È da poco arrivato in libreria il lavoro dell’artista Previtali, attiva sin dagli anni Ottanta e formatasi all’Accademia di Brera, che attraverso una selezione di dipinti a olio racconta il capoluogo lombardo in tutta la sua complessità, restituendone l’anima più profonda e segreta
Le città hanno un’anima: l’anima di chi le ha costruite, di chi le ha abitate e continua a viverle. Esiste un legame viscerale che unisce l’uomo alla propria città, ma oggi questo legame sembra essersi indebolito, come se non fosse più in grado di rispondere ai bisogni di chi la vive, talvolta arrivando persino a ostacolarli. Ma la città ha davvero smarrito la sua anima, o siamo noi che, distratti dagli input fuorvianti di una società sempre più tecnologica, non riusciamo più a coglierne la bellezza segreta? Forse non sappiamo più riconoscere il fascino misterioso che essa continua a esercitare su di noi, mentre le passiamo accanto distratti, senza accorgerci della sua storia e del suo valore. È da poco arrivato in libreria, per Silvana Editoriale, il volume di Marina Previtali “Milano messa in opera”, curato da Lorenzo Valentino, direttore della Galleria d’arte Previtali di Milano. Al centro del libro c’è lo sguardo di Marina Previtali, artista attiva dagli anni Ottanta e formatasi all’Accademia di Brera, che attraverso una selezione di dipinti a olio racconta Milano in tutta la sua complessità, restituendone l’anima più profonda e segreta. Il progetto si arricchisce di ottantacinque brevi saggi firmati da figure di spicco della vita culturale, economica e civile milanese: architetti, intellettuali, storici dell’arte, galleristi, giornalisti, poeti, filosofi, designer e musicisti. Una narrazione a più voci che intreccia arte, pensiero e memoria urbana, aneddoti e ricordi personali, riflessione critica, offrendo una lettura viva e stratificata della metropoli che aiuta la città a interrogarsi per affrontare i problemi in cui siamo immersi e a evolversi. Pensieri alternativi e strumenti di cui Milano come tante metropoli hanno bisogno, per cambiare veramente. Milano deve tornare ad essere quel laboratorio anomalo di modernità che è stata per lunghi tratti del secolo passato, senza nostalgie.

Milano, nei dipinti di Marina Previtali, pulsa come un vortice di energia, ferro e cemento. È una città fatta di riflessi, luci serali e atmosfere sospese: architetture squarciate da pennellate nervose e dense. I colori esplodono, vivi e materici. Milano, Marina Previtali — autentica flâneur dello sguardo, come la definisce con finezza Jacqueline Ceresoli, critico d’arte — la attraversa dal centro alla periferia. La Torre Velasca, un cantiere, una veduta di City Life, il Naviglio, il quartiere Ortica, le nuove “torri” dello skyline milanese. La osserva dall’alto, in prospettive aeree, si sofferma sui dettagli con meticolosa attenzione: distese di tetti industriali, ponteggi, impalcature, cantieri, squarci obliqui di architetture verticali in cui non si ravvisa alcuna traccia dell’essere umano e che riducono gli edifici a chiazze indistinte. Le architetture in costruzione alludono a presenze invisibili, a una vita che abita la città anche quando non è direttamente rappresentata. Milano si fa così specchio di un’interiorità inquieta e inafferrabile: un “labirinto” di segni che l’artista stessa sembra non riconoscere più come propri, generando disagio e una costante ricerca di autenticità. L’anima si sente estranea a un’entità — la città — che è intreccio di memorie e desideri, ma nella quale l’individuo avverte di essere accantonato. Ne nasce un’atmosfera metafisica, solitaria e silenziosa. La città, pur conservando tratti di immediata riconoscibilità, diventa una città immaginata, trasfigurata sulla tela, come se l’insieme delle vedute provenisse da un presente o da un futuro che non conosciamo e che possiamo solo immaginare o inventare. Diventa un rispecchiamento dell’anima, una testimonianza muta e insieme vibrante di un sentimento personale e cittadino. Niente caos urbano, nessuna folla anonima senza volto. Solo un invito, forse, a ritrovare nel frammento la traccia di ‘un’armonia nascosta: il cuore più autentico e profondo della città, quello che ormai nessuno sa più vedere. Citando Alberto Savinio, davanti alle tele di Marina Previtali verrebbe da sussurrare: ascolto il tuo cuore, città.
