Nasce un progetto dedicato alla stilista, attivista socialista, nonché giornalista Genoni che abbraccia molte località della Valtellina. Mostre, installazioni, talk e docufilm che prenderanno il via dal 24 gennaio e termineranno il 22 febbraio
Mostre, installazioni, talk e docufilm: dal 24 gennaio al 22 febbraio 2026 prende vita “Rosa Genoni in Valtellina”, un progetto diffuso tra Sondrio, Grosio, Bormio e Tirano dedicato all’illustre valtellinese Rosa Genoni (Tirano 1867 – Varese 1954), figura chiave nella storia della moda e dell’emancipazione femminile, a lungo trascurato e solo oggi pienamente riscoperto grazie a nuovi studi e approfondimenti.
Ideato e curato da Elisabetta Invernici, giornalista ed esperta di moda, e organizzato dall’Associazione Culturale Profumo di Milano, il progetto è inserito nel Calendario Culturale del Giochi Olimpici Milano Cortina 2026, un avvenimento altrettanto irripetibile. “Prima vera stilista e couturière italiana, Rosa Genoni fu una donna capace di rivoluzionare il modo di intendere e di “fare moda” in piena Belle Époque, anticipando di decenni l’idea di vestire le donne in modo confortevole, pioniera del made in Italy. Ma Rosa Genoni non fu solo moda. Convinta che le donne dovessero essere libere non solo dalle costrizioni dei corsetti ma anche da quelle dettate dalle convenzioni e dei pregiudizi di genere, fu protagonista della lotta per i diritti delle lavoratrici e per l’emancipazione femminile, e lucida attivista nelle rivendicazioni femminili e nella battaglia per la pace”, sottolinea con passione Invernici.

Cuore del progetto è la mostra Rosa è la montagna, in programma dal 23 gennaio al 22 febbraio al Museo Valtellinese di Storia e Arte (Palazzo Sassi de’ Lavizzari), con i ricami contemporanei dell’artista Barbara Trestini Trimarchi, realizzati con precisione pittorica, ispirati agli schizzi di Rosa Genoni. Tra gli appuntamenti più attesi, l’installazione “Grembiule d’arte” a Grosio il 25 gennaio: i ricami di Barbara Trestini Trimarchi, ispirati a Rosa Genoni, reinterpretano il grembiule – simbolo del costume grosino – trasformandolo in un’opera di arte contemporanea.
Un elemento caratteristico del costume grosino è proprio il lungo grembiule di seta, lo scusall, finemente ricamato e damascato in colori brillanti, che cambia tonalità a seconda della festività o dell’occasione. “Non è solo un capo d’abbigliamento, ma un simbolo culturale che celebra la creatività femminile. Una leggenda profondamente radicata narra che le origini del costume risalgano al XVII secolo, quando, per motivi di lavoro, molti grosini si recarono nei cantieri della Serenissima. Al loro ritorno portarono con sé splendide schiave armene, donate dai veneziani come riconoscimento per la loro abilità, con le quali avrebbero contribuito a ripopolare il paese, duramente colpito da peste e carestia in un periodo segnato dalle guerre”, racconta divertita Invernici. “Furono proprio queste donne a introdurre elementi esotici e nuove tecniche di lavorazione che arricchirono il costume tradizionale: i colori si fecero più vivaci e sgargianti – rosso, giallo e blu – e i tessuti più vari e ricercati”. Infine, a completare l’omaggio, il docufilm Rosa Genoni, prodotto da Slow City e diretto da Marco Pascucci, ne traccia un ritratto intenso, costruito con rigore storico e sensibilità creativa. La sua vita restituisce l’immagine di una donna di straordinario talento, audace e determinata, che seppe opporsi con forza a un destino segnato dalla povertà.
Le tappe di una vita unica: dalla Valtellina, a Milano alla ribalta internazionale
Prima di 18 fratelli, Rosa nasce a Tirano, un paese della Valtellina, nel 1867 da una famiglia di umili origini: padre calzolaio e madre sarta. Dopo la terza elementare, a soli nove anni, viene mandata a Milano da una zia, a lavorare come “piscinina” aiutante tuttofare. raccoglieva i piccoli straccetti di stoffa e i bottoni sparsi nel laboratorio e realizzava delle piccole coccarde da applicare sulle scarpe e con la stoffa ricopriva i bottoni. Ma ben presto la Genoni dimostra di avere una marcia in più: avida di conoscenza desiderosa di migliorarsi, dotata di spirito di iniziativa frequenta le scuole serali e poi si iscrive a un corso di francese (la domenica mattina) per apprendere la lingua della moda che le tornò utile quando, nel 1884, i dirigenti del Partito Operaio Italiano le proposero di recarsi con loro a Parigi per partecipare a un convegno internazionale sulle condizioni dei lavoratori. Vi restò tre anni. Per migliorarsi: studiare i nuovi metodi di lavoro, il disegno tecnico, il processo creativo, l’organizzazione della catena produttiva, le strategie di promozione. Rientrata a Milano, viene assunta dalla sartoria Bellotti e, grazie al suo talento, entra poi nella rinomata Maison H. Haardt et Fils, esclusivo atelier di corso Vittorio Emanuele 28, con circa duecento dipendenti e filiali anche all’estero. Qui, nel 1903, viene nominata première e, poco dopo, direttrice, incarico che manterrà fino al 1914. Ma inizia anche a proporre dei modelli originali. Il programma è chiaro: affrancarsi dalla moda francese. E tracciare la via di una moda italiana, indipendente
Il 1906 sarà l’anno fondamentale per l’affermazione di Rosa. Partecipa all’Esposizione Universale di Milano dove accompagna le sue creazioni con un opuscolo “Per una moda italiana”. Due furono gli abiti tra i più discussi e ammirati: quello ispirato alla Primavera di Sandro Botticelli realizzato in raso color avorio, ricamo in argento e oro filati, sete policrome, e un mantello ispirato ad un disegno di Pisanello, realizzato in velluto di seta verde, decorato sia da inserti in raso giallo e merletto sia da ricami in filati metallici d’oro e d’argento.
“Rosa era molto legata alla Valtellina e lo dimostra anche il fatto che quando realizzò l’abito ispirato al quadro della Primavera del Botticelli scelse tra i fiori da applicare come ricamo sul vestito quelli della sua valle, tra i quali il tarassaco”, sottolinea Invernici.

Il suo abito più iconico ? E’ il modello Tanagra, creato nel 1908 e ispirato, reinterpretando i panneggi delle statuette in terracotta dell’età ellenistica (durante una visita al Museo del Louvre arriva l’illuminazione): un capo pensato per consentire libertà di movimento. La sua migliore testimonial? Lei stessa. Lo indossa in occasione del Primo Congresso Nazionale delle Donne Italiane, nell’aprile del 1908, mentre pronuncia il suo intervento a sostegno del rilancio dell’artigianato femminile come motore economico e sociale, emancipandosi dalle regole stilistiche della moda francese. Sfoggiato anche da celebri figure dell’epoca, come l’attrice Lyda Borelli, conquistò nobildonne del calibro di Franca Florio e Letizia Bonaparte e ottiene ampia risonanza sulle pagine di riviste come Margherita e L’Illustrazione Italiana.
Arriva anche l’amore. Genoni incontra Alfredo Podreider, avvocato di grande prestigio e proveniente da una famiglia benestante, inizia con lui una relazione (destinata a durare tutta la vita, dalla quale nel 1903 nasce la figlia Fanny. La madre di lui non vuole che suo figlio sposi o conviva con una donna lavoratrice e socialista, dal carattere così indipendente. Rosa vive con Fanny (in via Kramer 6) mentre Alfredo abita con sua madre Carolina in un’altra casa. Si sposeranno soltanto nel 19284 dopo la morte di Carolina.
L’impegno sociale e il femminismo
Rosa non è soltanto una grande sarta, ma soprattutto una donna libera ed emancipata, profondamente impegnata nella difesa dei diritti femminili. Per la Genoni la moda era uno strumento di emancipazione sociale delle donne. Infatti, con lo sviluppo industriale degli ultimi decenni dell’Ottocento, in Italia il settore tessile diventa predominante e si basa in larga parte su manodopera femminile sottoposta a gravi discriminazioni salariali e a condizioni di lavoro pesanti. Rosa, avendole sperimentate direttamente, ne è pienamente consapevole. Entra a far parte della Lega Promotrice degli Interessi Femminili per abbracciare poi le posizioni di Anna Kuliscioff, la compagna di Filippo Turati, con cui strinse una forte amicizia e con la quale sostenne le battaglie per per la riduzione dell’orario di lavoro e per l’introduzione del congedo di maternità, anche dalle colonne de “La Difesa delle lavoratrici”, giornale fondato dalla Kuliscioff. Dal 1905 fino al 1939, dirige la sezione Sartoria della Scuola professionale femminile della Società Umanitaria di Milano, creata per dare istruzione e basi lavorative alle fasce meno abbienti della popolazione. Scrive dei libri di testo sulla storia della moda attraverso i secoli. Apre per le detenute di San Vittore un laboratorio di sartoria interno, seguito da un nido d’infanzia per i figli delle detenute e da un gabinetto igienico-sanitario.
Il pacifismo
Convinta non interventista, fra il 1914 e il 1915 si produsse in scritti e conferenze di chiara impronta pacifista. Allo scoppio della Prima guerra mondiale si impegna in attività filantropiche a sostegno dei profughi. Fonda l’associazione Pro Humanitate, per assistere gli sfollati. La sua abitazione milanese di via Kramer 6 diventa il centro delle attività della WILPF (Lega Femminile Internazionale per la Pace e la Libertà). Non smise di guardare il mondo con animo pacifista, fino a scrivere al mediatore delle Nazioni Unite, conte Folke Bernadotte, perché ebrei e palestinesi potessero in armonia condividere quella che i saggi chiamavano “la terra del latte e del miele”.
Rimasta vedova e trasferitasi con la figlia Fanny a Varese, morirà quasi novantenne, nel 1954; il suo nome è stato iscritto al Famedio nel novero delle donne che hanno fatto grande Milano.
