C
Corrado d'Elia durante la conferenza di presentazione (foto di Angelo Redaelli)

Faccia a faccia con Corrado d’Elia, nuovo direttore artistico del Teatro di Viale Lucania a Milano: «Innamorato di questa città»

«Dopo tanti anni di lavoro, dopo aver diretto e gestito teatri e rassegne in diverse città italiane, mi sono innamorato di questo luogo. Qui ho trovato un quartiere, persone, energie e relazioni che hanno un grande potenziale e tantissimo da esprimere. Sono felice di piantare qui un seme, con la speranza che possa contribuire a far crescere e a esprimere, nel tempo, tutto ciò che questo luogo ha da offrire». A raccontarlo è Corrado d’Elia, 59 anni, il nuovo direttore artistico del Teatro Corvetto di Milano. Autore, regista e interprete, diplomato alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi, d’Elia è una delle voci più autentiche e incisive del teatro contemporaneo italiano. Ha fondato il progetto Teatri Possibili, costruendo negli anni un percorso capace di intrecciare produzione artistica, formazione e capacità di creare comunità attraverso il teatro. Ora porta questa esperienza in una nuova sfida: da settembre, infatti, lo spazio di viale Lucania, conosciuto per anni come Politeatro, cambia nome e apre una nuova pagina della propria storia: nasce il Teatro Corvetto, con la gestione di Teatri Possibili, la direzione artistica di d’Elia e il contributo e il patrocinio del Comune di Milano. E forse non è un caso che la stagione teatrale  prenda il via il 23 e 24 settembre con Novecento di Alessandro Baricco, nell’interpretazione e per la regia di Corrado d’Elia. Una  storia che parla di un uomo che ha scelto di non scendere mai dalla propria nave. «Giorgio Strehler, nei suoi scritti, parlava spesso del teatro come di una nave. C’è il legno, ci sono le corde, c’è quella sensazione particolare di trovarsi dentro uno spazio che sembra muoversi, che è sempre sul punto di partire. Qui, in qualche modo, ritroviamo proprio questa dimensione: facciamo teatro come se fossimo a bordo di una nave, quasi nella sua stiva. Mi piace pensare che questo luogo, con la sua atmosfera e la sua storia, possa diventare per noi proprio questo: una piccola nave pronta a partire ogni volta che si apre il sipario».

Qualche anticipazione sul cartellone?

Sarà una stagione piccola, ma importante. Abbiamo scelto di proporre pochi spettacoli, selezionati con cura, ma molto intensi, cercando di costruire un percorso preciso, riconoscibile e capace di dialogare con il pubblico. Una stagione che attraversa grandi classici e nuove visioni, intrecciando parole, musica, memoria e storie capaci di emozionare, interrogare e, soprattutto, lasciare una traccia. Un programma vario, capace di parlare a pubblici diversi, ma soprattutto capace di farli incontrare. Dopo Novecento, si prosegue l’8 ottobre con Tracce, di e con Marco Baliani. Ispirato all’omonimo saggio di Ernst Bloch, è uno spettacolo fatto di racconti, ricordi, poesie e domande, sospeso tra stupore e incantamento. Un invito a un ascolto immaginativo, nel quale la memoria di ciascuno diventa parte del racconto e completa ciò che accade sul palcoscenico. Dal 29 ottobre al 1° novembre sarà la volta di Hamlet – Cronache dall’Interzona, di Pasquale Stanziale, con la regia di Leda Kreider. William Shakespeare incontra la “Beat Generation”, la psicoanalisi e il tecno-capitalismo in una drammaturgia psichedelica che attraversa i temi dell’identità, del desiderio, della colpa e della libertà, mettendoli in relazione con le contraddizioni del presente. Il 9 e 10 novembre arriva Mistero Buffo, il capolavoro di Dario Fo e Franca Rame, affidato all’interpretazione di Lucia Vasini. Una versione al femminile che recupera la forza di un teatro popolare, diretto e vitale, capace ancora oggi di parlare al presente e di interrogarlo. A dicembre, il 12 e 13, il cartellone prosegue con “Nina degli Eccentrici Dadarò”, di e con Fabrizio Visconti e Rossella Rapisarda. Un’attrice, il suo pubblico, un treno e uno spettacolo da fare prima di partire. Nina Zarečnaja diventa il centro di un dialogo intimo tra teatro e vita, comicità e sospensione, vocazione e desiderio.

Cosa ti ha spinto ad arrivare al Corvetto?

Mi sono innamorato di questo luogo. Avevo altri progetti e, almeno all’inizio, non pensavo di assumermi la gestione di una nuova sala. Poi, però, è successo qualcosa che mi ha sorpreso. Abbiamo semplicemente iniziato ad aprire le porte e le persone hanno cominciato a entrare. Una dopo l’altra. E continuano a farlo ancora oggi. Qualcuno passa, si affaccia, guarda e chiede: “Ma allora qui si fa teatro? Fate anche musica?”. In quelle domande c’è una curiosità bellissima, il desiderio di scoprire cosa può nascere in questo spazio. È stato proprio quell’interesse, quella voglia di incontrarsi, a convincermi che valeva la pena provarci.Il mio desiderio è costruire un teatro di prossimità, ma capace di parlare a tutta la città. Un teatro con una proposta artistica forte, autorevole e per cui si scelga di venire fin qui.

Avete cambiato nome: da Politeatro a Teatro Corvetto

Il nuovo nome racconta con chiarezza la nostra volontà di appartenere a questo quartiere e di costruire una relazione vera con chi lo vive. Vogliamo che il teatro diventi non un privilegio per pochi, ma un bene condiviso, un luogo in cui la cultura sia anche occasione di incontro, partecipazione e relazione. L’insegna, per ora, è provvisoria, ma è bellissima. L’ha realizzata Chiara Savucci e ci piace molto. Avevamo pensato di aggiungere anche un piccolo corvo. Non è detto. ..magari potrebbe diventare il nostro piccolo simbolo. Potremmo metterlo sulle magliette, farlo comparire qua e là, lasciarlo diventare una presenza riconoscibile e un po’ ironica. Deve essere una cosa gioiosa, capace di far sorridere. Perché anche questo vogliamo che sia il Teatro Corvetto: un luogo serio nel suo impegno, ma aperto, vitale e soprattutto gioioso. Vorrei raccontarvi la storia di questo spazio, perché è una storia che secondo me dice molto di quello che vogliamo fare oggi con il Teatro Corvetto.

Certo, raccontala

La platea del Teatro Corvetto

Sono andato a vedere l’Archivio di Stato e ho scoperto che alle spalle di questo luogo c’è una storia davvero lunga. Praticamente, quasi un secolo racchiuso nello stesso edificio. L’edificio di viale Lucania 18 nasce alla fine degli anni Venti, all’interno del complesso della chiesa di San Vittore e 40 Martiri, costruito nel 1929. A quel tempo Milano iniziava a espandersi verso sud-est e, insieme alla chiesa, c’erano un oratorio e un grande salone che veniva utilizzato per le attività della comunità, ma anche per gli spettacoli. Poi arriva la guerra e tutto cambia. Quel salone viene trasformato in un’officina per i mezzi militari. Entravano camionette e altri veicoli dell’esercito, che venivano riparati e sistemati proprio qui. Dopo la guerra, invece, cambia il quartiere e cambia tutta la zona. Nel 1952 viene inaugurata la nuova parrocchia di piazzale Gabriele Rosa e, progressivamente, questa struttura di viale Lucania perde il suo ruolo iniziale. Ma il grande salone rimane. E, a un certo punto, torna a vivere attraverso gli spettacoli, il cinema, la musica e le iniziative culturali. È proprio da questa vocazione che nasce, nel 2000, il nome Politeatro. L’idea era quella di un luogo polivalente, capace di accogliere linguaggi, esperienze e persone diverse. E quello che mi colpisce, guardando questa storia, è proprio la continuità. Questo edificio non ha mai smesso davvero di essere un luogo della comunità.  E oggi ci sembra naturale raccogliere questa storia e aprire un nuovo capitolo con il Teatro Corvetto. Faremo spettacoli in arabo, in cinese e proposte pensate anche per la comunità sudamericana. Ma il nostro obiettivo non è semplicemente portare, per esempio, la comunità cinese a vedere uno spettacolo in cinese. Quello sarebbe solo il primo passo. Il vero risultato sarà fare in modo che quelle persone tornino, che riconoscano questo teatro come un luogo anche loro, che si sentano parte della sua vita e abbiano voglia di venire a vedere anche gli altri spettacoli. Perché per noi inclusione significa proprio questo: non creare occasioni isolate, ma costruire nel tempo un rapporto, una partecipazione e un senso di appartenenza. Il nostro augurio è proprio questo: mischiarsi. Creare occasioni di incontro tra persone, culture e linguaggi diversi e costruire, poco alla volta, un teatro davvero per tutti. Questo è il senso che vorremmo dare al Teatro Corvetto: non fare un teatro per una comunità, ma fare del teatro un luogo in cui le comunità possano incontrarsi. E mi piacerebbe che, in un prossimo futuro, diventasse naturale per tutti venire a vedere anche uno spettacolo in cinese, in arabo.  Stiamo già lavorando in questa direzione. Ci servirebbero, per esempio, circa 6.000 euro per realizzare i sottotitoli degli spettacoli.

Parliamo del tuo percorso artistico: come nasce la tua passione per il teatro?

È sempre difficile, in generale, individuare con precisione il momento in cui un artista si avvicina all’arte. Una passione, come l’amore, non ha un istante preciso in cui nasce: è qualcosa che esiste già dentro di noi e che, a un certo punto, semplicemente si rivela. Da ragazzo leggevo giornali e riviste di settore per seguire i grandi attori che arrivavano nei teatri di Milano. La domenica andavo a teatro con i miei genitori, ma spesso anche da solo. Con il tempo ho capito che per me era importante non solo calcare la scena, ma anche scrivere. Ho sentito l’urgenza di scrivere i miei testi, di dare forma a storie che avevo dentro e che avevo bisogno di condividere con gli altri, portandole in scena e, in qualche modo, incarnandole.

Come attore e regista hai interpretato e diretto numerosi classici; Otello, Macbeth, Amleto, Riccardo III, Romeo e Giulietta, La Locandiera, Le Troiane, Aiace…Cosa ti affascina di più nel lavorare su  testi?

Mi affascina il fatto che, ogni volta che entriamo in Shakespeare, nell’Iliade, nell’Odissea, in Don Chisciotte o in Goldoni, abbiamo la sensazione di incontrare qualcosa che ci riguarda profondamente. Non sono semplicemente testi antichi da riportare in scena: sono organismi vivi, archetipi che continuano a interrogarci. Dentro quelle storie  ritroviamo le nostre paure, le nostre passioni, il desiderio di amare e di essere amati, la sete di potere, la solitudine, il tradimento, la guerra, il bisogno di sentirci riconosciuti. Cambiano le epoche, i costumi, il linguaggio della società, ma l’uomo, nelle sue contraddizioni più profonde, continua a essere sorprendentemente simile a se stesso. Ed è questo, per me, il miracolo del classico: non smette mai di parlare al presente. Anzi, più il tempo passa, più può rivelare significati nuovi. Ogni volta che lo affrontiamo, scopriamo qualcosa che prima non avevamo visto, perché siamo cambiati noi e, con noi, è cambiato lo sguardo con cui lo leggiamo. Per questo credo che un classico non vada mai semplicemente conservato: va rimesso in vita. Bisogna avere il coraggio di attraversarlo, di interrogarlo, perfino di metterlo in discussione, senza mai tradirne l’anima. La vera fedeltà, a teatro, non è ripetere ciò che è stato fatto prima, ma cercare ogni volta una verità nuova. E’ un atto di fedeltà e di libertà insieme: fedeltà alla loro grandezza, libertà nel reinventarne la forma. E forse è proprio questa la grande libertà che ci offrono i classici: ci ricordano che, attraverso il teatro, possiamo ancora parlare dell’uomo di oggi usando parole nate secoli fa. E quando accade, quelle parole smettono di appartenere al passato e tornano a respirare.

Hai anche lavorato su produzioni originali scritte da te: Io, Moby Dick, Io, Ludwig van Beethoven, Io, Vincent Van Gogh, Io, Steve Jobs, Galileo, oltre le stelle, Poesia, la vita, Dante, Inferno… In questo caso, come scegli i personaggi o le figure da raccontare nei tuoi monologhi originali?

Corrado d’Elia in Novecento (foto di Angelo Redaelli)

I miei monologhi nascono sempre da un incontro, prima ancora che da una scelta. Non cerco un personaggio perché penso che possa funzionare sulla scena: lo scelgo quando sento il bisogno profondo di avvicinarmi a lui, di comprenderlo, di ascoltare ciò che ha ancora da dire. Mi attraggono soprattutto le figure che hanno avuto il coraggio di guardare oltre il proprio tempo: uomini e donne che hanno inseguito un’idea, una visione, una verità, spesso pagando un prezzo altissimo per la propria libertà. Sono quelli che chiamo i “geni”, non necessariamente perché siano infallibili, ma perché hanno saputo spingersi là dove gli altri non avevano ancora osato guardare. Quando scelgo un personaggio, inizia un viaggio.La biografia non basta più. Comincia un dialogo più intimo, quasi segreto, nel quale la vita del personaggio si intreccia con la mia. E allora il monologo diventa anche una sorta di confessione: attraverso la voce di un altro, finisco inevitabilmente per raccontare qualcosa di me. Vorrei che chi ascolta potesse sentire la stessa vertigine che ho provato io nell’incontrare quelle figure. Che uscisse dal teatro non soltanto emozionato, ma con una curiosità nuova, con il desiderio di leggere un libro, di approfondire, di cercare ancora. Perché, in fondo, il teatro per me è anche questo: un contagio. Una passione che passa da una persona all’altra. Un sapere che non si conserva, ma si trasmette. Una torcia che qualcuno ci consegna e che, se abbiamo la fortuna di fare bene il nostro mestiere, possiamo consegnare a nostra volta a qualcun altro, accesa.

Dal 20 ottobre al 1° novembre 2026 porterai in scena al Teatro Litta di Milano Don Chisciotte – Diario intimo di un sognatore. Lo spettacolo si apre con un monologo dedicato “a tutti gli illusi, a quelli che parlano al vento, ai pazzi per amore, ai visionari e a chi darebbe la vita per un sogno”. Cosa rappresenta per te oggi la figura di Don Chisciotte?

Don Chisciotte, per me, è molto più di un personaggio letterario: è una condizione dell’anima. È colui che continua a credere in qualcosa  e che combatte contro mulini a vento  anche quando il mondo gli dice che è impossibile. . È un viaggio dentro il personaggio, ma anche dentro me stesso e dentro il teatro: dentro quella strana e meravigliosa necessità che ci spinge a inventare mondi, a raccontare storie, a credere nell’impossibile.  In fondo, il teatro stesso nasce da una forma di follia: salire su un palcoscenico, davanti a persone che non conosci, e chiedere loro di credere per qualche ora a qualcosa che non esiste. È un atto di fiducia, quasi un atto di fede. Nel romanzo di Miguel Cervantes c’è anche la consapevolezza della sconfitta, del ritorno alla realtà. Io, invece, ho sentito il bisogno di immaginare un Don Chisciotte che non rinnega il proprio sogno. Un uomo che, pur conoscendo il dolore, il fallimento e la distanza tra ciò che sogniamo e ciò che il mondo ci concede, decide di non spegnere quella luce. Perché forse la vera follia non è credere nei propri sogni. La vera follia è smettere di sognare per adeguarsi alla realtà. E allora Don Chisciotte diventa una figura profondamente contemporanea. In un tempo che ci spinge continuamente verso il pragmatismo, verso il calcolo, verso ciò che è utile e possibile, lui ci ricorda il valore dell’inutile, dell’impossibile, della fantasia. Ci ricorda che abbiamo bisogno anche di ciò che non serve a nulla, se non a renderci più umani. Per questo Don Chisciotte – Diario intimo di un sognatore è, in fondo, un inno alla vita e alla possibilità di continuare a cercare. È il mio modo per dire che, finché avremo un sogno da inseguire, una passione per cui combattere, qualcuno da amare o una storia da raccontare, saremo ancora vivi. E forse il teatro serve.

Quant’è difficile fare nuova drammaturgia in Italia?

È difficile, e forse proprio per questo è necessario farla. Scrivere nuova drammaturgia oggi significa spesso andare controcorrente, avere la pazienza di seminare in un terreno che non sempre è pronto ad accogliere ciò che è nuovo. Significa rischiare. Ma io credo che sia una responsabilità alla quale non possiamo sottrarci. Un teatro che smette non cerca nuove parole, nuovi linguaggi per raccontare il presente e nuove domande, rischia inevitabilmente di trasformarsi in un museo. Ogni nuova parola che arriva su un palcoscenico è una possibilità: la possibilità di guardare il nostro tempo con occhi diversi. E finché ci sarà qualcuno disposto a scrivere e qualcun altro disposto ad ascoltare, il teatro continuerà a essere vivo.

Come immagini il teatro tra dieci anni?

Il teatro è fuoco acceso, rito di incontro tra attori e spettatori, è l’umano che si fa ogni sera. Lo diceva Giorgio Strehler. Tra dieci anni sarà ancora questo. Certo, cambieranno le forme, i linguaggi, le tecnologie. Forse ci saranno contaminazioni sempre più profonde con il digitale e con l’intelligenza artificiale. Ma il cuore resterà lo stesso: la presenza, lo sguardo, il respiro condiviso. Mi auguro  un teatro capace di resistere alla logica del consumo rapido, che continui a essere un luogo di profondità, di ascolto e di relazione. Un luogo in cui incontrarsi davvero, al di là degli schermi e della velocità con cui oggi consumiamo immagini e parole.

Cosa è per te il Teatro?

È semplicemente la vita che ho scelto, e che non poteva essere diversa.

Teatro Corvetto

teatrocorvetto.it

Viale Lucania, 18, 20139, Milano (MI)

Di Cristina Tirinzoni

Giornalista professionista e critico teatrale ha cominciato a scrivere per testate femminili (Donna Moderna, Club 3, Effe, Donna in salute). E' stata poi per lungo tempo redattore del mensile Vitality e del mensile Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Di Parole e Silenzio (Genesi editore, 2026) Come un taglio nel paesaggio (Genesi editore, 2014) e Sia pure il tempo di un istante (Neos edizioni, 2010).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *