Israele e Board of Peace (BoP), stanno impedendo al legittimo governo tecnico palestinese della Striscia di riprendere il potere sulle proprie terre

Israele e Board of Peace impediscono al governo palestinese della Striscia di riprendere il potere sulle proprie terre. Questo alla fine è il risultato di tavoli di trattative e colloqui interrotti; è l’ennesima tattica di attendismo col tempo che scorre per un’assenza di soluzioni nei confronti di chi soffre

Le parole dei mesi scorsi a sostegno d’un ipotetico piano di transizione per la Striscia di Gaza hanno introdotto il trumpiano Board of Peace; quindi l’idea d’una Forza Internazionale di Stabilizzazione cui potevano fornire truppe Indonesia e Marocco, Kazakistan e Albania, mentre quelle di Turchia e Azerbajan non erano ben viste da Israele. Le parole hanno pure indicato un Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza con rappresentanti di Hamas, Jihad islamica palestinese, Fronte popolare per la liberazione della Palestina, Fronte democratico per la liberazione della Palestina, Comitati di resistenza popolare, alcuni dei quali più sigle che sostanza, e perfino d’una ‘Corrente di riforma democratica’ affiliata a Fatah. I fatti dicono altro. Affermano drammaticamente che Israele impone un controllo militare di due terzi dei 365 km quadrati originari della Striscia. Ha ridotto lo spazio disponibile per i due milioni di gazawi a 140 chilometri quadrati, un lembo ristretto dalla famigerata ‘linea gialla’ segnata coi blocchi di cemento dipinti con quel colore che i bulldozer dell’esercito hanno posizionato attorno ai cumuli di macerie in cui è ridotto più dell’85% degli ex edifici del luogo. Quei blocchi possono decretare la morte per chi li supera anche per errore o semplicemente avvicinandosi troppo a quell’ennesimo confine imposto. I fatti dicono che dal presunto ‘cessate il fuoco’ dello scorso ottobre i cecchini e i reparti di Israel Defence Forces hanno ucciso 933 abitanti della Striscia e ne hanno ferito circa tremila. Dall’8 ottobre 2023 la tragica conta possibile sui cadaveri palestinesi ritrovati li porta a 72.942, se ne stimano altrettanti sotto macerie per ora non rimosse. I feriti sono ad oggi 173.000. Di fatto nel piano americano tutto o quasi resta bloccato dalla desiderata di Israele di disarmare Hamas, e quest’ultimo, che secondo i proclami multipli di Benjamin Netanyahu doveva essere cancellato, non ci sta. Le armi, anche le più relative come i kalashnikov, non compariranno più nelle mani dei militanti. Saranno appannaggio solo delle forze di polizia che si darà il Comitato per l’amministrazione di Gaza, dunque non solo Hamas. Lo sostiene un funzionario del gruppo, mostrando la volontà di proseguire quei colloqui più volte interrotti al cospetto di rappresentanti israeliani e di Nickolay Mladenov, l’alto rappresentante del Board of Peace trumpiano. Ma non è detto che al Cairo, dove Egitto e Giordania vestono i panni dei mediatori, una riapertura del tavolo s’avvierà a breve. All’ostacolo del loro disarmo totale i palestinesi oppongono il ritiro totale delle truppe d’occupazione di Tel Aviv. Per vari osservatori l’impuntatura di Israele sul disarmo totale di Hamas, quello che non ha conseguito neppure con trentadue mesi di caccia al nemico e di stragismo rivolto ai civili, è l’ennesima tattica di attendismo col tempo che scorre per un’assenza di soluzioni nei confronti di chi soffre. E’ la linea di sfiancamento della popolazione locale, sfollata e ammassata nelle tende, stressata da fame e malattie che procede accanto alle uccisioni con le armi. Dei seicento camion giornalieri di aiuti umanitari, in alcuni periodi delle imposture sioniste completamente bloccati ai varchi d’ingresso, tuttora Tsahal consente l’accesso a centocinquanta che risultano assolutamente insufficienti per un sostegno anche minimo a famiglie e singoli. E i decessi di neonati, di bambini per fame, sottonutrizione, infezioni ne sono una riprova inascoltata dalla stessa Comunità Internazionale, indignata a parole mentre i fatti non cambiano.  

articolo pubblicato su    http://enricocampofreda.blogspot.it

Di Enrico Campofreda

Giornalista. Ha scritto per Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto, Terra. Attualmente scrive di politica mediorientale per il mensile Confronti, per alcuni quotidiani online e sul blog http://enricocampofreda.blogspot.it/ Publicazioni: • L’urlo e il sorriso, 2007 • Hépou moi, 2010 • Diario di una primavera incompiuta, 2012 • Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013 • Leggeri e pungenti, 2017 • Bitume, 2020 • Corazón andino, 2020 • Il ragazzo dai sali d’argento, 2021 • Pane, olio, vino e sale, 2022 • L'Intagliatore 2025

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