foto di scena: Manuela Giusto
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La tragedia di Eschilo nella riscrittura di Sinisi e la regia di Fogacci. Lo spettacolo è in scena al Teatro Menotti di Milano fino al 7 ottobre e inaugura la stagione dopo il debutto estivo di agosto, in prima nazionale, al Segesta Teatro Festival
«Dire di no agli dèi e agli uomini»: questa frase racchiude l’essenza della ribellione tragica di Clitennestra, una delle figure più potenti, complesse e controverse della mitologia. Mentre la cultura greca imponeva di piegare la testa di fronte al volere divino, lei, figlia di Tindaro, re di Sparta e di Leda, sorella di Elena, Castore e Polluce, assassina del marito Agamennone, rifiuta questa logica. Quel «no» non è soltanto una negazione: è un atto estremo di libertà, in cui trova la forza di opporsi alla parte che il destino, il potere o la storia le hanno assegnato e a ciò che pretende di imporsi come inevitabile. E forse è proprio da quel «No», pronunciato da Maddalena Crippa, con voce fiera e vibrante, che bisogna partire per comprendere il senso di Agamennone, da Eschilo, nella drammaturgia di Fabrizio Sinisi, con la regia e il progetto scenico di Gianluigi Fogacci. Lo spettacolo è in scena al Teatro Menotti di Milano fino al 7 ottobre e inaugura la stagione dopo il debutto estivo di agosto, in prima nazionale, al Segesta Teatro Festival (sarà poi in replica al Teatro Cucinelli di Solomeo, il 10 ottobre).

Accanto a Maddalena Crippa, Sergio Basile veste i panni di Agamennone, Emilia Scatigno quelli di Cassandra, mentre il coro è affidato a Claudio Pellegrini e Alessandro Sampaoli. La scenografia, minimale ma densa di simbolismo, è dominata al centro dall’ekkyklema, la piattaforma su ruote o rulli utilizzata nel teatro greco antico. Qui l’antico dispositivo si trasforma in una vera e propria macchina scenica: alcova, trono, altare del sacrificio e, infine, luogo del tragico compimento. Il disegno luci di Mattia De Pace accompagna sapientemente il dramma in un lento e inesorabile passaggio dal crepuscolo all’oscurità più profonda, tra interni di palazzo appena rischiarati dal bagliore delle torce. Le musiche di Andrea Nicolini sostengono con discrezione la tensione emotiva, senza mai prevaricare la centralità della parola. I costumi sono firmati da Marina Mango. La materia è quella arcaica e incandescente della tragedia greca, scritta da Eschilo nel 458 A. C., ma lo sguardo si rivolge al presente. Una riscrittura potente e poetica, capace di farne emerge la materia più intima e lacerante delle passioni umane, con la forza di un mito antico, tutto da riscoprire. Vero motore della tragedia è Clitennestra. Una figura ormai profondamente radicata nell’immaginario collettivo, così come ci è stata tramandata da Omero, Eschilo ed Euripide spietata assassina, donna adultera, vendicatrice ed empia. Un’immagine che ha sempre oscurato la parte più vulnerabile e dolorosa della sua storia. Clitennestra è anche una donna che porta con sé il peso della violenza subita. Costretta a sposare Agamennone, che aveva ucciso il suo precedente marito, Tantalo, e il figlio nato da quella unione, scagliandolo contro una roccia, Clitennestra sarà poi chiamata ad assistere al sacrificio della figlia Ifigenia, compiuto da Agamennone necessario, secondo il mito, per permettere alla flotta greca di salpare verso Troia con venti favorevoli. Vittima a sua volta, la regina è sola nel suo sconforto: nessuno si è levato a difenderla. E allora si fa giustizia da sola. «E fu giustizia», scrive Eschilo.
Nella rilettura drammaturgica di Fabrizio Sinisi, questa figura diventa una donna complessa, ferita ma determinata, il cui sguardo introduce nella tragedia una prospettiva nuova, in cui i confini tra colpa e innocenza si fanno più sfumati e problematici. Se Agamennone può sacrificare la figlia in nome della guerra e della ragion di Stato, perché Clitennestra viene condannata quando reagisce a quella stessa violenza? Il suo gesto rimane terribile, ma proprio per questo è tragico: non offre una soluzione, ma apre una frattura. Nel suo gesto convivono la colpa, il dolore e la ribellione, la vendetta. Ed è proprio qui che il teatro ci costringe a interrogarci: è possibile sottrarsi alla violenza senza essere, a propria volta, trascinati dentro la sua logica? Ed è proprio in questa prospettiva che si trova uno dei punti di forza dello spettacolo, capace di far emergere interrogativi ancora attuali sul potere, sulla violenza e sulla condizione femminile. Il mito degli Atridi sopravvive perché non ha ancora trovato una vera conclusione. Sinisi e Fogacci lo riaprono mentre Crippa e Basile lo abitano senza pretendere di pacificarlo, mantenendolo in una tensione continua fra amore e rabbia, erotismo e cupezza, tristezza e furore. Diventa impossibile stabilire con certezza chi abbia torto e chi ragione, chi sia la vera vittima e chi il carnefice. Perché il problema non è stabilire se sia innocente: non lo è. E nemmeno trasformarla in un’eroina della ribellione. La sua grandezza tragica risiede piuttosto nel fatto di assumersi fino in fondo la responsabilità di quel No e del suo gesto
Maddalena Crippa appare in scena avvolta in un lungo abito rosso scuro, che restituisce immediatamente l’immagine di una donna contemporanea, mentre il colore rosso assume una forte valenza simbolica, richiamando la passione, il sangue, la violenza e la vendetta che attraversano la sua vicenda. Scandendo la parola con la precisione implacabile di un radar e con una sensibilità e un’intelligenza capaci di coglierne ogni sfumatura, fa della parola tragica e poetica, restituita dalla riscrittura di Sinisi, non una reliquia, ma una materia viva, fisica. La sua Clitennestra non ha bisogno di essere semplicemente furiosa: è più perturbante proprio quando il dolore si deposita nella voce, quando la rabbia si trasforma in lucidità, quando la memoria assume la forma di un’accusa ad Agamennone che non concede assoluzioni. L’attrice attraversa il personaggio senza addomesticarlo, lasciando emergere la complessità di una donna nella quale convivono la vittima, la colpevole, la madre, la moglie e la figura politica, conservando allo stesso tempo quella sottile distanza di chi sa di essere anche un’attrice in scena e fa in modo che gli spettatori ne siano consapevoli. Ed è proprio questa consapevolezza a conferire alla sua interpretazione tutta la potenza immaginifica racchiusa nella «verità» teatrale, rendendo credibile e vero ciò che accade sul palcoscenico, pur nella consapevolezza che si tratta di una finzione.
Accanto a lei, Sergio Basile restituisce un Agamennone avvolto in un ampio capo nero, quasi una vestaglia o un soprabito, lontano da ogni monumentalità celebrativa. Il re, il comandante, dopo i dieci anni trascorsi in battaglia, è un uomo stanco, invecchiato, disorientato, quasi svuotato dalla guerra e gravato dal senso di colpa per la morte di Ifigenia. Ed è proprio in questo passaggio che la riscrittura di Sinisi prende le distanze da Eschilo, introducendo nella figura di Agamennone una dimensione più intimamente sofferta: il suo Agamennone porta con sé il peso della morte di Ifigenia, diversamente dall’Agamennone eschileo, per il quale il sacrificio è assunto dal re di Argo come una necessità imposta dalla guerra e dagli dèi, dal potere. Avvicinandolo così all’Ulisse cinematografico dell’Odissea di Christopher Nolan. Sono due figure che attraversano un mondo di guerra e di ritorno, sospese tra ciò che hanno fatto e ciò che, una volta tornate, non riescono più pienamente a comprendere di sé. Ed è forse proprio questo il punto: la guerra non finisce quando si depongono le armi, perché continua dentro chi l’ha vissuta, accanto a una guerra psicologica interiore.
È nel serrato confronto fra Cassandra, la sacerdotessa figlia del re troiano Priamo, ormai schiava e concubina del generale, e Clitennestra che, nella lettura di Sinisi, la tragedia antica sembra attraversare il tempo e acquistare una perturbante prossimità al presente. Cassandra cerca di convincere Clitennestra a rinunciare al suo piano di vendetta, in qualche modo “accettando” il sacrificio di Ifigenia per mano di Agamennone, anch’egli, come tutti i mortali, soggetto a un destino e costretto a piegarsi a un ordine che lo precede. La risposta di Clitennestra è proprio quel un «no» di cui abbiamno parlato prima che nella interpretazione della Crippa irrompe in scena come una frattura decisiva,. “Quello che abbiamo lo abbiamo scelto e quello che ci manca lo abbiamo rifiutato”, afferma perentorea la sua Clitennestra. La responsabilità torna all’individuo.
