Alle Gallerie d’Italia di Milano, fino al 18 ottobre, oltre cento opere dei grandi interpreti del Rinascimento italiano e nordico. In mostra : Botticelli, Michelangelo, Tiziano, Durer, Cranac, Metys con prestiti dal Louvre, dal Prado dal British Museum e dai Musei Vaticani
“Le bellezze con le bruttezze paino più potenti l’una per l’altra” (Leonardo da Vinci)

Il genio fiorentino Leonardo da Vinci, non solo artista ma scienziato e sperimentatore instancabile dà il colpo finale alle categorie di bellezza e bruttezza di cui si parla in mostra. Riunisce in un unicum le parole così divisive di quelli che son trafitti dalla “bellezza” come simbolo ideale di buono e armonioso e di quelli che osservano la “bruttezza” che ci rimanda alla follia e all’artificio. Arma di ironia e critica sociale. In mostra, un suo disegno, ritrae una donna posta di profilo con il naso schiacciato, il mento in avanti e la bocca risucchiata dentro il volto. Leonardo disegna la bruttezza come disegna l’armonia dei volti belli e puri. Simboli del divino in terra. L’analizza, ne fa quasi una scienza, la fisiognomica. Dedica alla bruttezza lo stesso spazio di conoscenza necessario per studiarne l’anatomia e le particolarità stilistiche come farà per il volo degli uccelli e di tutto quel che è possibile studiare. Anche il “brutto” diventa bello, degno di conoscenza. Ci allontaniamo così dall’idea rinascimentale di perfezione per arrivare a una verità e naturalezza che il Rinascimento nordico ci fa conoscere attraverso la pittura fiamminga. Così Rinascimento nordico e italiano si abbracciano per dare vita a nuovi generi pittorici dove il bello ideale, la verità, la follia e l’artificio ricalcano la realtà e non solo l’ideale.

La curatrice della mostra Chiara Rabbi Bernard si è ispirata per la realizzazione dell’ esposizione al periodo storico che va dall’ultimo quarto del 400’ fino alla fine del 500’. “Il Rinascimento, dice, è sempre ricondotto alla bellezza ideale, si parla meno della “bruttezza”. Dall’ultimo quarto del 400’ grazie a Leonardo e a Albrecht Dürer si ricerca anche la bruttezza come naturale rispetto all’ideale.” Per chiarezza di esposizione la mostra “Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento” alle Gallerie d’Italia di Milano l’abbiamo suddivisa in 5 sezioni
La crisi del modello bellezza “ideale”

Il percorso espositivo mette in evidenza nella prima parte della mostra, l’opera ideale rinascimentale nella scultura “Le tre grazie “del II secolo d.c dove l’artista ha creato il simbolo perfetto dell’armonia: tre corpi diversi ma uguali, legati in un cerchio, che incarnano bellezza, gioia e abbondanza. Da lì il modello non è più cambiato lo ritroveremo in Sandro Botticelli, Raffaello Sanzio, Rubens Sanzio e Antonio Canova. In seguito anche il dipinto del pittore nordico Hans von Aachen ci rimanda il soggetto delle Tre grazie in corpi morbidi, sinuosi e carnali. Un altro quadro che invece pone in evidenza bello e brutto senza vederne l’antitesi ma forse il connubio tra rinascimento nordico e italiano è quello di Frans Floris (Frans de Vriendt) che narra di Pomona, la ninfa della mitologia romana ritratta come bellezza ideale tra fiori e frutti, simbolo della gioia e dell’abbondanza istigata dal fauno Pan, in ombra e ritratto come uomo brutto e diabolico, ad abbandonare la solitudine e la castità per l’impulso naturale dell’eros.
La bella bruttezza

Come dice il famoso detto popolare “Non è bello quel che è bello ma è bello quel che piace” che risale alla famosa frase di San Tommaso d’Aquino: “Pulchra sunt quae visa placent”, se è vero che il bello ci trafigge come ha fatto con Stendhal, la famosa sindrome da disorientamento di visone da “bellezza”. Anche il “il brutto “ ci disorienta, e ci conduce nel luogo dell’inconscio più oscuro quello della nostra follia, cupidigia e lussuria ma anche il luogo della naturalezza e della verità.
Folli, buffoni, borghesi e popolani

Gli artisti a partire dall’ultimo quarto del quattrocento si allontanano dai canoni delle forme ideali e non potendo rappresentare la natura nella sua varietà si spingono sempre di più verso la creazione di forme nuove. Deformare una figura non è più un divieto. La finalità dell’arte è cambiata e qualsiasi figura se pur mostruosa ma ben dipinta, rappresenta il vero e non l’ideale. A questo punto della mostra possiamo ammirare molte opere di pittura italiana e fiamminga che rappresentano la goliardia, la follia e l’aspetto dionisiaco della vita che si distaccano dal modello di bellezza ideale per diventare più vere e naturaliste. Una di queste di Nicolò Frangipane dal titolo “Baccanale”, in apertura articolo, rappresenta al centro della scena Bacco incoronato di tralci d’uva. Il ritratto è fortemente caricaturale come le figure attorno e fanno parte del genere tipico della deformazione e dell’artificio tipico di questo periodo.

La resa deformata dei volti attinge alla tradizione caricaturale nordica della cerchia di artisti fiamminghi come Quinten Massys e Hieronymus Bosch. La sua figura incarna la perdita del controllo, non è il dio ideale della tradizione classica ma il simbolo della sensualità e dell’ebbrezza. Bacco è diventato umano, e l’immagine rappresenta sia un monito morale per la perdita della ragione ma al tempo stesso la follia come luogo di libertà. E come scrive il grande umanista Erasmo da Rotterdam, la follia è l’ingrediente per convivere al meglio con le regole sociali.
Nel suo famoso libro “Elogio della follia”scrive:“Osservate, prima di tutto con quanta lungimiranza la Natura, madre e artefice del genere umano, abbia provveduto a che in nessun luogo mancasse mail il condimento della follia. E’ impressionante come Giove, affinchè la vita degli uomini non fosse triste e tetra, abbia infuso in essi più passione che ragione”
Le “belle” e il ritratto realistico nel rinascimento

L’arte del ritratto è stata sempre fortemente influenzata dai modelli classici e dai canoni estetici più rigidi. Spesso chi viene ritratto deve rimandare all’armonia e alle belle proporzioni. I difetti non vengono menzionati. La bellezza ideale femminile inizia ad essere sulla fine del quattrocento, imitando i modelli fiamminghi, una posa meno rigorosa, di tre quarti. Meno rigida e più realistica. I pittori veneti prediligono ritratti femminili più votati alla carnalità, mentre i pittori toscani prediligono pose più aristocratiche e un poco più rigide. In mostra molti ritratti femminili.
Il Bello e il brutto in coppia
L’associazione bello e brutto, diedero vita alla fine del cinquecento a un genere pittorico definito le “coppie mal assortite”. Coppie profane impegnate in giochi di seduzione, una giovane e bella donna accanto a un uomo vecchio e brutto oppure un giovane di bella presenza che corteggia una vecchia brutta. In mostra il dipinto di Lucas Cranach il Vecchio. Questi legami di coppia si fondano chiaramente su interessi pecuniari e vengono rappresentate in chiave moralizzante. Il Rinascimento non ha inventato solo la bellezza e la perfezione, il buono e il giusto, secondo i modelli classici ma ha promosso anche il suo contrario. Il brutto non è necessariamente cattivo, ma degno di rappresentazione e collezione.
Dove
Gallerie d’Italia, Piazza alla Scala, Milano
Quando
Dal 10 luglio al 18 ottobre 2026
Biglietti
Biglietto intero: 12€. Ridotto 10€: over 65, gruppi superiori a 15 persone. Ridotto speciale 6€: clienti Gruppo Intesa Sanpaolo. Gratuito: prima domenica del mese,under 26, scolaresche, dipendenti Gruppo Intesa Sanpaolo
