“Madame Bovary”, uno dei romanzi-simbolo dell’Ottocento, viene adattato in chiave contemporanea nello spettacolo in scena dal 18 al 30 novembre al Teatro Litta a Milano
Al centro della scena si trova un divanetto ottocentesco; sulla sinistra, un ritratto di una donna in abiti di metà ’800, mentre sulla destra c’è una panchina. Sul fondale, un semplice muro. Emma indossa una gonna corta, calze bianche ricamate e uno stivaletto rosso bordeaux. Charles, suo marito, è un uomo un po’ in sovrappeso, con un completo chiaro e le bretelle. Scene e dialoghi di coppia ambientati in un appartamento contemporaneo. Lei lavora in una casa editrice ma non la soddisfa e vorrebbe lasciarla perché tutto la infastidisce.
“Madame Bovary” è in scena al Teatro Liitta di Milano fino al 30 novembre, con Pietro De Pascalis e Anahì Traversi a dare carne e voce ai personaggi immortali di Gustave Flaubert. Sotto la guida del regista Stefano Cordella, e grazie alla raffinata drammaturgia di Elena Patacchini, il capolavoro ottocentesco viene riletto con uno sguardo radicalmente contemporaneo di quest’ultima. Pubblicato per la prima volta a puntate sul giornale La Revue de Paris nel 1856 Madame Bovary suscitò scandalo, portando Flaubert a un processo per “oltraggio alla morale pubblica e religiosa e ai buoni costumi”. La storia la conosciamo tutti, è quella di Emma Bovary, moglie di un medico di provincia, uomo semplice e poco ambizioso, insoddisfatta della monotonia della vita di provincia e priva di vera passione. Alla ricerca di evasione e felicità, si abbandona a sogni romantici e a relazioni extraconiugali, tentando di colmare il proprio vuoto esistenziale. Travolta dai debiti in un vortice di acquisti di abiti e oggetti di lusso ,alla ricerca di un riconoscimento sociale che non arriva, finisce per suicidarsi avvelenandosi con l’arsenico. Prigioniera di illusioni e delusioni, vittima delle rigide convenzioni sociali e delle piccole meschinità della società del tempo, che non solo reprimevano i desideri, ma li condannavano apertamente quando espressi da una donna. Racconta il regista: “Parliamo di Emma Bovary ancora oggi, non solo perché questo personaggio ha rappresentato lo squarcio nella parete che ha imprigionato le donne per secoli, ma anche perché la sua storia ci spinge a interrogarci sulla classica inquietudine moderna: quella sensazione sottile di insoddisfazione o irrequietezza che persiste anche quando la vita “oggettivamente” va bene. È come se ci fosse un piccolo sassolino nella scarpa della nostra mente: non fa male da morire, ma continua a infastidire, e qualsiasi distrazione o piacere momentaneo non riesce a farlo sparire del tutto. Vogliamo sempre qualcosa di più, o diverso, o nuovo, senza avere necessariamente un vero motivo concreto. La frenesia, i cambiamenti continui, gli acquisti, i divertimenti: sono tentativi di spostare l’attenzione da quel sassolino, ma lui resta. La forza del romanzo di Flaubert sta proprio in questa evidente discrepanza tra la normalità sbiadita del quotidiano e il tormentlato, visionario movimento interiore della protagonista. Lo spettacolo mette in luce le crepe di questo conflitto esistenziale, insinuandosi tra i dialoghi e i silenzi di una coppia moderna”.

La Emma di Cordella conduce una vita apparentemente “normale”: ha un marito, una casa, un lavoro. Fa la traduttrice, è riuscita a raggiungere il lavoro che desiderava, come le fa notare il marito, ed è al suo secondo romanzo, ma se fatica a trovare un seguito convincente. Eppure è infelice: sente dentro di sé un’insoddisfazione profonda che la spinge a cercare qualcosa capace di dare significato alla sua esistenza. Anche l’affetto per il marito — un uomo comune e mediocre, ma sincero — oscilla senza sosta. È perennemente inquieta e non riesce ad accettare la mediocrità che la circonda.. Emma fatica a godere profondamente di quello che ha, sempre pronta a “consumare” qualcosa di nuovo, che sfuma non appena sembra aver raggiunto una forma. La sua esistenza è un continuo trasloco da uno spazio del desiderio all’altro. La felicità sembra essere lì, a un passo. Ma non è mai abbastanza: “A volte mi sembra che facciamo delle cose nella speranza di farne altre, come se facessimo finta che le cose che stiamo facendo siano vere ma non sono vere, le facciamo, ma non sono vere, sono solo un allenamento, una prova. Le cose vere le faremo dopo”. E così anche tante altre azioni, ripetendosi giorno dopo giorno, si fanno insopportabili ai suoi occhi fino ad apparire insostenibili, come la pizzata con gli amici al venerdì sera o le barzellette raccontate dal marito. Charles dal canto suo, è un marito presente e innamorato che, con fatica, prova a comprendere le radici della profonda inquietudine di Emma ma finisce per diventare un impietoso specchio della sua insoddisfazione.
Sul palco, due attori affiatati e in piena sintonia. Complici e ben assortiti. Anahì Traversi, cui spetta la responsabilità del ruolo centrale, ci restituisce intatta l’insoddisfazione e la fatica quotidiana della protagonista nel sentirsi inadeguata a quello che sta vivendo, con quel tratto a volte di ironia che permette ad ognuno di noi di ritrovare le tracce del proprio scontento quotidiano, quando passa in rassegna gli scomposti tentativi di uscire da quel vuoto di senso che le dilaga nell’anima; si è fatta ipnotizzare, ha fatto pilates, una coro di fotografia, si è messa in cammino per Santiago, ha preso un cane, Anche l’amore verso un uomo diverso dal marito appare alla fine inutile perché presto arriverà a trovarlo insignificante in uno dei loro incontri. La maternità è benedetta ma la insoddisfazione brucia e distrugge tutto quello che si è faticosamente costruito. Non le rimane che provare con la preghiera. Pietro De Pascalis offre un’interpretazione misurata e colma di umana verità: un uomo attraversato da timore, sospetto e una lieve, malinconica tristezza, consapevole — seppur appena — di non riuscire a dare a Emma ciò che lei davvero desidera.
Emma, lasciati gli abiti contemporanei, veste un funereo abito d’epoca con mantellina, come a suggerire una sorta di corrispondenza con il personaggio di Fleaubert, nel momento in cui comprende, ormai senza più illusioni, che il suo inappagamento non potrà mai trovare soluzione.
