Ola, mamma di Ritaj, nove anni, morta ieri da uno dei tanti attacchi dell'esercito israeliano, mostra il quaderno con il sangue di sua figlia

A sei mesi dall’entrata in vigore, il 10 ottobre 2025, del cessate il fuoco a Gaza, continuano gli attacchi da parte di Israele e l’espansione incessante del controllo militare sulla Striscia. Allo stesso tempo, le condizioni di vita dei palestinesi rimangono disastrose, sullo sfondo di una continua e deliberata politica di ostruzionismo da parte dell’Idf nei confronti degli aiuti, che si traduce in morti, soprattutto di piccole creature, del tutto evitabili

Questo non è inchiostro, è il sangue di mia figlia” afferma sgomenta Ola, cui ieri è stata strappata Ritaj, nove anni che calcolava numeri a quattro cifre durante una lezione nella precaria scuola di Beit Lahia, a settentrione della Striscia di Gaza. Quella mamma, che nei mesi scorsi aveva già perso la sua di madre e altri parenti, aggiunge “L’avevo vestita, pettinata per andare a scuola. Me l’hanno riportata morta, col viso rosso di sangue”. Nessuna operazione matematica è cinicamente perfetta come quelle realizzate da Israel Defences Force. Operazioni di morte. Un esercito nato per assassinare arabi e palestinesi sin dalla sua creazione, nel maggio 1948, sommando sigle e feroci pratiche dei gruppi terroristici Haganah, Irgun, Palmach in cui si vantavano d’essersi istruiti i padri fondatori d’Israele. Una scientifica scuola di sterminio. Anche i più giovani nuclei familiari gazawi hanno imparato a conoscerne il fine perverso. Lo apprendono sulla loro pelle, sulle migliaia di anime schiacciate da mesi, anime innocenti, anime di bambini che cercano di sfuggire alle bombe giocando, che evitano di crescere nel colpevole abbandono dei Paesi del mondo, andando a scuola, in classi improvvisate ma vivissime dell’attenzione di quegli scolari, della passione dei propri insegnanti, della fiducia di chi, pur sotto una tenda svolazzante e lacerata più dei propri cuori, vuole un futuro. La notizia la riporta Middle east eye, è una delle decine che riempiono ogni giorno lo Stabat Mater che viene da quella terra. Il pianto delle madri, le figlie mai diventate donne, e perse lungo la ‘via dolorosa’ tracciata da Israele. Via delittuosa quella del sionismo, ammantato ora del proprio credo sbattuto in politica, che fa d’una buona parte di Medioriente un tormento infinito.

L’istituzione della cosiddetta “linea gialla” (Yellow Line): un confine interno “de-facto” che limita il perimetro di movimento delle persone e che indica la parte di territorio della Striscia sotto il controllo diretto delle forze israeliane, anche in assenza di conflitto attivo

Su quel calvario, a Gaza e dintorni, collina solo di macerie, sudari e sbandati in attesa d’essere sacrificati al capriccioso tiro a segno dei soldati di Tsahal, e in un simile funereo orizzonte creato in Cisgiordania e Libano, l’Israele biblico rivisitato da Benjamin Netanyahu e dalla camarilla di governo vuole ampliare il suo colonialismo sanguinario. La mattanza di ieri s’è svolta ben dentro la cosiddetta “striscia gialla”, dove le famiglie gazawi sono state segregate. Roba che al confronto i ghetti ebraici d’Europa, erano enclave vivibili. E nell’area delimitata dalla “striscia gialla” che i suoi falsi inventori definiscono zona sicura “artiglieria e cecchini israeliani aprono regolarmente il fuoco” testimoniano i cronisti palestinesi, se essi stessi riescono a sfuggire a esecuzione periodicamente programmate. Dall’ottobre 2025, quando è iniziato il “cessate il fuoco” del governo di Tel Aviv, i criminali di Israel Defences Force hanno assassinato 600 gazawi e ne hanno ferito 1500, continuando a radere al suolo edifici bombardati e pure i pochi scampati ai missili. Scioccata dall’evento luttuoso, stracciata dalla pena, quest’ennesima madre senza figlia, senza Ritaj per sempre, ha ancora in mente il frammento di normalità cercato nei prossimi giorni per lo sposalizio d’un parente. “Le avevamo comprato un vestito e le scarpe perché potesse indossarli al matrimonio dello zio. Era così felice ed entusiasta di portarli. L’ho rivista in bianco avvolta in un sudario”. “Un pezzo della mia anima, un pezzo della mia anima” continua a ripetere. Un pezzo d’anima di madre e di donna impossibile da curare.

articolo pubblicato su    http://enricocampofreda.blogspot.it

Di Enrico Campofreda

Giornalista. Ha scritto per Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto, Terra. Attualmente scrive di politica mediorientale per il mensile Confronti, per alcuni quotidiani online e sul blog http://enricocampofreda.blogspot.it/ Publicazioni: • L’urlo e il sorriso, 2007 • Hépou moi, 2010 • Diario di una primavera incompiuta, 2012 • Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013 • Leggeri e pungenti, 2017 • Bitume, 2020 • Corazón andino, 2020 • Il ragazzo dai sali d’argento, 2021 • Pane, olio, vino e sale, 2022 • L'Intagliatore 2025

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