, condanna.  E’ un corpo che non cede mai, si irrigidisce, anche  nei momenti emotivamente più estremi, la voce di Gennari è ferma, fredda, asciutta. Non supplica, non chiede dialogo. Il movimento non è mai leggero o fluido, sembra trascinarsi dietro il proprio dolore, accentuando la sensazione di compressione psicologica. La tragedia è interiore e psicologica. Lavinia non è semplicemente una figlia contro una madre perché adultera e assassina, ma perché Christine incarna  tutto ciò che lei rifiuta: sensualità, vitalità, desiderio di fuga. Lavinia distrugge la madre per poi diventare il suo doppio. Questo passaggio è tra i più inquietanti dell’opera. Dopo la morte di Christine, Lavinia cambia aspetto e atteggiamenti, in una progressiva identificazione con la madre , resa esplicita dalla medesima acconciatura dei capelli e indossando lo stesso abito color vinaccia. 

Paolo Pierobon: un respiro appena trattenuto. uno sguardo che si trattiene dove non dovrebbe, una stanchezza improvvisa. Sono segnali minimi, ma decisivi, che svelano l’apparente forza di Ezra, attraversato  invece da un’intima sofferenza, quella del bisogno di essere amato da Christine.

Altra scena di “Il lutto si addice a Elettra”

Marco Foschi (classe 1977) ci mostra un Orion straordinariamente sensibile, inquieto, febbrilmente nevrotico, con tutte le sue paure, rabbie, pensieri, lacerato in una devastante ambivalenza tra desiderio e pulsione di morte, tra amore e colpa, preda di una dipendenza, dolorosa e irrisolvibile per la madre. Quando Christine si sucida, si distrugge per l’uccisione dell’amante, Orin- spinto al crimine per amore della sorella e per vendicare il padre – cade in un abisso di colpa e di ossessione  (alla fine si suicida) Non c’è alcun tribunale a giudicare o assolvere Oreste, né a placare le Erinni (come accade per l’Oreste di Eschilo.) Forse è il personaggio più straziante.

Aldo Ottobrino costruisce un capitano Brant, cugino di Ezra (un legame che scopriremo solo più avanti) ,  volutamente ambiguo. Il suo Brant resta sfuggente, mai del tutto affidabile. La voce è calda, seduttiva, ma sempre attraversata da una nota di rabbia trattenuta, un desiderio di vendetta verso la famiglia Mannon che continua, ostinatamente, a opprimerlo.

Lavina Mannon resta sola alla fine, rinchiudendosi nella casa-tomba di famiglia. Sceglie di indossare il lutto come destino inevitabile. Nessuna redenzione. Nessuna assoluzione. Non c’è pacificazione, non c’è perdono. O’Neill non offre salvezza ai suoi personaggi. Ma nella rilettura di Livermore, con i suoi accenti contemporanei, è proprio la frase di Lavinia nelle ultime battute, trasformata in interrogativo (una micro libertà all’interno del testo originale)- “I morti… perché non possono morire, i morti…? – che ti tira dentro nel qui e ora, e ti coinvolge,  trascinandoti in un confronto inevitabile con i demoni o diavoletti interiori che si annidano nella psiche di ognuno di noi, anche in quelli apparentemente più integri. 

Lo spettacolo prosegue la tournée a Trieste (Politeama Rossetti): 5-8 febbraio 2026. Treviso (Teatro La Stanza): 12-15 febbraio 2026 

Di Cristina Tirinzoni

Giornalista professionista e critico teatrale, ha cominciato a scrivere per testate femminili (Donna Moderna, Club 3, Effe, Donna in salute). E’ stata poi per lungo tempo redattore del mensile Vitality e del mensile Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie Come un taglio nel paesaggio (Genesi editore, 2014) e Sia pure il tempo di un istante (Neos edizioni, 2010).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *