Una scena di "Un sogno a Istanbul" con Maddalena Crippa, Adriano Giraldi e Mario Incudine, foto di Elia Pozzan

E’ andata in scena al Teatro Menotti di Milano “Un sogno a Istanbul”, pièce ispirata a un romanzo di Rumiz. Lo spettacolo proseguirà il proprio tour a Locarno per concludersi a Urbino il 19 marzo

Capelli lunghissimi e rossi, sguardo penetrante, movimenti leggeri: Maddalena Crippa sprigiona un’energia travolgente. Chi la vede sul palcoscenico del Teatro Menotti di Milano quasi fatica a riconoscerla con quella chioma rossa e fluente (“una parrucca splendida. Finalmente porto i capelli che ho sempre sognato nella vita”, racconta). E poi appare completamente calva quando Maša si ammala (indossa una calotta cinematografica). Oppure quando intona (nella lingua originale) a Maximilian la ballata struggente  della mela cotogna, una Sevdalinka, una canzone bosniaca che parla di un amore ostacolato  fra due giovani, intriso di desiderio  e malinconia,  in un momento intenso dello spettacolo che intreccia musica ed emozione, e lui, già soggiogato dal suo fascino, la invita a ballare sotto la neve. O quando  accenna passi di sirtaki, e la gioia  di vivere e di amare con intensità e ardore per il tempo che rimane prende corpo nella danza.

Un’altra scena di “Un sogno a Istanbul”, foto di Elia Pozzan

È approdato finalmente in prima milanese al Teatro Menotti “Un sogno a Istanbul”, pièce ispirata al romanzo di Paolo Rumiz, La cotogna di Istanbul. Ballata per tre uomini e una donna, nella riscrittura scenica di Alberto Bassetti, con la regia di Alessio Pizzech (proseguirà in tour  il 4 e 5 marzo a Locarno, a Urbino il 19 marzo) In scena, un quartetto di interpreti ben affiatati– Maddalena Crippa  (Maša) Maximilian Nisi (Maximilian) Adriano Giraldi (Dusko) e Mario Incudine (Vuk), autore anche delle musiche originali eseguite dal vivo, intrecciano fisarmonica, chitarra e flauto turco, amplificando suggestioni e atmosfere. La scenografia firmata da Andrea Stanisci, dominata da un piano inclinato, attraversato da un mosaico freddo di crepe irregolari,  attraversata dai suggestivi tagli di luce di Eva Bruno, restituisce visivamente  le lacerazioni degli eventi bellici e la labilità degli eventi della vita diventa metafora di dolore  e insieme di resistenza, spazio simbolico in cui si inscrive il racconto: una  storia d’amore e di morte in pieno conflitto balcanico. Come sottolinea il regista Alessio Pizzech: “Il racconto di questo amore è un paradigma della grande storia come è sempre ogni amore che scompagina i confini della nostra anima e ci spinge verso territori sconosciuti e la violenza dei sentimenti si confonde alla rabbia che porta al conflitto chiamato guerra. Cerco in questo spettacolo di restituire un racconto scenico che le nuove generazioni condividano perché la memoria del sangue versato non sia dimenticata e perché un’Europa sempre più indifferente si accorga delle proprie macerie dell’anima”.

Uno dei balletti di “Un sogno a Istanbul”, foto di Elia Pozzan

Un amore travolgente e tragico; fra la misteriosa Maša Dizdarević, donna bosniaca, mussulmana, dal fascino enigmatico — “occhio tartaro e femori lunghi” — austera e selvaggia, splendida e inaccessibile, vedova e divorziata, con due figlie che vivono lontane da lei. E Maximilian von Altenberg, ingegnere austriaco, giunto a Sarajevo incaricato di un sopralluogo . E’ la Sarajevo in macerie dell’ inverno del 1997, subito dopo la Guerra nei Balcani. Era bastato un attimo, un primo sguardo, a far nascere  fra loro una scintilla improvvisa, un sentimento intenso e inevitabile, destinato però a restare sospeso. Max torna a Vienna, lei in Russia, e prima di ritrovarsi  passano tre anni. Maša ora è malata di cancro, priva dei lunghissimi capelli che la rendevano tanto femminile e legger ma questo non impedisce al loro amore di essere finalmente vissuto intensamente. Viaggiano, vivono finché la musica, ancora una volta, segna l’ultimo respiro di Maša. Da lì in poi comincia un’avventura che porta Max nei luoghi magici di Maša, in un viaggio che è rito, scoperta e resurrezione.

Altra scena di “Un sogno a Istanbul”, foto di Elia Pozzan

Essenziale nella scenografia e rigoroso nella regia, lo spettacolo nasce da un lavoro corale solido e consapevole, costruendo personaggi credibili e restituendo alla scena ritmo, tensione e verità. Occorre però dirlo: dentro questa costruzione condivisa è la presenza scenica di Maddalena Crippa ( una delle più raffinate e talentuose attrici di prosa italiane) a emergere con particolare evidenza. Attraversando canto, danza e parola, la sua fisicità e la musicalità del gesto e della voce diventano il perno della scena, sostenute da un impianto registico che ne accompagna e valorizza ogni passaggio. C’è in lei una gioia scenica palpabile, quasi contagiosa: si avverte che abita il personaggio con una libertà piena, audace. Il piacere (e la sfida) di stare nel rischio, di attraversare registri opposti, dalla danza del sirtaki che inizia con un movimento lento e cadenzato e accelera progressivamente fino a diventare veloce e incalzante, al silenzio più tagliente senza mai perdere intensità. Rende il suo volto un luogo di verità assoluta. I lunghi capelli rossi all’inizio amplificano questa energia: girano, scattano, si accendono insieme ai suoi passi. E anche quando la malattia segna il passaggio alla calvizie, quella vitalità non si spegne. Cambia forma, si concentra, ma resta viva. È come se l’attrice trovasse nella trasformazione stessa un terreno di gioco, una sfida da affrontare con coraggio e persino con una luminosità segreta. Anche la voce attraversa registri differenti:  lirico, popolare, sussurrato, potente  e in ciascuno sembra affiorare un frammento di vita: desiderio, ribellione, nostalgia.

Il saluto degli attori alla chiusura di “Un sogno a Istanbul”, foto di Elia Pozzan

All’inizio Masa appare avvolta nei lunghi capelli rossi che ondeggiano come una fiamma viva, e ne amplificano passione e vitalità. Quel rosso è sangue, desiderio, orgoglio: affermazione di una femminilità piena, ardente. Attraversa lo spazio con slancio, come se volesse afferrare il futuro, trattenerlo a sé. I gesti sono pieni, circolari, attraversati da un desiderio che è insieme amore e ribellione. Istanbul — città-sogno, promessa di altrove — sembra vibrare in quel corpo che si offre alla vita senza misura. Poi, scena dopo scena, la metamorfosi prende forma. Il passaggio è netto, struggente. Dalla chioma rossa alla testa nuda — imposta dal tumore— emerge un volto nuovo, luminoso nella sua fragilità. Il passaggio sorprende e quasi spiazza, eppure Masa continua a muoversi. Fragile eppure incrollabile, ferita ma fiera. Crippa restituisce una donna  capace di attraversare il dolore e trasformarlo in forza viva e pulsante, restituendone la fierezza indomita e la delicatezza nascosta. In questa disponibilità piena, in questo evidente piacere di abitare la scena fino in fondo, la sua Masa acquista una forza capace di commuovere e sorprendere insieme. Con rigore e abbandono, Crippa ne costruisce un ritratto intenso, quasi sacrale, in cui la femminilità non è ornamento ma sostanza, non fragilità ma forza che arde e resta. Persino mentre il tempo si assottiglia e la fine si avvicina. La figura scenica sembra consumarsi sotto gli occhi del pubblico.  Lei resta immobile a terra, scalza come all’inizio. Le luci calano lentamente, lasciando un silenzio pieno, denso, quasi sacro.

Di Cristina Tirinzoni

Giornalista professionista e critico teatrale, ha cominciato a scrivere per testate femminili (Donna Moderna, Club 3, Effe, Donna in salute). E’ stata poi per lungo tempo redattore del mensile Vitality e del mensile Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie Come un taglio nel paesaggio (Genesi editore, 2014) e Sia pure il tempo di un istante (Neos edizioni, 2010).

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