Il generale Munir (col microfono) arringa le truppe su un carro armato

Sempre più complicata la situazione in Pakistan. Sale lo stato di corruzione del governo che cambia le regole costituzionali a suo piacere, decide esclusive immunità di ceto, patteggiando con generali e ammiragli un ricambio di favori dilatato nel tempo. Un attentato alla costituzione che rischia di far esplodere problemi socio-politici nell’intero Paese

L’autobomba che devasta il diritto costituzionale pakistano deflagra in Parlamento. La innescano le due famiglie padrone incontrastate della politica del Paese, gli Sharif e i Bhutto, tramite i rispettivi partiti: Lega Musulmana-N e Partito Popolare Pakistano, solitamente avversari per ragioni di dominio e potere, ma stavolta riuniti in un voto che sancisce un blitz istituzionale. La comune approvazione del 27° emendamento alla Costituzione trasforma il potere forte della lobby militare in potere fortissimo. Rafforza oltremodo il legame fra il ruolo dell’esercito e quello della casta politica più inamovibile, la loro, di fatto proprietaria del simulacro di democrazia che sono le Camere. A farne le spese – insieme alla divisione dei poteri, a chi è fuori dalle logiche spartitorie di militari e clan, ai semplici cittadini – gli outsider della politica come l’ex premier Imran Khan, già estromesso in malo modo con accuse personali, attentati d’avvertimento, pene domiciliari e quelle da scontare in prigione. Con l’aria che tira difficilmente saranno possibili exploit simili a quello del suo partito, Tehreek-e Insaf, che nel 2018 vinse le elezioni, imponendosi come movimento anti casta. Allora i militari tollerarono l’ingerenza, ma per poco. Quel governo anti casta e anti corruzione non terminò neppure la legislatura, fu estromesso con un ribaltone partitico, la defezione di alleati minori, e pseudo giudiziario. Ma ora è anche il potere giudiziario a tremare. Una nuova Corte Costituzionale viene insediata con giudici nominati dall’attuale Capo dello Stato, Ali Zardari, già marito della defunta Benazir Bhutto e noto come “Mister ten per cent” la percentuale tangentizia che intascava per ogni iniziativa istituzionale, e dal governo retto da Shehbaz Sharif, fratello d’un altro pregiudicato della corruzione: l’ex premier Nawaz. L’ambientino è niente male e si perpetua da decenni.

Reparti missilistici dell’esercito pakistano (EPA/SOHAIL SHAHZAD)

Ora, però, compie un salto di qualità. Vanifica la divisione dei poteri (in confronto l’Italietta di Giorgia Meloni e Carlo Nordio risulta dilettantesca), il presidente incassa l’immunità nonostante le molteplici pendenze a carico, il feldmaresciallo Asim Munir ingigantisce i suoi privilegi e amplia il controllo su tutte le armi (Esercito, Aviazione, Marina) dotate, non da oggi per volere statunitense, di 165 testate nucleari. Nel quinto Paese più popolato al mondo. Del resto Munir in persona e l’aviazione nazionale sono stati osannati dall’attuale esecutivo quali vincitori (sic) della settimana di fuoco con cui nel maggio scorso hanno abbattuto cinque aerei da guerra indiani negli scontri sul confine kashmiro contro il nemico di sempre. E quasi reincarnasse Muhammad Zia-ul Haq, il presidente-dittatore anch’egli generale ed accentratore dei poteri nelle sue mani nel decennio 1978-88, Munir accende lo scontro con l’India induista coi tratti della religione islamica grandemente maggioritaria nel proprio Paese. I musulmani d’ogni colore politico dovrebbero riconoscersi e abbracciare questo nuovo stato delle cose che di nuovo ha il patto d’acciaio fra militari e clan politici, in altre fasi vantaggioso solo per i primi. Per la storia Zia-ul Haq compì il suo golpe contro un capostipite dei Bhutto, Zulfiqar Ali che finì addirittura impiccato. Però verso i cittadini comuni, magari elettori anche dei soliti noti sempre adusi a tangenti e voto di scambio, il passo compiuto è assolutamente tranciante: il governo sceglie il corpo giudicante, cambia le regole costituzionali a suo piacere, stabilisce esclusive immunità di ceto, patteggiando con generali e ammiragli un ricambio di favori dilatato nel tempo. Non risultano reazioni del Convitato di Pietra della nazione: lInter Services Intelligence, un tempo lunga mano della Cia che ne preparava i membri, oggi un po’ meno.  L’agenzia in varie occasioni ha giocato la personale partita, a favore dei gruppi familiari e/o delle Forze Armate. O contro tutti. Duettando con il jihadismo presente sul territorio. Seppure i propri vertici provengano in gran parte dall’esercito, l’Isi è uno dei Servizi più imprevedibili della geopolitica internazionale. E non c’è da stupire se il recente attentato di Islamabad che ha preceduto d’un paio di giorni il voto parlamentare sia opera più sua che degli accusati talebani interni. Frattanto l’attentato alla Costituzione può provocare esplosioni socio-politiche più gravi dell’autobomba d’una settimana fa.

articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it

Di Enrico Campofreda

Giornalista. Ha scritto per Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto, Terra. Attualmente scrive di politica mediorientale per il mensile Confronti, per alcuni quotidiani online e sul blog http://enricocampofreda.blogspot.it/ Publicazioni: • L’urlo e il sorriso, 2007 • Hépou moi, 2010 • Diario di una primavera incompiuta, 2012 • Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013 • Leggeri e pungenti, 2017 • Bitume, 2020 • Corazón andino, 2020 • Il ragazzo dai sali d’argento, 2021 • Pane, olio, vino e sale, 2022 • L'Intagliatore 2025

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