Andrej Zvyagintsev autore del film "Minotaur"

E’ in sala dal 29 ottobre “Minotaur” del russo Zvyagintsev. Il cineasta torna al lungometraggio dopo nove anni di assenza e dopo aver superato gravi problemi di salute. Il film è stato premiato con il Grand Prix della giuria al Festival di Cannes. La pellicola è stato selezionata ufficialmente dalla Francia (dove il regista ormai risiede da tempo) come proprio rappresentante per la 99ª edizione degli Oscar

Una lunga, lenta, inquadratura. Una distesa d’acqua grigia e nebbiosa occupa l’intero campo visivo. La macchina da presa avanza lentamente sulla Daugava, sotto la luce livida della fotografia di Mikhail Kričman, fino a raggiungere una dacia isolata nel verde, ai margini di una bosco, in riva a un lago. Il movimento, misurato e inesorabile, lascia presagire una tensione latente, nascosta dietro l’apparente serenità di un ambiente familiare agiato e privilegiato. C’è qualcosa di profondamente inquietante nel silenzio che apre Minotaur: il silenzio di un mondo che continua a funzionare mentre, sotto la superficie, qualcosa si sta già disgregando. La casa, gli oggetti, i gesti quotidiani: tutto sembra appartenere a un ordine stabile, quasi rassicurante. Eppure, nello sguardo dei personaggi e nella rigidità dei loro rapporti, si avverte una crepa che nessuno sembra disposto ad affrontare. È da questa frattura, apparentemente privata, che Andrej Zvyagintsev fa partire il suo racconto, trasformando progressivamente la crisi di una famiglia in una riflessione ben più ampia sulla natura del potere e sulla violenza che attraversa il nostro tempo. Con Minotaur, girato in esilio (gli esterni in Lettonia) e premiato con il Grand Prix della giuria al Festival di Cannes e in sala dal 29 ottobre, il regista russo Andrej Zvjagincev, autore di Leviathan e Loveless, torna al lungometraggio dopo nove anni di assenza, e dopo aver superato gravi problemi di salute. Un’opera gelida e avvincente, in cui il dramma della gelosia si intreccia con la tensione narrativa e lo sguardo politico, finché il personale e il politico non si fondono in un punto di non ritorno. Con Minotaur, Andrej Zvjagincev riprende la struttura de La femme infidèle (1969) di Claude Chabrol, reinterpretandola nella Russia di Vladimir Putin, sullo sfondo dell’invasione russa dell’Ucraina del 2022. «Realizzare un nuovo film senza parlare di quello che succede nel mio Paese sarebbe stato impossibile per me. Penso che questo sia il mio obbligo come artista russo: parlare di ciò che sta accadendo nel mio Paese», ha affermato il regista.

Il film è ambientato in una città russa contemporanea, senza nome. Gleb (Dmitrij Mazurov) è un uomo d’affari di successo e general manager di un’azienda di logistica, i cui camion trasportano ogni tipo di materiale da e per la Georgia e la Bielorussia, membro della cerchia ristretta dell’oligarchia locale. Vive in una città di provincia con la moglie Galina (Iris Lebedeva), bellissima, annoiata e insoddisfatta, e il figlio adolescente Seryozha (Boris Kudrin). Il loro rapporto appare subito segnato da una profonda tensione, come in un thriller psicologico: Gleb sospetta che la moglie lo tradisca, e i silenzi e le incomprensioni rivelano una distanza ormai difficile da colmare. I sospetti di Gleb si trasformeranno in  certezza quando ingaggia un addetto della sicurezza della sua azienda per pedinare Galina, scoprendo così  scoprendo così la sua relazione con Anton (Yuriy Zavalnyouk), un giovane fotografo squattrinato che vive in un anonimo appartamento popolare. Inizialmente, anche la guerra è per Gleb soltanto un rumore di fondo: un treno carico di carri armati e missili che attraversa un passaggio a livello, gli slogan di propaganda che incitano i giovani ad arruolarsi, i manifesti che onorano gli eroi patrioti sullo sfondo della sua quotidianità. Finché i suoi superiori non gli affidano il compito di contribuire alla campagna di coscrizione, selezionando quattordici dipendenti da mandare al fronte. Una cifra tutt’altro che casuale: nel mito greco, infatti, quattordici erano i giovani ateniesi, sette ragazzi e sette ragazze, che Atene era costretta a inviare come tributo a Minosse, destinandoli al sacrificio per il Minotauro. Lo fa senza scrupoli, con la freddezza di un burocrate, non avendo alcun interesse a opporsi.

La locandina del film “Minotaur” che uscirà nelle sale il 29 ottobre

È in questo scenario  di guerra che il mito del Minotauro assume una declinazione contemporanea: il mostro non è soltanto una creatura da affrontare, ma diventa il simbolo di un potere politico che normalizza la sopraffazione e rende accettabile il sacrificio degli innocenti in nome di ambizioni di potenza. La violenza del potere altera il valore delle cose, trasforma i rapporti umani e penetra nelle coscienze, fino a rendere sempre più sottile il confine tra necessità e complicità. Il labirinto diventa così la metafora di una società, spiritualmente svuotata, prigioniera di un potere oppressivo, in cui la sopraffazione e la corruzione (economica e morale) si alimentano reciprocamente, dove rifiutare gli ordini dall’alto può essere pericoloso, fino a far apparire impossibile ogni possibilità di cambiamento. Quando vediamo Gleb, Galina e il figlio in volo proprio verso Creta, terra del mito del Minotauro, per una vacanza che sembra sancire la ricomposizione familiare, come se nulla fosse accaduto (proprio come uno dei suoi amici, che a cena al ristorante annuncia la sua vile partenza per la Thailandia per continuare a godersi “la bella vita”), dietro la facciata di apparente riconciliazione si avverte tuttavia una sottile inquietudine. Zvjaginstev ce lascia infatti volutamente ambigua la reazione di Galina, senza chiarire se abbia compreso fino in fondo ciò che è accaduto (dopo aver trovato, nel cappotto del marito, alcune fotografie osé che la ritraggono nuda e averle gettate nel fuoco) e abbia scelto consapevolmente di continuare a fingere che nulla sia successo. Il lungo scambio di sguardi e il gesto con cui si avvicina a Gleb non chiariscono la situazione, ma alimentano ulteriormente l’incertezza, potendo esprimere consapevolezza, rassegnazione o una silenziosa scelta di complicità. Zvyagintsev evita così di fornire una spiegazione psicologica, lasciando allo spettatore il compito di interrogarsi sul significato di quel gesto e sulle motivazioni che lo accompagnano.

È proprio in questa ambiguità che il finale trova la sua forza più inquietante,  anziché indebolirla: sospeso tra l’illusione della liberazione e l’ombra silenziosa di una condanna. Zvyagintsev  lascia  che sia l’immagine finale a parlare: in cui le nuvole riprese dal figlio attraverso il finestrino assumono, nella resa in bianco e nero, le sembianze di colonne di fumo e di esplosioni. Il cielo del mediterraneo assomiglia a un campo di battaglia. E forse emerge anche qualcos’altro, che ci riguarda: nella comodità dei “nostri” posti in aereo in Europa, contempliamo un cielo che trasforma la guerra in uno spettacolo lontano, quasi invisibile. Un film di impressionante rigore formale, all’interno di inquadrature  geometriche meticolosamente studiate, piani sequenza  spesso lunghi,  che plasma  la materia aspra del racconto in qualcosa di grandioso, Zvyagintsev ha realizzato così uno dei film più feroci sul nostro tempo, capace di parlare a ogni latitudine. Perché, in fondo, quel labirinto ci riguarda più di quanto vorremmo ammettere. E il Minotauro, quasi sempre invisibile, è in agguato ovunque, sul confine sottile tra la dimensione privata e quella collettiva. Abita  anche le nostre paure, si annida nelle pieghe del quotidiano, si confonde con ciò che abbiamo imparato a considerare normale., fino a non vederlo più. Magnifica la fotografia di Michael Kričman, su tonalità fredde e colori smorzati, restituisce un mondo in cui il benessere materiale non produce alcun calore umano. Molto bravi gli attori. Dmitriy Mazurov nel mostrare la progressiva perdita di controllo di Gleb da gelido uomo d’affari, emotivamente impenetrabile,  a una vera e propria “bestia” ferita e violento. Iris Lebedeva: la sua presenza magnetica e al tempo stesso assente trasmette il disperato bisogno di evasione da una realtà  familiare divenuta oppressiva e, come dice in una scena, di voler “vivere”. Minotaur è stato selezionato ufficialmente dalla Francia (dove il regista ormai risiede da tempo) come proprio rappresentante per la 99ª edizione degli Oscar.

Di Cristina Tirinzoni

Giornalista professionista e critico teatrale ha cominciato a scrivere per testate femminili (Donna Moderna, Club 3, Effe, Donna in salute). E' stata poi per lungo tempo redattore del mensile Vitality e del mensile Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Di Parole e Silenzio (Genesi editore, 2026) Come un taglio nel paesaggio (Genesi editore, 2014) e Sia pure il tempo di un istante (Neos edizioni, 2010).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *