Una scena di Casanova (Credit Luca Del Pia)

Lombardi porta in scena al Teatro dell’Elfo-Puccini di Milano un anziano conquistatore alle prese con le sue visioni

Inverno 1798. Nel castello di Dux, in Boemia, il vecchio bibliotecario al servizio del conte di Waldstein vaga tra i corridoi bui con una candela in mano, inseguendo i volti che sta dimenticando, senza riuscire più a trattenerli nella memoria. È Giacomo Casanova, uomo dai mille volti, avventuriero, filosofo, letterato, seduttore instancabile. Ormai anziano, solo e amareggiato, lontano dai fasti del passato, quello dei salotti, dei viaggi, delle corti, dalla vita rocambolesca, trascorre le sue giornate tra vecchi libri  circondato  da i cortigiani che parlano una “lingua canina e sgraziata incapace di formulare un’idea complessa”. Arrivato al settimo volume delle sue memorie, i suoi celebri Mémoires de G. Casanova. Ècrits par lui-même, un’opera monumentale di circa 3.920 pagine, in francese. Ha iniziato a perdere la memoria e, terrorizzato, ha fatto chiamare un medico mesmerista per recuperarla.

È l’insolito, malinconico, Casanova, diretto da Fabio Condemi e interpretato da Sandro Lombardi nel ruolo del protagonista, andato in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano dopo una lunga tournée iniziata nel 2025, in occasione del 300° anniversario della nascita di Giacomo Casanova (Venezia, 2 aprile 1725 – Dux, 1798). Ne vogliamo parlare, benché le repliche si siano ormai concluse, perché questo Casanova di Condemi appartiene a quella rara categoria di spettacoli che non esauriscono la propria forza nel tempo della rappresentazione. Al contrario, continuano a risuonare come un’eco ostinata, capace di illuminare, per vie impreviste, le tematiche del presente. Liberamente ispirato alle memorie autobiografiche del celebre intellettuale veneziano, lo spettacolo si avvale, infatti, del testo di Fabrizio Sinisi, che rielabora le vicende i pensieri del grande seduttore e scrittore in una dimensione onirica e visionaria in cui il ricordo, la perdita e il trascorrere inesorabile della vita diventano i veri protagonisti del racconto.

Sandro Lombardi in una scena (Credit Luca Del Pia)

Al centro della scena non vi sono infatti le celebri avventure galanti del protagonista quanto il lento lavorio della memoria e il rapporto, insieme doloroso e ineludibile, con il tempo. Il Casanova immaginato da Condemi appare come una figura disallineata, sospeso tra il timore dell’oblio di un mondo che si sta spegnendo e di cui è stato parte e testimone, e l’incapacità di aderire pienamente al presente che gli si dispiega dinanzi in cui non si riconosce. In questa prospettiva, il Casanova di Condemi diventa l’emblema di una condizione più ampia: quella di un soggetto smarrito, incapace di riconoscersi in un presente percepito come radicalmente estraneo, sospeso tra un mondo antico al tramonto e un futuro rivoluzionario ancora tutto da esplorare. Nel tempo incerto che abitiamo, mentre vacillano assetti mondiali che credevamo stabili e la storia sembra aver ripreso il suo volto più drammatico e imprevedibile, la malinconica parabola del protagonista finisce per riflettere il nostro stesso smarrimento, interrogando, insieme, ciò che resta della nostra memoria, immersi in una dimensione di “eterno presente”, in cui il tempo si contrae sull’istantaneità e sull’oblio della cancel culture: tutto accade, tutto si consuma, tutto viene immediatamente dimenticato o cancellato.

Durante la seduta di ipnosi condotta dal medico mesmerista, lo stato alterato di coscienza consente a Casanova di accedere ai propri ricordi. Tuttavia, la memoria non assume una funzione consolatoria: si presenta piuttosto come uno spazio fluido e instabile, in cui l’identità del soggetto si disgrega e si ricompone continuamente, senza mai coincidere pienamente con ciò che è stato. E ci si interroga: la memoria consola o inganna? Il passato è davvero ricordo o pura invenzione? E, soprattutto, è davvero la memoria ciò che Casanova cerca, oppure, giunto alla fine del viaggio, l’unico vero sollievo risiede nell’oblio, in un mondo in cui non si riconosce più?

Una scena al Teatro Elfo-Puccini di Milano (Credit Luca Del Pia)

Tutto ha inizio con un episodio di epistassi: un bambino con il sangue che cola copiosamente dal naso, portato dalla madre da una praticona che lo rinchiude in una cassa. Vediamo poi Giacomo oppresso dai preti, attirato dai suoni e dalla gioia del carnevale, come se la vita lo sfiorasse e insieme lo respingesse. Mentre insegue la madre che lo ha abbandonato su una riva scura, e poi quando cerca di scappare dal cono di luce del carcere dei Piombi, in dialogo con Voltaire. Tuttavia, ciò che riaffiora non coincide con il racconto dei suoi Mémoires: non sono ricordi lineari, ma visioni, premonizioni e apparizioni. Figure decisive della sua esistenza tornano a visitarlo in questa lunga notte interiore: il frate Marino Balbi, compagno di cella durante la prigionia nei Piombi e accusato di empietà, magia e massoneria; la giovane Henriette, forse il suo unico vero amore perduto, che tuttavia Casanova non riesce più a mettere a fuoco nella memoria. L’ultima cosa che lei gli disse — o meglio gli scrisse su un vetro — fu: «Dimenticherai anche Henriette e l’esoterica Marchesa d’Urfé, in un intreccio di esoterismo e fascinazione intellettuale».

Lo spettacolo si avvale dell’interpretazione di Sandro Lombardi, tra i grandi protagonisti del panorama teatrale italiano. In lui si riconosce una sapienza recitativa assoluta, rifulgente negli sguardi, nei passettini stanchi, nelle improvvise accelerazioni energiche, negli smarrimenti, negli slanci e negli impeti, in una continua ricerca di una memoria fragile come la luce tremolante di una candela. Capace di passare dalla crudeltà all’ironia, dall’autocompiacimento alla stanchezza, Lombardi riesce a restituire una figura complessa, sospesa tra decadenza e lucidità. Assecondato da un gruppo di comprimari di grande rilievo.  Betty Pedrazzi, strepitosa nel ruolo della Marchesa D’Urfé, estimatrice delle arti esoteriche, costruisce il personaggio con pochi gesti calibrati e un timbro vocale inconfondibile: ironica e caustica il giusto, capace di strappare sorrisi ma anche di stimolare profonde riflessioni, in particolare nel malinconico dialogo finale. Marco Cavalcoli restituisce tutta l’ambiguità del medico mesmerista, sospeso tra magia e scienza, mentre Simona De Leo incarna l’intensità dell’amore di Henriette, trasformando la parola in monologo e il corpo nudo in pura donazione (anche agli spettatori). Alberto Marcello, nei panni di Voltaire, è sospeso su una scala:  non è mera scenografia ma mette in luce la distanza filosofica e politica tra i due grandi protagonisti del Settecento europeo. Da segnalare infine il giovane Edoardo Matteo, che offre un’interpretazione delicata e convincente di Casanova bambino.

La maestosa e cangiante scenografia di Fabio Cherstich è continuamente attraversata dalla sensazione della fine . Gli eleganti costumi di Gianluca Sbicca attingono all’immaginario della Venezia dei Bellini e di Tiepolo, evocandone lo splendore pittorico. L’ambiente sonoro di Andrea Gianessi fa risuonare la Venezia del Settecento in una trama elettronica di echi e riverberi. Il suono si parcellizza, si moltiplica, si aggrega e si disperde. Le sonate di Antonio Vivaldi, decostruite e ricomposte, riecheggiate o straniate in timbri sintetici dal sapore retrofuturista, insieme ai campionamenti elettronici derivati dalle sperimentazioni novecentesche sullo strumento, danno vita a una trama sonora cangiante e in continuo divenire. Al centro di questo mondo acustico pulsa il violoncello, origine e perno dell’intera costruzione sonora.

Il disegno luci è firmato dalla giovane talentuosa lighting designer teatrale Giulia Pastore, (nel 2024 vince il Premio Ubu come miglior disegno luci per lo spettacolo La ferocia). Non c’è quasi mai una piena e  uniforme visibilità uniforme: Pastore lavora per sottrazione, attraverso tagli netti, spesso laterali o radenti, lasciando ampie zone nell’ombra e creando passaggi improvvisi dal buio alla visione. Le zone illuminate emergono come “frammenti” di ricordo, facendo affiorare dettagli, superfici e presenze che si accendono per un istante, rincorse come si rincorrono le cose belle nel dormiveglia, nel tentativo di sottrarle all’oblio. Come le luci colorate di una giostra, le figure che appaiono a Casanova non rimangono mai fisse ma si manifestano e svaniscono come visioni, sempre prossime allo spegnimento.

Alla chiusura dello spettacolo, mentre le luci si spengono sulle sue memorie, Casanova rivive con orrore le violenze della Rivoluzione. Una mongolfiera si leva nel cielo dello spettacolo, simbolo di una fuga impossibile. La marchesa, afflitta, sospira: “Soltanto ieri ero una bambina, e ora sono un povero mostro divorato dal terrore della morte. Continuo a chiedermi: quanto tempo mi resta?” Casanova, sfinito ma visionario e apocalittico, guardando oltre, fino al nostro tempo, le risponde, prefigurando un futuro incredibile: “Non disperate, Marchesa. Guardate: stiamo per renderci immortali. Quando un pezzo del corpo si logorerà o si ammalerà, lo sostituiremo con uno nuovo… e quando anche le ossa si seccheranno, le rimpiazzeremo con altre di ferro e titanio. Diventerete una creatura divina, mezza donna e mezza macchina, ma con dentro un’anima antica e bellissima. Quando il vostro sangue si sarà invecchiato, prenderemo quello di qualcun altro. E attraverseremo i secoli futuri, assisteremo a guerre, incendi e alla fine del genere umano. Vedremo la Terra ridursi a un deserto. Tutto svanirà sotto un sole invecchiato, che crescerà e si gonfierà fino a diventare gigantesco e rosso, come un bubone infetto”.

Di Cristina Tirinzoni

Giornalista professionista e critico teatrale ha cominciato a scrivere per testate femminili (Donna Moderna, Club 3, Effe, Donna in salute). E' stata poi per lungo tempo redattore del mensile Vitality e del mensile Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Di Parole e Silenzio (Genesi editore, 2026) Come un taglio nel paesaggio (Genesi editore, 2014) e Sia pure il tempo di un istante (Neos edizioni, 2010).

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