Il premier israeliano in carica, Benjamin Netanyahu, non ha perso, ma non ha nemmeno vinto

Il Likud resta il primo partito in Israele, ma il blocco del premier si ferma a 53 seggi, otto sotto la maggioranza assoluta. Eisenkot non ha i numeri per governare da solo e deve scegliere se dialogare con il blocco arabo. Ma i crimini nella Striscia non si fermano

Non possono sorridere, tantomeno gioire. Mentre la comunità arabo-israeliana è in festa per il risultato elettorale delle proprie liste con diciannove deputati che siederanno nella Knesset; mentre le alleanze maggiori, quella genocida che fa capo a Benjamin Netanyahu e ai suoi ministri Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich e l’altra d’una destra in purezza di razza e d’intenti guidata dall’ex 21° Capo di Stato Maggiore di Tsahal, il generale Gadi Eisenkot, intavolano trattative sotto banco se non con tutti almeno con alcuni dei partiti del cosiddetto Blocco arabo per chiedere un sostegno a un governo in itinere, le donne di Gaza continuano a lacrimare. Nella Striscia violentata, disintegrata, azzerata in ogni forma di vita degna di questo nome, nei più che dimezzati spettrali luoghi di sopravvivenza delimitati dal fuoco dei cecchini della “linea gialla”, fra fame e malattie tenute pungenti dai Caronte di Israel Defence Forces che impediscono l’accesso a sostegni anche primari, i lutti si succedono. Così i funerali. Quelli copiosi con centododici sudari, come accadeva ad agosto per vittime ormai putrefatte perché senza sepoltura da circa tre anni, laddove i corpi tuttora non recuperati e irrecuperabili nelle statistiche approssimative messe su da Ong internazionali s’avvicinano ai diecimila. E quelli di recente trapasso, perché agli elettori in attesa del voto di martedì 27 l’aviazione d’Israele regalava un ennesimo exploit “difensivo” con ulteriori attacchi nell’enclave palestinese. Da nord a sud. Sull’Università islamica, a Khan Younes, a Deir al-Balah per aggiungere nuovi nomi all’immensa comunità dei cadaveri. L’Idf sicuro di sé afferma che si trattava di membri di Hamas. Dunque di bersagli. E una volta individuati è bastato centrarli. E cancellarne l’esistenza. Come richiedono i programmi dei partiti di governo e dei pretendenti al nuovo esecutivo. Uniti, globalmente uniti nel considerare inesistenti i diritti del popolo palestinese, figurarsi l’ipotesi d’un loro Stato.   

Un cittadino palestinese di Israele vota alle elezioni generali israeliane in un seggio elettorale a Maghar, Israele, martedì 27 ottobre (AP Photo/Mahmoud Illean)

E’ così da sempre. Da quando il progetto coloniale di Israele s’è materializzato con una nazione che occupava territori dove famiglie arabe, stanziali e beduine, vivevano e convivevano da generazioni. E’ così da quando il ceto politico sionista ha avanzato i suoi piani per il futuro puntando su un esercito occupante e coloni (dopo lo sviluppo degli utopistici kibbutzim) che distruggevano case altrui insediandosi al posto di quegli abitanti. E’ così da quando i governi di Tel Aviv, del Labour e del Likud, decennio dopo decennio hanno avanzato la pretesa di esclusività sulla terra di Palestina, considerandola cosa propria, e rilanciando in grande stile gli esordi terroristici dell’ebraismo politico nascente in quei luoghi negli anni Trenta del Novecento. L’hanno fatto con la Golda Meir della Guerra dei sei giorni, e col premio Nobel per la pace Yitzhak Rabin fautore, con l’autoreferenziale compiacenza del sodale Yasser Arafat, d’un irreale Stato palestinese che Stato non era, bensì simulacro di un’occupazione mascherata. Il bluff s’è smascherato da sé, non per il sacrificio di Rabin sotto i colpi d’un arrembante oltranzismo ebraico, ma per l’inconsistenza di quella mossa che incarcerava la comunità palestinese (impedita a qualsiasi impulso economico, autonomia amministrativa, autodeterminazione militare) ben prima dell’edificazione del famigerato Muro. Mentre la Striscia di Gaza appena si auto organizzava, certo sotto la direzione di Hamas in luogo d’un Fatah ormai compiacente ai desideri israeliani, diventava bersaglio di una, due, dieci “operazioni militari speciali” dalle fantasiose e lugubri denominazioni. Da Piombo fuso in poi almeno due generazioni di madri hanno versato lacrime e cucito sudari prima che per mariti e parenti per quei figli appena partoriti e immediatamente sotterrati per il sanguinario volere di Memshelet Israel. L’orco Netanyahu potrà anche lasciare quel potere stretto nelle mani per decenni, ciò che gli elettori israeliani bramano a grande maggioranza è che il pianto palestinese prosegua. 

articolo pubblicato su    http://enricocampofreda.blogspot.it

Di Enrico Campofreda

Giornalista. Ha scritto per Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto, Terra. Attualmente scrive di politica mediorientale per il mensile Confronti, per alcuni quotidiani online e sul blog http://enricocampofreda.blogspot.it/ Publicazioni: • L’urlo e il sorriso, 2007 • Hépou moi, 2010 • Diario di una primavera incompiuta, 2012 • Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013 • Leggeri e pungenti, 2017 • Bitume, 2020 • Corazón andino, 2020 • Il ragazzo dai sali d’argento, 2021 • Pane, olio, vino e sale, 2022 • L'Intagliatore 2025

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