Una scena di "Come è terribile l'amore" (Credit Andrea Pizzalis)

Al Teatro Studio Melato di Milano è in scena fino all’8 novembre “Come è terribile l’amore” che proseguirà al Teatro Valle di Roma dal 26 novembre al 6 dicembre

Dopo La vegetariana, Daria Deflorian torna a misurarsi con la scrittura della Premio Nobel sudcoreana Han Kang, portando in scena Come è terribile l’amore, spettacolo tratto dal romanzo Non dico addio, pubblicato nel 2021 e definito dalla stessa autrice «una candela accesa negli abissi dell’umanità». Un testo di grande intensità emotiva, che riporta alla luce una delle pagine più tragiche e a lungo rimosse della storia coreana: il massacro di 30 mila civili inermi, forse molti di più, sull’isola di Jeju, a cavallo fra 1948 e 1949, alla vigilia della fratricida Guerra di Corea fra il nord sostenuto da Urss e Cina e il sud alleato con gli Stati Uniti. Una tragedia a lungo taciuta, che ha lasciato una ferita profonda nella memoria collettiva. Dopo il debutto internazionale al Festival di Avignone, lo scorso luglio e  la prima nazionale a Bologna, in ottobre, lo spettacolo approda a Milano, dove è in scena al Teatro Studio Melato fino al 8 novembre, per poi proseguire a Roma, al Teatro Valle, dal 26 novembre al 6 dicembre 2026. La drammaturgia è firmata dalla stessa regista, con un progetto condiviso con Monica Piseddu.  la scena è di Andrea Pizzalis, le luci di Giulia Pastore, il suono di Emanuele Pontecorvo, i costumi di Ettore Lombardi. 

Daria Deflorian in una scena di “Come è terribile l’amore” (Credit Andrea Pizzalis)

Accanto a Daria Deflorian, in scena ci sono Monica Piseddu, che interpreta In-seon, e Maria Grazia Mandruzzato, nel ruolo della madre. Per quest’ultima parte, Deflorian aveva inizialmente immaginato una figura iconica come Benedetta Barzini, che ha però dovuto rinunciare per motivi di salute. È proprio attraverso il personaggio della madre, terza presenza che si aggira sulla scena, che il passato riaffiora. Il silenzio dei morti, di un orrore a lungo taciuto, si impone sulla scena del Teatro Studio Melato fin dalle prime battute. A terra giacciono orizzontalmente dodici , lunghe, vecchie travi di legno, annerite dal fuoco. Una figura femminile, in jeans, le sposta e le ricompone incessantemente, con studiata lentezza e millimetrica precisione. Il suo movimento, ritmico e reiterato, assume la cadenza di un gesto ipnotico, quasi un sommesso rito funebre. Assomigliano a delle lapidi. Le luci, fredde e taglienti, della brava Giulia Pastore  evocano una dimensione misteriosa. Sul fondo, isolata, spicca la gabbietta arancione del pappagallino. Anche il paesaggio sonoro contribuisce a costruire questa atmosfera inquieta. Un suono dapprima quasi impercettibile si insinua progressivamente nello spazio, fino a imporsi all’ascolto e a generare una tensione sottile. Sembra arrivare da un altrove, non appartenere interamente al presente della scena. Una traccia acustica di qualcosa che chiede di essere ascoltato.

La storia comincia quando Gyeong-ha (Deflorian) riceve un messaggio da In-seon, fotoreporter e autrice di cortometraggi con cui ha collaborato in passato. Ricoverata d’urgenza in un ospedale di Seul a causa di una grave ferita alla mano, riportata mentre lavorava il legno con una sega elettrica per un progetto che avrebbero dovuto realizzare insieme, In-seon le affida una richiesta insolita: raggiungere la sua casa sull’isola di Jeju, nello stretto di Corea, per occuparsi di Ama, il suo pappagallino, rimasto solo e bisognoso di cure. ll confine tra realtà e immaginazione, tra vita e morte, si fa progressivamente più labile, trascinando lo spettatore in una dimensione sospesa, dove ricordi, visioni e presenze si sovrappongono. In questo spazio ambiguo si inserisce la ricomparsa di In-seon accanto a Gyeong-ha, che apre inevitabilmente una serie di interrogativi: ma non era ricoverata in ospedale a Seul? La sua presenza è reale o appartiene alla dimensione del sogno? È forse morta e torna a far visita all’amica come uno spirito? Anche la somiglianza tra le due donne, che si riflette non soltanto nei gesti e nei movimenti, ma persino nell’abbigliamento, sembra suggerire una progressiva sovrapposizione delle loro identità, rafforzando il senso di mistero e di incertezza che attraversa l’intera vicenda. La neve, presenza centrale nel libro, non compare mai sulla scena. Rappresenta il trauma della madre di In-seon che a soli sette anni era stata costretta a togliere i fiocchi di neve dai volti dei familiari uccisi dalla polizia militare. Da quel momento, la neve diventa il simbolo di un dolore che non smette di riaffiorare, attraversando il tempo e le generazioni. Portare in scena una neve finta avrebbe rischiato di snaturarne il significato, osserva  Daria Deflorian. «Durante uno dei laboratori che abbiamo tenuto intorno al romanzo prima delle prove, un’allieva che studia il coreano ci ha detto che neve e occhi sono la stessa parola in quella lingua. Abbiamo capito allora che il pubblico è la nostra neve; spettatori e spettatrici ci guardano ed è come se in palcoscenico nevicasse».

“Come è terribile l’amore” al Teatro Studio Melato di Milano (Credit Andrea Pizzalis)

Questo romanzo è un grande canto d’amore estremo, l’esaltazione dell’amicizia e della forza dei sentimenti: «Ancora prima di sapere che sarebbe diventata il titolo dello spettacolo, leggendo il libro ho sottolineato questa frase: che dolore terribile è l’amore», ha  raccontato Deflorian. Romanzo dopo romanzo, Han Kang dimostra che l’atto umano più potente di resistenza  per affrontare il male e i crimini del mondo è l’amore. Può esprimersi in un piccolo gesto, nel dire di sì alla richiesta di un’amica o nel prendersi cura della vita di un uccellino, fino ad arrivare a scelte molto più complesse. Opporsi alla cancellazione della memoria  e consegnarla in eredità alla propria figlia è, in fondo, simile a una carezza: un modo per condividere il dolore  e permettere, finalmente, che possa essere elaborato. Un’opera dolorosa, lucida e insieme profondamente poetica, che si sviluppa nell’arco di una lunga notte, attraversata dai dialoghi con i fantasmi del passato, nella falegnameria di In-seon, ricavata da quello che un tempo era il deposito di mandarini della madre. In questo spazio sospeso, Han Kang sovverte il tradizionale rapporto tra vivi e morti: non sono i vivi a dover soccorrere chi non c’è più, ma sono proprio i morti, attraverso le loro storie e la memoria che custodiscono, ad aiutarci a ritrovare la strada verso un futuro possibile e migliore. È questa, secondo Daria Deflorian, una delle riflessioni più profonde che attraversano l’opera. È questo, dunque, l’atto estremo d’amore a cui allude Han Kang: trovare il coraggio di custodire viva la memoria e attraversare gli inferi del passato, là dove le ferite, mai rimarginate, continuano a sanguinare. Senza sottrarsi al dolore. È il senso profondo di quel «non dico addio» rivolto a chi non c’è più: un gesto di resistenza affettiva  all’oblio, affinché  nel ricordo possa trovare spazio la vita che a quelle persone è stata ingiustamente negata.

Info

Teatro Studio Melato

Via Rivoli 6

Milano

Venerdì 6 novembre h 20.30

Sabato 7 novembre h 20.30

Domenica 8 novembre h 16.00

Di Cristina Tirinzoni

Giornalista professionista e critico teatrale ha cominciato a scrivere per testate femminili (Donna Moderna, Club 3, Effe, Donna in salute). E' stata poi per lungo tempo redattore del mensile Vitality e del mensile Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Di Parole e Silenzio (Genesi editore, 2026) Come un taglio nel paesaggio (Genesi editore, 2014) e Sia pure il tempo di un istante (Neos edizioni, 2010).

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