Fumo dopo un'esplosione a Teheran sabato 28 febbraio 2026

Brucia l’Iran. Il 28 febbraio è stata bombardata una scuola di studentesse nella provincia di Hormozgan dall’esercito israeliano sotto la regia degli Stati Uniti. L’uccisione di Khamenei, la Guida Suprema del Paese, subito dopo. Il disegno appare chiaro: tornare all’epoca del governo fantoccio dello Shah, cacciato in seguito alla Rivoluzione scoppiata nel 1978

Il piano della coppia criminale della geopolitica brucia vite in Iran, come fa da trenta mesi nella Striscia di Gaza. C’è predilezione per lo sterminio di bambini nell’Erode Netanyahu, regista dei raptus bellici del compare Donald Trump che da due anni s’autoproclama eroe. Della pace o della guerra per lui fa lo stesso. Così nell’atto secondo dell’assalto dai cieli alla Repubblica Islamica aviazione e rampe missilistiche israelo-statunitense fanno piovere missili Tomahawk e ogni diavoleria tecnologica della distruzione anche su una scuola di studentesse-bambine nella provincia costiera di Hormozgan. Un colpo da oltre cento vittime, la metà del totale accumulato dal primo giorno del “Ruggito del leone” come il duo del caos sanguinario ha definito l’operazione del 28 febbraio. Dedicata al simbolo non solo del regime monarchico, fantasma vile e servile dell’imperialismo d’Occidente incarnato dallo Shah padre, ma oggi riversato sotto forma di possibile ritorno sul figlio Ciro. Incredibile. Indicibile. Eppure al momento è questo insignificante parvenu a essere indicato da una parte della diaspora, come lui riparata o svezzata all’estero, possibile artefice d’una ‘normalizzazione’ del Paese. E nelle recenti ore di fuoco su una nazione stremata da cento embarghi e da cento e uno nemici esterni e interni, c’è anche chi plaude alla distruzione che seppellisce sotto le macerie del rifugio-bunker, violato e sbriciolato, il grande vecchio Ali Khamenei. Che risulta colpito e annientato dopo un’esistenza tutto sommato lunga, caratterizzante l’intera Rivoluzione khomeinista, con il Ruhollah e ben oltre i suoi dogmi sul ruolo della Guida Suprema e i gangli di potere trascinati per decenni. Ne risulta piegata la resistenza del simbolo del clero militante capace di condizionare e di guidare, almeno per un periodo, l’intera nazione e il suo popolo. Ne risultano piegate la fedeltà ad Allah e l’imitazione di Hossein, il martire per eccellenza immolato alla causa.

La residenza di Ali Khamenei distrutta

Quell’Iran militante consolidato nella fede e nella lealtà alla rivoluzione antimperialista del Medioriente che resiste è meno presente, meno convinto, meno reattivo a colpi esterni che stanno decimando leader e possibilità di replicare a nemici giurati, resi ruvidamente implacabili dalla forza della tecnologia e dal potere del denaro. Con cui questi nemici addestrano e infiltrano spie, comperano anime della defezione e impartiscono punizioni letali. Le stesse ultime speranze del potere dell’Iran khomeinista – i pasdaran e i basij – vengono attaccati con azioni belliche e d’Intelligence e probabilmente corrotti in alcuni elementi che rivelano luoghi e circostanze in cui gli obiettivi sensibili possono essere liquidati. Gli strikes su diversi uomini-simbolo, ultimi Khamenei e forse Mahmud Ahmadinejad, e prima Qasem Soleimani e i leader amici Ismāʿīl Haniyeh e Hassan Nasrallah, fanno sollevare quest’ipotesi. Resta un presente incertissimo per il Paese che non ha pronta alcuna alternativa all’ormai storica formula clero più Guardiani della Rivoluzione. Oppure una formula sempre interna al sistema, in versione riformista o moderata peraltro già conosciute in altre fasi. E chi sostiene che questo è il passato, un’epoca comunque non difforme dall’impianto statale khomeinista, dunque nulla di nuovo, medita un’alternativa che non potrà che risultare anticlericale. Nonostante ciò le piazze fedeli alla patria, non solo quelle in chador, pur scosse dalle bombe di queste ore hanno solidarizzato con l’attuale governo, pianto l’assassinio di Khamenei, maledetto i due “Satana” assalitori in nome d’una nazione da non svendere né sottomettere. Sono le aspettative di quei cittadini convinti di cambiare un governo che li affama e reprimere, fino a uccidere migliaia di cuori dissidenti come nei giorni dello scorso gennaio, a contrapporsi a loro. Ed è su tutta questa gente, polarizzata fra il passato noto e mitizzato d’una rivoluzione giudicata al tramonto e un futuro indefinito e manipolabile da chi non ama l’Iran, che oscilla la paura del grande vuoto che s’affaccia sui grandi crateri degli edifici sventrati. Come in Libano e nella Striscia dove la coppia del terrore ha allungato le proprie grinfie per piegare e piagare il Medioriente.

articolo pubblicato su    http://enricocampofreda.blogspot.it

Di Enrico Campofreda

Giornalista. Ha scritto per Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto, Terra. Attualmente scrive di politica mediorientale per il mensile Confronti, per alcuni quotidiani online e sul blog http://enricocampofreda.blogspot.it/ Publicazioni: • L’urlo e il sorriso, 2007 • Hépou moi, 2010 • Diario di una primavera incompiuta, 2012 • Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013 • Leggeri e pungenti, 2017 • Bitume, 2020 • Corazón andino, 2020 • Il ragazzo dai sali d’argento, 2021 • Pane, olio, vino e sale, 2022 • L'Intagliatore 2025

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