Una sala della mostra “Quadrilatero – Forma del desiderio” di Carlo Alberto Cozzani

L’artista Cozzani è protagonista della mostra site specific “Quadrilatero – Forma del desiderio”, presso la galleria Il Forte Arte di Milano, e visitabile fino al 20 luglio

Il desiderio si configura come la forza vitale per eccellenza: instabile, inesauribile, attraversata da infinite modulazioni, mai riconducibile a una forma definitiva. Materia oscura dell’umano, elude ogni classificazione e resiste a qualsiasi tentativo di contenimento. Nucleo segreto e inafferrabile, attraversa, incrina e disarticola ogni assetto che pretenda di farsi stabile geometria.  È su questo orizzonte concettuale che si inserisce la ricerca di Carlo Alberto Cozzani, protagonista della mostra site specific “Quadrilatero – Forma del desiderio”, ospitata a Milano presso la galleria Il Forte Arte, e visitabile fino al 20 luglio.

Carlo Alberto Cozzani, Forma del desiderio

Il progetto, realizzato con la collaborazione della gallerista Patrizia Grigolini e curato da Paolo Asti, riunisce ventuno opere: sei lavori nel formato 35 × 50 cm e quindici nel formato 50 × 70 cm.  Dopo le mostre omaggio dedicate alle Mura di Camaiore, Lettere di Cinta (2024), a Tellaro, con Qui ti dico che è un sogno, e alla città di Zhuhai, affacciata sul Mar Cinese Meridionale e ospitata dal GuYuan Museum of Art, con la mostra Autumn Impression, l’artista spezzino, classe 1967, fotografo, architetto, paesaggista e urbanista (ha anche insegnato Composizione urbana e architettonica presso la Facoltà di Architettura di Genova) rivolge ora la sua attenzione all’iconico Quadrilatero della Moda di Milano. Tra le opere figurano anche tre dipinti nati dalla rielaborazione di fotografie scattate dall’artista affacciandosi a una finestra della galleria di via Santo Spirito 7, da cui lo sguardo si apre direttamente su Palazzo Bagatti Valsecchi. Un dettaglio che non è casuale: anche la sede espositiva entra a far parte del racconto della mostra, instaurando un dialogo con il contesto urbano e culturale che la circonda, nel cuore di un quartiere dove l’arte convive da sempre con una tradizione di misura, eleganza e discrezione.

Più che un semplice spazio espositivo, Forte Arte si configura come un raffinato laboratorio culturale, in cui ogni progetto prende forma attraverso una ricerca approfondita e una visione curatoriale orientata a privilegiare opere destinate a sedimentarsi nello sguardo, più che a colpire nell’immediato. Il programma espositivo, curato da Patrizia Grigolini con sensibilità e competenza, propone percorsi mai prevedibili, riunendo artisti accomunati da una concezione della bellezza come forma  autentica e necessaria di espressione e, si potrebbe dire, come una vera e propria postura esistenziale.

La locandina dell’evento

“Le domande che affiorano davanti a un’opera e le risonanze profonde che essa suscita sono, in qualche modo, uno specchio di noi stessi: dei nostri pensieri, delle nostre emozioni, della nostra cultura. Eppure credo che un’opera debba anche agire come un dispositivo capace di aprire prospettive inattese e di mettere in moto pensieri persino divergenti, e di generare onde di pensiero, talvolta lontane, talvolta contraddittorie. In fondo, anche per me, l’opera di un autore conserva sempre un margine irriducibile che continua a sfuggire a ogni tentativo di definizione e non si lascia mai completamente svelare: qualcosa che continua a interrogarmi”, mi dice con un tono insieme sapienziale e confidenziale Patrizia Grigolini, sedute  entrambe al tavolino della piccola e deliziosa terrazza della sua galleria, attraversata da una lieve brezza che attenua il caldo estivo vicino ai 38 gradi, quando mi parla della mostra di Cozzani.

Occorre ascoltare le opere prima ancora di interpretarle, aggiunge, lasciando che siano esse stesse a suggerire direzioni e significati, senza imporre letture precostituite. È questa la sua idea di curatela: una forma di responsabilità silenziosa, nella quale l’opera possa realmente accadere, senza forzature. Il titolo “Quadrilatero: la forma del desiderio” possiede  indubbiamente una valenza profondamente suggestiva, attraversata da una sottile vertigine filosofica, e si colloca su due registri interpretativi intrecciati: uno geografico e uno simbolico. Da un lato, rimanda al Quadrilatero della Moda, uno spazio urbano preciso e circoscritto nel cuore di Milano, dove lusso, consumo ed esclusività trovano la loro massima espressione. Dall’altro, il riferimento geografico diventa il punto di partenza per un’indagine sul desiderio e sulle sue traduzioni visive e simboliche.

Come osserva il curatore Paolo Asti, il dinamismo che attraversa le composizioni  di Cozzani richiama la stagione delle avanguardie storiche del Novecento, e in particolare il Futurismo, movimento profondamente legato alla città di Milano. Se, tuttavia, per i futuristi il moto traeva origine dalla macchina e dalla mitologia del progresso, nelle opere di Cozzani è il desiderio stesso a farsi principio propulsore: una sorta di macchina immateriale e inarrestabile capace di attrarre, dirigere e intensificare i flussi umani che attraversano il Quadrilatero della Moda. Non è più, dunque, la tecnologia a dettare il ritmo della città, ma una forza più sottile e pervasiva: il desiderio, che ne plasma lo spazio urbano, ne alimenta le relazioni e ne orienta le dinamiche sociali. Un desiderio che non è esclusivamente individuale, poiché prende forma nella dimensione intermedia e mutevole che si dischiude tra il soggetto e il mondo: un campo di tensioni nel quale immagini, linguaggi e narrazioni collettive concorrono a orientarlo, modellarlo e, talvolta, persino a generarlo. Al contempo, il desiderio si sottrae a ogni tentativo di appropriazione definitiva: è una forza mobile e incessantemente mutevole, che non può essere ricondotta a una forma compiuta né fissata entro una geometria stabile. In questa prospettiva, il Quadrilatero della Moda si rivela uno spazio simbolico, un autentico dispositivo di condensazione e irradiazione dei desideri. Cozzani ne restituisce visivamente la tensione vitale attraverso un radicale processo di destrutturazione, mettendo in crisi proprio quella rigorosa organizzazione geometrica suggerita dal termine stesso di «Quadrilatero». L’artista opera a partire da un vasto archivio fotografico, dal quale seleziona le immagini destinate a costituire il punto di partenza dell’intervento pittorico. Le fotografie, una volta stampate, vengono sottoposte a un processo di trasformazione attraverso l’impiego di oli, acrilici e materiali di recupero, instaurando un dialogo continuo e fecondo tra il linguaggio fotografico e quello pittorico.

Carlo Alberto Cozzani, Forma del desiderio

La materia cromatica si sovrappone alle immagini, le attraversa e le trasfigura, alterandone i contorni e sospendendole in una dimensione in bilico tra apparizione e la sua progressiva rarefazione. Le linee spezzate e le diagonali grafiche si configurano come tracce visive della tensione febbrile che attraversa il desiderio urbano: segni dinamici capaci di evocare tanto le traiettorie dello sguardo quanto le molteplici direzioni del movimento. Architetture, strade, vetrine e piazze progressivamente si sottraggono alla loro dimensione puramente materiale, dissolvendosi in una rappresentazione della città come spazio fluido, instabile ed evanescente. I soggetti affiorano e, al tempo stesso, si dissolvono negli impasti cromatici, dando vita a stratificazioni dense e vaporose, in un processo di progressiva smaterializzazione. La figura, quando emerge, non si offre mai a una piena riconoscibilità: rimane  come un residuo di presenza, un’eco visiva che appare e si ritrae nel continuo fluire  del gesto pittorico.

Cozzani non dipinge gli oggetti del desiderio, ma l’energia che esso sprigiona. È una forza invisibile che anima i flussi dei passanti, accende le vetrine e imprime al Quadrilatero il suo ritmo febbrile. Per questo, nella ricerca dell’artista, la forma del desiderio diventa paradossalmente visibile proprio nel suo sottrarsi a  una forma stabile. La forma non si cristallizza mai in un’immagine conclusa: il desiderio vive proprio della sua incompiutezza, della distanza che continuamente lo separa dal suo pieno appagamento. È una visibilità in continua fuga, sospesa tra apparizione e dissolvenza: l’occhio coglie qualcosa, ma ciò che emerge non si consolida mai in una figura compiuta. Forse, in questi segni evanescenti, si può cogliere anche la suggestione proposta da Grigolini: sono la materializzazione dell’aura delle persone, quel campo energetico o alone luminoso che, secondo diverse tradizioni spirituali e parapsicologiche, circonderebbe tutti gli esseri viventi. La traccia di quell’energia desiderante che continua ad abitare e ad attraversare lo spazio del Quadrilatero. Intrigante, no? Ciò che resta sulla tela è allora un campo di risonanze oniriche e sottili vibrazioni percettive.

Ed è forse proprio in questa tensione irrisolta, dove il desiderio continua a generare immagini mobili ed evanescenti, che la pittura di Cozzani (nutrita da una forte attenzione alla dimensione spirituale e dall’influenza del pensiero orientale) fa emergere la dimensione  più profonda del desiderio: non un bisogno materiale da colmare, ma quel senso di mancanza  “a essere” (secondo la celebre frase coniata dallo psicoanalista Jacques Lacan)  da cui nasce lo slancio inesauribile verso ciò che è “oltre” il visibile. La parola desiderare racchiude già in sé questa dimensione poetica: dal latino de-sidera, dove de indica un allontanamento e sidera significa “stelle”. Letteralmente: mancanza di stelle.

Di Cristina Tirinzoni

Giornalista professionista e critico teatrale ha cominciato a scrivere per testate femminili (Donna Moderna, Club 3, Effe, Donna in salute). E' stata poi per lungo tempo redattore del mensile Vitality e del mensile Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Di Parole e Silenzio (Genesi editore, 2026) Come un taglio nel paesaggio (Genesi editore, 2014) e Sia pure il tempo di un istante (Neos edizioni, 2010).

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