E’ stato presentato alla Fabbrica Galleria Eos di Milano l’Art Calendar 2026 Olympic Drag di Mataro si inserisce con piena legittimità nel solco dei grandi oggetti editoriali che hanno trasformato questo lavoro in un vero e proprio dispositivo culturale
Questo non è un semplice calendario, ma un dispositivo visivo e concettuale che utilizza la scansione dei mesi per mettere in scena la fluidità di genere, trasformando il tempo in uno spazio di interrogazione critica. Nel calendario di Mataro da Vergato, maschile e femminile non si oppongono né si escludono: coesistono, si moltiplicano e si riflettono all’interno della stessa immagine, restituendo la complessità delle identità e invitando a ripensarle non come dati fissi, ma come costruzioni mobili. In questo senso, l’Art Calendar 2026 Olympic Drag di presentato alla Fabbrica Galleria Eos di Milano, si inserisce con piena legittimità nel solco dei grandi oggetti editoriali che hanno trasformato il calendario in un vero e proprio dispositivo culturale — primo fra tutti il Pirelli — e si colloca al centro del discorso contemporaneo su arte, corpo e identità. Qui il corpo non è mostrato come destino, ma come scelta.

Ogni mese dell’anno diventa una performance consapevole: una citazione colta mascherata da immagine pop. La costruzione è dichiarata, l’eccesso teatrale esplicito, ostentato e rivendicato, accompagnato da continui rimandi cinematografici e artistici: James Bond, la Medusa di Caravaggio, la Nascita della Primavera di Sandro Botticelli, San Sebastiano, Tosca, Crudelia De Mon.
Ne nasce un linguaggio visivo che, grazie a un approccio tecnico innovativo capace di fondere pittura digitale e intelligenza artificiale, spezza l’equilibrio rassicurante dello sguardo. Non è un calendario pensato per essere appeso in officina o in salotto: pretende di essere discusso, interrogato, affrontato come un’opera artistica concettuale. Le pose sono volutamente esasperate, quasi una parodia affettuosa delle fotografie patinate più iconiche, dove l’eccesso diventa dichiarazione di stile e presa di posizione: artistica e politica. È un corpo consapevole del proprio potere scenico, che lo esercita con una freddezza lucida e calcolata. In definitiva, ogni mese diventa un promemoria visivo: la diversità, quando è vissuta con orgoglio, è pura gioia. Una gioia e un divertimento che esplodono in ogni dettaglio, negli sguardi intensi che non si limitano a sedurre ma sfidano, nei make-up che raccontano storie di libertà, di autoaffermazione e di conquista di sé.
Artista poliedrico, Mataro da Vergato, pseudonimo di Stefano Armati, che oltre alla pittura è performer, danzatore, attore, regista e autore di videoarte. Vive e lavora tra Bologna e Milano. Diplomato all’Istituto d’Arte e all’Accademia di Belle Arti Clementina di Bologna. La sua carriera artistica prende avvio nei primi anni Novanta durante il periodo newyorkese, decisivo per l’incontro con il computer. Da questa esperienza nasce il Periodo Grafico Digitale e, dal 1996 a oggi, la Pittura Digitale: la fotografia, prima in bianco e nero e poi a colori, diventa disegno, mentre la tecnologia si trasforma in materia pittorica. «Quando incontro il personal computer, appena apparso in quegli anni sulla scena mondiale, inizia una ricerca che mi ha portato ad abbinare la fotografia analogica prima e quella digitale poi al computer, utilizzando programmi di grafica come Photoshop. La fotografia è così diventata pittura digitale e il computer la mia tavolozza dei colori: uno strumento di modificazione della realtà che mi permette anche il dettaglio e una rifinitura minuziosa», racconta Mataro da Vergato — un nome d’arte affonda le proprie radici nel nonno paterno e nel paese d’origine, nell’Appennino bolognese.

Mataro, come nasce il calendario drug 2026?
È il naturale approdo di una ricerca che, fin dagli anni Novanta, ha messo in relazione identità, rappresentazione e tecnologia, anticipando molti dei temi che oggi attraversano il dibattito sull’arte e sul genere. Le modelle di allora erano una serie di top trans, capitanate da Eva Robin’s, che presentavo mese dopo mese come fossero vere top model, in un esplicito rimando al celebre calendario Pirelli. Fu il mio primo lavoro di pittura digitale a colori. Oggi il contesto è radicalmente cambiato. Quando sono entrato quasi per caso al Don’t Tell Mama di Milano – locale che da due anni ospita settimanalmente un gruppo eterogeneo di Drag Queen ed è ormai uno dei punti di riferimento della scena queer milanese – ho sentito riaffiorare la stessa urgenza artistica: raccontare, attraverso le immagini e insieme a loro (Lilli, Ornella, Selene, Fede, Leona), il profondo cambiamento dell’identità sessuale avvenuto nella società, con ironia e leggerezza. Una realtà non solo umana e lavorativa, ma anche profondamente artistica, che fa del corpo un linguaggio e della performance un atto politico, poetico e artigianale. La drag, qui, non è una maschera grottesca, ma diventa una costruzione mitologica: una figura olimpica che incarna forza e trasformazione. Ho così giocato con la mia pittura digitale, affiancando anche elementi di intelligenza artificiale, intervenendo sulle fotografie dei modelli che hanno scelto di posare per me, per creare non solo un ideale estetico, ma anche un vero e proprio personaggio artistico.
Le figure ritratte non sono semplicemente soggetti fotografati, ma partecipano come co-autrici a un processo che intreccia narrazione personale, elaborazione estetica e immaginazione.
Ogni fotografia prende forma anche dai racconti piùintimi della loro vita, da ciò che che accade prima e dopo il palcoscenico. È questo che rende Olympic Drag un’opera di relazione, prima ancora che di rappresentazione. Sotto l’apparente leggerezza delle immagini emerge una realtà densa e stratificata, segnata da precarietà economica, lavori faticosi, instabilità abitativa e relazioni familiari complesse. una profonda stratificazione di esperienze: precarietà economica, lavori estenuanti, instabilità abitativa, fratture familiari.I performer affrontano queste condizioni dando vita in autonomia a costumi, parrucche, coreografie, testi e canzoni, trasformando un’esistenza incerta e spesso gravosa in un processo creativo continuo.
Lei è la Monna Lisa in apertura del calendario, vero?
Sì, mi sono ispirato alla Gioconda, il presunto autoritratto al femminile di Leonardo da Vinci, una delle interpretazioni più affascinanti e discusse. Lo sfondo della Gioconda è un paesaggio misterioso e idealizzato, probabilmente una sintesi di luoghi reali cari a Leonardo, io ho messo la mia vallata di Vergato, ricca di boschi di querce e castagni. Marcel Duchamp, al contrario, intervenne su una riproduzione Gioconda, aggiunse aggiungendo baffi e pizzetto.
