Fotografia della mostra "Liminal Terrains" dall'India alla Finlandia di Abhinav Kafare (credit Giuseppe Presta)

Nello spazio Fishead Lab a Milano, fino al 24 ottobre, è visitabile la mostra “Liminal Terrains” del fotografo e graphic-design Abhinav Kafare che vive tra il continente indiano e quello europeo. Il suo progetto sviluppato nell’arco di otto anni esplora la relazione tra il corpo umano e il mondo naturale

L’uomo e l’ambiente si fondono in tutt’uno ed è questo lo sguardo di Abhinav Kafare, cresciuto a Mumbai, città altamente popolosa dell’India, in una realtà dove la prossimità fisica e il modo in cui viene percepita è completamente diverso da come noi la intendiamo. L’ho incontrato nel piccolo spazio di via Camerini 2 a Milano dove ha esposto le immagini che sono prolungamento del suo progetto iniziale dal titolo “Armageddon“. La sua presenza gentile e calma, tipica delle sue origini indiane che guarda al mondo con occhi sognanti pur nella difficoltà, mi ha fatto riflettere sulle sue immagini che parlano di similitudini, trasformazioni e integrazioni tra uomo e natura. Abbiamo raccolto le impressioni dell’artista indiano.

E’ nato in India, dove esattamente?

Sì, sono nato nello stato del Maharashtra, in India, e sono cresciuto a Mumbai. Essere cresciuto a Mumbai ha avuto un’influenza molto forte sul mio modo di vedere il mondo. È una città incredibilmente densa e stratificata, dove persone, architettura, natura, corpi, colori, texture e diverse realtà sociali convivono costantemente gli uni accanto agli altri. Penso che quell’esperienza di osservare da vicino e trovare connessioni tra cose apparentemente slegate sia rimasta con me.

Le sue radici indiane hanno influenzato la sua estetica fotografica?

Il fotografo e graphic-design Abhinav Kafare (credit Giuseppe Presta)

Assolutamente sì. Penso che le mie radici indiane abbiano influenzato il modo in cui guardo al corpo, alla visibilità e alla rappresentazione. Crescendo a Mumbai, la vicinanza fisica dei corpi nella vita pubblica di tutti i giorni era completamente normale. Allo stesso tempo, la rappresentazione del corpo nudo – in particolare quello femminile – era plasmata da concetti di vergogna, moralità e occultamento. La visibilità non era mai del tutto neutrale; c’erano regole sociali su cosa potesse essere visto, come potesse essere visto e chi avesse il diritto di essere visibile. In seguito, vivere e lavorare in Finlandia mi ha esposto ad attitudini molto diverse nei confronti della privacy, della nudità e del corpo. Spostarmi tra questi due contesti mi ha fatto capire che i modi di vedere non sono mai fissi. Il corpo non è semplicemente visibile o invisibile; viene continuamente definito e negoziato attraverso la cultura, il potere e la rappresentazione. Credo che questa presa di coscienza abbia avuto un’influenza diretta sul mio linguaggio fotografico. Ho iniziato a interessarmi all’astrazione, alla frammentazione e all’opacità non semplicemente come strategie visive, ma come modi per resistere a una lettura fissa dell’immagine. Quando smettiamo di aspettarci che un’immagine ci dica esattamente cosa sia qualcosa, diventa possibile un altro tipo di sguardo. È da qui che nasce “Armageddon”. Mi interessa quel momento in cui non si riesce più a distinguere chiaramente tra un corpo e un paesaggio, quando un oggetto inizia a farsi carico della memoria o quando la presenza comincia ad somigliare all’assenza. Per me la fotografia diventa interessante proprio quando un’immagine si rifiuta di assestarsi su un unico significato fisso.

India e Finlandia: riesce a trovare delle similitudini tra questi due paesi così diversi dal punto di vista culturale?

Immagine all’interno del percorso espositivo (credit Giuseppe Presta)

In superficie sono culture molto diverse, e penso che questa differenza sia in realtà uno degli aspetti più interessanti del vivere a cavallo tra di esse. Ma a un livello fondamentale, gli istinti umani sono gli stessi. Le persone ovunque provano intimità, paura, desiderio, solitudine, senso di appartenenza, curiosità e il bisogno di connettersi con qualcosa di più grande di loro. Il rapporto con la natura è forse una delle differenze più marcate che riscontro. La Finlandia ha un rapporto molto più intimo e aperto con la natura. La natura è fisicamente molto presente nella vita quotidiana e c’è una certa accettazione dello spazio, del silenzio e della solitudine. Venendo da Mumbai, dove la densità e la costante presenza umana sono una componente così forte della vita di tutti i giorni, questa è stata un’esperienza molto diversa per me. Allo stesso tempo, vivere in Finlandia mi ha portato a guardare indietro all’India in modo differente. Penso che muovermi tra questi due ambienti mi abbia reso più consapevole di quanto il contesto che ci circonda plasmi la nostra percezione. Forse è anche per questo che mi sono interessato sempre di più al rapporto tra il corpo umano e il mondo naturale.

Lavora con tecniche analogiche o digitali?

Lavoro principalmente con la fotografia digitale. Il digitale mi offre una grande libertà di sperimentare, in particolare nel modo in cui fotografo, modifico, metto in sequenza e costruisco le relazioni tra le immagini. Per me, tuttavia, la tecnologia in sé non è la parte più importante. Ciò che conta è quello che il mezzo mi permette di indagare. Mi interessa spingere la fotografia oltre la semplice registrazione di un momento e usarla per mettere in discussione la percezione, la forma e il riconoscimento. La mia pratica si estende anche oltre la fotografia, toccando il collage, l’immagine in movimento, il suono, l’installazione e altre forme espressive. Mi piace muovermi tra linguaggi diversi quando un’idea specifica lo richiede.

Stampa lei stesso le sue foto su carta?

Altra immagine all’interno della mostra “Liminal Terrains” (credit Giuseppe Presta)

Assolutamente sì. Credo fermamente che le fotografie debbano essere stampate. Per me, una fotografia non è completamente viva finché non esiste come oggetto fisico. Quando un’immagine rimane solo su uno schermo, si trova in costante competizione con migliaia di altre immagini. Una volta stampata, acquisisce una presenza fisica. Puoi stare di fronte ad essa, muoverti intorno, percepirne la scala, la superficie e la relazione con lo spazio circostante. Questo è particolarmente importante per il mio lavoro perché concepisco la fotografia non solo come singole immagini, ma anche in termini di sequenza, installazione e relazione tra le immagini e lo spettatore. Quindi la stampa non è un ripensamento per me; è parte integrante del processo fotografico stesso. La fotografia cambia quando passa dallo schermo allo spazio fisico, e questa trasformazione è qualcosa che trovo fondamentale.

Info

Spazio Fishead Lab

Via Eugenio Camerini 2, Milano

Abhinav Kafare www.abhinavkafare.com                           https://www.instagram.com/abhinavkafare/

Photographer & Visual Artist 

Tampere, Finland 

+358408507858 

akafare9@gmail.com 

abhinavkafare.com 

Studi

Diploma in Fine Arts, Model School of Arts, Mumbai, 2012 

Lingue parlate 

Marathi, Inglese, Hindi, Finlandese

Di Marcella Baldassini

Grafico editoriale e giornalista professionista iscritta all’Ordine nel 1994. Ho curato la veste grafica per numerose riviste di arredamento (Domus, Gioia Casa, Spazio Casa) e settimanali femminili di attualità, gossip e benessere (Gente, Vitality). Da sempre appassionata d’arte, design, e psicologia. Ho lavorato, inoltre, con l’Editoriale Domus, Rusconi Editore - Hearst, Editoriale Jackson e in varie agenzie di pubblicità come visual. Ho collaborato anche con ultimaparola.net e stadio5.it

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