Due manifestanti della Palestina e un corridore della Israel Premier alla Vuelta (Photo by Dario Belingheri/Getty Images)

La tappa finale della gara ciclistica Vuelta si è trasformata in un caso politico e diplomatico: gli organizzatori sono stati costretti a interrompere la gara a 56 chilometri dall’arrivo a Madrid per le proteste di centinaia di manifestanti filo-palestinesi che hanno invaso il tracciato

Non passano loro, i ciclisti della Israel-Premier Tech, e non passa l’intero gruppo della Vuelta, fermato a cinquantasei chilometri dal traguardo finale di Madrid, perché nella capitale era rivolta. Migliaia di spettatori hanno divelto le transenne occupando il percorso, si sono scontrati con la Guardia Civil, hanno esaltato una protesta che aveva già avuto in più punti della corsa a tappe dissensi, proteste, accuse alla formazione creata ad arte dall’immobiliarista  israeliano-canadese Sylvan Adams per sostenere Israele attraverso il ciclismo. Certo, nel progetto partito undici anni or sono, c’è anche un ex corridore israeliano, Ran Margaliot, professionista poco conosciuto, per i limiti agonistici d’una carriera spesa fra i giri di Slovenia, Picardia, Baviera, tutte gare minori. Margaliot, nel progetto di Adams e del socio statunitense Baron, è servito a offrire credibilità agonistica a un’operazione che ha tutto il sapore di propaganda politica, non tanto perché Israel Cycling Academy sottolineasse un’appartenenza statale pur in un’iniziativa privata, ma per l’insistenza con cui il suo mentore, che tre anni fa ha trasformato la denominazione in Premier Tech (azienda canadese di elettrodomestici per la casa), conservava ostinatamente il nome Israel accanto allo sponsor. Del resto Adams si fa vanto di promuovere nel mondo sportivo la causa d’Israele.

I manifestanti pro Palestina durante l’ultima tappa della Vuelta

Operazione di supporto all’attuale linea governativa e di Stato che gran parte del mondo considera indegne. C’è, dunque, poco da stupirsi se le contestazioni piovono sul manipolo di faticatori del pedale ingaggiati dalla squadra, che nei giorni scorsi aveva rimosso dalla maglia il riferimento a Israel, mentre le bandiere palestinesi dal bordo dei tornanti baschi invadevano il percorso. Non è servito. Nel finale madrileno una marea umana ha bloccato tutto. Alla faccia di Adams e del suo progetto di “diplomazia sportiva”, già utilizzata nel periodo dello sdoganamento d’Israele nel mondo arabo con gli “Accordi di Abramo” cui Israel Cycling Academy contribuiva partecipando al Giro degli Emirati (sic). Ora il sindaco della capitale spagnola José Luis Martínez-Almeida grida alla vergogna gettata addosso al Paese dai manifestanti e pure dal premier Pedro Sánchez ritenuto “responsabile della violenza vincitrice sullo sport”. Martínez-Almeida un cinquantenne il cui curriculum lo dà già ventenne inserito nel Partito Popolare fino all’ingresso in pompa magna nella municipalità nell’anno 2019, in virtù dell’alleanza del suo partito con le formazioni Ciudadanos (gruppo liberale nato nel 2005) e Vox (più recente raggruppamento di estrema destra che proprio nelle elezioni dell’aprile 2019 fece un balzo al 10% con punte nella Spagna provinciale e pure nei distretti di Madrid e Valencia).

Il team della Israel-Premier Tech (Photo by Tim de Waele/Getty Images)

Il rampante Martínez-Almeida sotto il doppiopetto liberale cela parentele imbarazzanti quale nipote del diplomatico franchista Emilio de Navasqüés. Sarà questo lo spirito che l’ha avvicinato alla ricca borghesia barcellonese monarchica, nazionalista, nostalgica da cui proveniva il primo presidente di Vox, il professor Alejo Vidal Quadras-Roca? O forse è più a suo agio con l’attuale leader del gruppo alleato Santiago Abascal Conde, sociologo rude abbastanza da definirsi esplicitamente reazionario, antiislamico e antifemminista per onorare la memoria del nonno sindaco nella Spagna franchista. Gente che in ogni proclama, in qualsiasi affermazione pubblica rigurgita concetti di violenza inaudita, e poi addita gli avversarsi, li accusa, li incolpa di “seminare odio”. Come fa la loro amica, la presidente italiana del Consiglio Giorgia Meloni. Anch’ella beneficiaria di un’alleanza di comodo e d’affari con cui guida fra astensioni maggioritarie un’Italia già “rieducata” dal suo padre putativo Silvio Berlusconi e imbesuita da un’opposizione talmente balbettante da risultare scioccamente inutile. Forse le nostre piazze, in troppi casi tradite eppure palpitanti, seguendo l’esempio degli ostinati espectadores de ciclo amantes de la libertad, possono alzare la propria voce, da opporre ai passatisti, ai colonizzatori e usurpatori dello sport, ai massacratori del popolo di Palestina.

articolo pubblicato su    http://enricocampofreda.blogspot.it

Di Enrico Campofreda

Giornalista. Ha scritto per Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto, Terra. Attualmente scrive di politica mediorientale per il mensile Confronti, per alcuni quotidiani online e sul blog http://enricocampofreda.blogspot.it/ Publicazioni: • L’urlo e il sorriso, 2007 • Hépou moi, 2010 • Diario di una primavera incompiuta, 2012 • Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013 • Leggeri e pungenti, 2017 • Bitume, 2020 • Corazón andino, 2020 • Il ragazzo dai sali d’argento, 2021 • Pane, olio, vino e sale, 2022 • L'Intagliatore 2025

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