E’ andato in scena al Teatro Carcano di Milano “Guarda le luci, amore mio”, progetto teatrale tratto dal libro omonimo della scrittrice Ernaux, vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura 2022 nell’adattamento della regista Cescon con Flabbi, traduttore italiano dell’autrice francese
L’ipermercato è come un grande teatro del nostro vivere collettivo: parla di noi, di chi siamo, di come viviamo, delle nostre abitudini, della nostra famiglia. E’ sufficiente osservare il modo in cui riempiamo il carrello, in quali orari facciamo la spesa, quali prodotti scegliamo, e quali ignoriamo. In Guarda le luci, amore mio, uscito in Francia nel 2014, pubblicato in Italia da L’Orma Editore nel 2022, Annie Ernaux – Premio Nobel per la Letteratura 2022 – racconta sotto forma di diario un anno di visite all’Auchan di Cergy nella periferia parigina, dove risiede la scrittrice.
I suoi giri tra gli scaffali, carrello alla mano, diventano occasioni di riflessione sul capitalismo, la società dei costumi, le disparità di genere (le grandi frequentatrici del supermercato sono le donne), le classi sociali (si riconosce subito chi è economicamente agiato: fa la spesa senza guardare i prezzi) e la quotidianità affettiva delle persone, annotando le contraddizioni e le ritualità, ma anche le insospettate tenerezze, di quel tempio del consumo, le varietà culturali tra individui profondamente differenti per età, disponibilità economica, cultura, e provenienza. Ernaux osserva e racconta con lucidità e tenerezza le dinamiche umane: una nonna che finisce per accontentare la nipotina comprandole l’ennesimo regalo una giovane coppia tentennante di fronte al banco dei formaggi, la solitudine del pensionato che cerca insistentemente qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere e l’entusiasmo di una giovane mamma che si rivolge alla figlia nel passeggino e, indicandole le luci natalizie che adornano il supermercato, le dice: «Guarda le luci, amore mio».

Denso e profondo, il testo di Annie Ernaux è permeato da una sincera affettuosità verso l’umanità, accompagnata da una lucidità sottile e penetrante. La prima trasposizione teatrale di “Guarda le luci, amore mio” era dunque attesa con una certa curiosità, alimentata dal valore dell’autrice e dalla natura profondamente osservativa del testo originale. E’ andato in scena al Teatro Carcano di Milano fino al 22 marzo nell’adattamento della regista Michela Cescon con Lorenzo Flabbi che è il traduttore italiano della scrittrice.
La scena è sobria ed essenziale dominato da un telo bicolore squarciato da un’illuminazione fredda, impersonale, che ricorda i neon commerciali, un tavolo, una sedia, una poltrona e una scrivania colma di libri. In scena convivono due presenze che sono, in realtà, la stessa persona: la scrittrice e l’osservatrice in continuo dialogo fra loro. Valeria Solarino e Silvia Gallerano indossano pantaloni, camisacci e giacche in tessuto di jeans blu, come operai di una catena di montaggio o di una fabbrica. Si scambiano battute, parlano di luoghi e situazioni quotidiane. Scene, luci e costumi sono ideate da Dario Gessati, il sound designer è Shari DeLorian.
Trasporre un testo a teatro è sempre una sfida, perché significa trasformare parole scritte in azione viva, concreta, visibile. La difficoltà sta proprio in questo equilibrio sottile, nel riuscire a restituire lo spirito del testo trovando al tempo stesso un linguaggio teatrale autonomo, capace di parlare direttamente al pubblico. Fatte queste necessarie premesse, lo spettacolo — pur attraversato da alcuni momenti suggestivi — nel suo insieme non riesce a restituire appieno la potenza del testo, lasciando affiorare più di una perplessità. Tra i suoi limiti, nonostante la partecipazione sincera di Cescon e l’impegno generoso delle due attrici, emerge una certa ridondanza, particolarmente evidente in una gestualità a tratti troppo esagerata e compiaciuta, smussando proprio quegli elementi che nel libro risultano più penetranti.

Nell tentativo di restituire la lucidità fine e stratificata di Ernaux, la trasposizione scenica ne attenua la profondità: ciò che dovrebbe restare intimo, persino scomodo, viene a tratti ridotto a gesto teatrale esibito, tradendo una recitazione che resta in superficie È proprio questa ostentazione a generare una deriva persino nel il ridicolo, riducendone la portata riflessiva e la tensione critica del testo. Ne deriva uno scarto evidente tra la densità della scrittura e la sua resa sul palco, come se l’urgenza di mostrare il nostro rapporto con la società dei consumi materializzata nell’ipermercato, finisse per soffocare quella di comprendere. E così, invece di aprire uno spazio di riconoscimento e interrogazione, la scena si richiude in una forma che rassicura, lasciando allo spettatore non tanto un’esperienza da attraversare, quanto un’immagine da consumare. Proprio come accade, paradossalmente, dentro ciò che pretende di denunciare, rivelando le contraddizioni e le fragilità della società dei consumi. E la mercificazione della realtà. Nell’ipermercato tutto diventa prodotto: non solo il cibo, ma anche il tempo, i desideri, persino le emozioni. Dove l’ipermercato sostituisce altri luoghi sociali, mercati, piazze, piccoli negozi), ma non crea veri legami. Dove Il tempo trascorso nell’ipermercato non è un tempo “vissuto” pienamente, ma un tempo assorbito dal consumo, ripetitivo e standardizzato.
