Marcel Duchamp, Rotorelief 1965

Presso la galleria Thaddaeus Ropac nel prestigioso Palazzo Belgioioso di Milano è stata allestita la mostra Duchamp e Sturtevant: Dialogues Are Mostly Fried Snowballs visitabile fino al 23 luglio

Che cosa definisce un’opera d’arte? È una domanda antica, destinata a riaffiorare periodicamente senza mai trovare una risposta definitiva. Un interrogativo che attraversa i secoli e che oggi appare più attuale che mai, in un’epoca segnata dalla proliferazione incessante delle immagini, dalla loro circolazione digitale e dalla crescente capacità dell’intelligenza artificiale di produrre, manipolare e replicare forme visive. A rilanciare con forza questa riflessione è la mostra Marcel Duchamp & Elaine Sturtevant: Dialogues Are Mostly Fried Snowballs, allestita al piano nobile del prestigioso Palazzo Belgioioso presso la galleria Thaddaeus Ropac di Milano e visitabile fino al 23 luglio. Prendendo il titolo da un’ironica affermazione di Sturtevant — «I dialoghi sono per lo più palle di neve fritte» — l’esposizione costruisce un confronto ideale tra due figure fondamentali dell’arte del Novecento, appartenenti a generazioni diverse, impegnate a sfidare e ridefinire il significato dell’arte attraverso la propria pratica, mettendo profondamente in discussione i concetti di originalità, autorialità  e riproduzione, temi che oggi assumono una rilevanza del tutto nuova. Il percorso espositivo accosta alcune opere originali di Duchamp, provenienti da un’importante collezione privata europea, alle reinterpretazioni duchampiane realizzate da Sturtevant nel corso della sua carriera, attraverso una pluralità di linguaggi: dalla fotografia al disegno, dalla scultura al collage.

Irving Penn, Marcel Duchamp, New York, 1948 | © The Irving Penn Foundation / Sturtevant, Portrait of Sturtevant | © Sturtevant Estate | Published in Frog Magazine, April 2012 | Foto: L. Muzzey | Courtesy Thaddaeus Ropac Gallery London · Paris · Salzburg · Milan · Seoul

Se Marcel Duchamp (1887–1968) artista brillante e ironico, rivoluziona il concetto di opera d’arte attraverso i suoi celebri ready-made, dimostrando che un oggetto comune, sottratto alla sua funzione quotidiana e collocato in un contesto artistico, può essere riconosciuto come arte, Elaine Sturtevant (1924–2014) ne raccoglie l’eredità portandola alle estreme conseguenze e mettendo radicalmente in discussione l’idea stessa di autore unico. L’artista americana è soprattutto conosciuta per le sue rielaborazioni di opere di altri autori, tra cui Jasper Johns, Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg, James Rosenquist e Andy Warhol. A proposito della sua pratica, si racconta che, alla domanda su come realizzasse i propri lavori, Warhol avrebbe risposto con la celebre frase: «Non lo so. Chiedetelo a Elaine Sturtevant». Ben lontano dal costituire un mero esercizio di imitazione, la sua ricerca mette in discussione alcuni dei principi cardine dell’arte moderna, come l’autorialità, l’originalità e i l valore attribuito all’opera.

In questo dialogo a distanza fra Duchamp e Sturtevant, la tensione tra originale e copia assume una dimensione quasi vertiginosa: ironia, gioco e provocazione generano un cortocircuito percettivo in cui autenticità e duplicazione si riflettono l’una nell’altra, fino a confondersi in un sistema di rimandi e rispecchiamenti talvolta indistinguibile. Del resto, come sosteneva Marcel Duchamp, «distinguere il vero dal falso, così come l’imitazione dalla copia, è una questione tecnica del tutto idiota».

Nel 1913 Duchamp realizzò un’opera decisiva, Ruota di bicicletta, composta da una ruota di bicicletta capovolta e montata su uno sgabello di legno a quattro gambe. La ruota, sostenuta dalla forcella, può girare liberamente, introducendo così una dimensione dinamica all’interno dell’opera. Questa invenzione segna il primo esempio di ciò che, due anni dopo, Duchamp avrebbe definito “ready-made”, termine mutuato dal linguaggio dell’industria dell’abbigliamento durante il suo soggiorno a New York.

Il primo ready-made di Marcel Duchamp, Porte-bouteilles (Bottle Rack, 1914/1965), è qui presentato in una delle sue versioni esistenti, sospeso al soffitto tramite un sottile filo. L’opera appartiene alla storica tiratura autorizzata di otto esemplari realizzata nel 1964 dalla Galleria Schwarz di Milano e reca l’incisione e la firma «Marcel Duchamp 1964, exempl. Arturo», un esplicito riferimento ad Arturo Schwarz, tra i più influenti galleristi, editori e mercanti d’arte contemporanea della Milano del Novecento. Si tratta di un comune scolabottiglie industriale in metallo zincato, tradizionalmente utilizzato nelle abitazioni e nelle cantine per l’asciugatura delle bottiglie, caratterizzata da una serie di bracci metallici disposti su più livelli concentrici. Marcel Duchamp lo acquistò in un grande magazzino di Parigi e lo elevò a opera d’arte senza intervenire in modo significativo sulla sua struttura, limitandosi a sottrarlo alla sua funzione originaria e a ricollocarlo in un nuovo contesto concettuale. Attraverso questo gesto radicale, Duchamp attribuisce a un utensile d’uso quotidiano un significato inedito, trasformandolo in un’opera d’arte e mettendo in discussione i concetti tradizionali di creatività, originalità e valore artistico. .

All’ingresso della mostra, ad aprire il dialogo e il confronto intellettuale  fra i due  gli artisti è Duchamp Descending a Staircase (1992) di Elaine Sturtevant. Il video rielabora il celebre Nu descendant un escalier (Nudo che scende le scale) di Marcel Duchamp, prendendo come riferimento la riproduzione che l’artista realizzò nel 1937 mediante l’applicazione manuale della tecnica del pochoir su una base a collotipia. Una delle collotipie appartenenti a questa storica tiratura è esposta in mostra. Attraverso una sequenza di immagini sovrapposte, Sturtevant scompone e seziona il proprio movimento mentre scende una scala, traducendo nel linguaggio cinematografico il dinamismo e la frammentazione della figura che avevano reso rivoluzionario il dipinto originale del 1912.

Al centro della sala principale campeggia “De ou par Marcel Duchamp ou Rrose Sélavy, La Boîte-en-valise” (1966), il “museo portatile” che Marcel Duchamp costruì per se stesso. Appartenuta alla moglie Teeny, la valigia racchiude 77 riproduzioni in miniatura delle sue opere, compresa una fotografia del 1936 dello Scolabottiglie scattata da Man Ray. Sturtevant risponde con Duchamp Ciné (1992), con la sua enigmatica manovella di un macinacaffè. Quando viene girata proietta vignette delle sue ripetizioni di Duchamp. I Rotoreliefs di Duchamp, dispositivi ottici rotanti che generano illusioni visive, sono affiancati dal giocoso Duchamp Rotary Disc (Lanterne Chinoise) (1969) di Sturtevant, con annotazioni e diagrammi che analizzano il funzionamento dell’opera. Mentre gli erotici di Duchamp, come Objet-dard (1951/62) e Feuille de vigne femelle (1951/61), trovano corrispondenza nelle ripetizioni di Sturtevant, come Duchamp Coin de chasteté (1967),

Altro celebre ready-made di Duchamp  è L.H.O.O.Q. del 1919, una dissacrante riproduzione fotografica della celebre Gioconda di Leonardo, con baffi e pizzetto disegnati a mano dall’artista.  Il titolo è un irriverente gioco di pronunce. Letto in francese, l’acronimo suona come la frase “Elle a chaud au cul”, che si traduce letteralmente con “Lei ha il culo caldo” Con questo gesto Duchamp ha voluto così dissacrare un’icona intoccabile della storia dell’arte, criticando la venerazione passiva e conformista dei capolavori classici. Altrettanto provocatoria Fountain, composta da un orinatoio la cui rotazione ne muta il significato, qui esposta  in un collage fotografico nella ripetizione di Sturtevant.

In una sala con l’ affresco neoclassico di Martin Knoller nella volta semicircolare della galleria. Hommage à Caissa (1966):  è un’opera in cui Duchamp trasforma una semplice scacchiera in legno in un oggetto quasi rituale, dedicato a Caïssa, la figura mitologica  considerata la “dea degli scacchi”. Non è solo un omaggio estetico: è un’estensione del suo modo di pensare l’arte come sistema mentale. “È un gioco che mi ha sempre affascinato per la sua complessità. Una partita a scacchi è qualcosa di molto plastico. È una scultura meccanica, e questa bellezza è fatta con la testa e con le mani”. La  frase riassume bene la sua  visione dell’arte e l’idea di scultura: non più materia da modellare con le mani, ma struttura da costruire con il pensiero. Accanto una replica di Fresh Window (1920) di Marcel Duchamp, realizzata da Elaine Sturtevant (1992). L’opera , richiama ironicamente il fenomeno delle “vedove fresche”, in riferimento all’aumento delle donne rimaste vedove dei combattenti della Prima guerra mondiale. Sul bordo inferiore delle cornici verde menta compariva  la scritta “Copyright Rose Sélavy 1920”, uno dei numerosi pseudonimi di Duchamp e suo alter ego femminile. Il riferimento al copyright introduce un’ironia critica verso le leggi sul diritto d’autore dell’epoca, che imponevano firma e datazione come garanzia di autenticità e originalità dell’opera.

Posizionato a terra,  il celebre readymade Trébuchet (1917/64), un appendiabiti in legno chiodato che Duchamp acquistò in un grande magazzino di New York e decise di fissare direttamente sul pavimento del suo studio, trasformandolo in un tranello (trébuchet) destinato a far inciampare gli ospiti.

Fino al 23 Luglio 2026

Luogo: Thaddaeus Ropac Milano | Palazzo Belgioioso

Indirizzo: Piazza Belgioioso 2

Orari: Mar – Ven 11 – 17 | Sab 11 – 17 | Lun chiuso

Telefono per informazioni: +39 02 40701 728

E-Mail info: milan@ropac.net

Sito ufficiale: http://ropac.net

Di Cristina Tirinzoni

Giornalista professionista e critico teatrale ha cominciato a scrivere per testate femminili (Donna Moderna, Club 3, Effe, Donna in salute). E' stata poi per lungo tempo redattore del mensile Vitality e del mensile Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Di Parole e Silenzio (Genesi editore, 2026) Come un taglio nel paesaggio (Genesi editore, 2014) e Sia pure il tempo di un istante (Neos edizioni, 2010).

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