Gli spazi de Il Forte Arte Milano fino al 12 giugno ospitano MONSTROSITIES, la nuova mostra personale dell’artista multidisciplinare Montoneri
“La meraviglia non è solo stupore, è anche il desiderio di entrare in quel mondo che si apre davanti a noi. È come una porta: una volta attraversata, la prospettiva cambia”. Nelle conversazioni con Patrizia Grigolini, antiquaria e raffinata interior designer, titolare della storica galleria “Il Forte Arte” (attiva dal 1989 nella località versiliese), ricorre spesso una parola, un concetto che appare semplice ma racchiude una forza profonda: la meraviglia. Quella autentica, capace di nascere in un istante, davanti a un dipinto o un oggetto bizzarro, nella sorpresa di un incontro. “E’ una sensazione di espansione che amplifica il nostro senso di connessione con il mondo. Un modo per tornare a vedere e a relazionarci con ciò che ci circonda con occhi nuovi”, racconta. Patrizia Grigolini ha coltivato questa sensibilità fin dagli esordi, guidata dalla passione per l’arte e per la bellezza, seguendo sempre un’intuizione personale, raffinata e mai scontata. Dopo oltre trentacinque anni di esperienza, lo scorso anno ha deciso di portare la sua visione del meraviglioso anche a Milano, nelle eleganti stanze di Palazzo Bagatti Valsecchi (via Santo Spirito 7). Più che una semplice galleria, Il Forte Arte Milano si presenta come una moderna Wunderkammer: uno spazio che custodisce e propone una selezione di opere rare e pezzi unici, in cui dipinti, sculture, oggetti d’arte e creazioni contemporanee, con un’attenzione particolare all’arte contemporanea e al design emergente, convivono in un dialogo armonioso e sorprendente. Ogni stanza invita alla scoperta, trasformando la visita in una narrazione visiva che celebra la meraviglia e l’inaspettato.

Dal 27 maggio 2026 al 12 giugno, gli spazi de Il Forte Arte Milano ospitano MONSTROSITIES, la nuova mostra personale di Maurizio Montoneri, in arte MONS (ai tempi della scuola i compagni, lo ribattezzarono “Mons Montis”,un gioco scherzoso ispirato al latino dal suo cognome Montoneri). Classe 1970, studi classici, letterari e filosofici, artista multidisciplinare, da anni porta avanti una ricerca che, movendosi tra eleganza e inquietudine, disciplina estetica e libertà espressiva, intreccia arti visive, musica, video e cultura contemporanea, dando vita a un linguaggio esperienziale unico e immersivo. Come un Ulisse contemporaneo, naviga tra tempeste di idee e maree interiori, sospeso in una precarietà geografica che lo porta da Roma a Genova, da Londra alla sua isola di Kythira — Citera (“sono anche un po’ greco”), tra il Peloponneso e Creta, l’isola di Afrodite, nata dalla schiuma del suo mare, secondo la mitologia. “E’ un luogo di pace e solitudine a tinte abbacinanti”, dice. E poi chissà, forse Mons, ogni tanto, si concede anche una fuga nell’Iperuranio di Platone, il mondo nel quale risiedono le idee perfette ed eterne, incorruttibili.
Montoneri gioca con le parole e i loro significati, a partire dal titolo, nato dall’assonanza tra il suo cognome e il termine inglese monstrosities. Tra ironia ed etimologia, l’artista trasforma il “mostruoso” in un atto di rivelazione., generando un cortocircuito tra spaesamento e ironia, tra esperienza estetica e riflessione concettuale. l suoi monstrum – rifacendosi all’etimo latino – non è infatti il mostruoso, ma il prodigio, il segno straordinario, inviato dagli dèi per ammonire o rivelare una verità nascosta. Il mostruoso è, etimologicamente, ciò che viene mostrato – E’ ciò che emerge e si manifesta allo sguardo. Definisce la sua mostra una ‘personale collettiva’, un felice ossimoro che tiene insieme l’unità autoriale e l’irrequieta varietà delle forme espressive. Qui prende vita una tensione vibrante: tra l’identità unitaria dell’autore e la molteplicità dei linguaggi che la attraversano, Dagli echi della Pop art vibranti di nuova energia al segno grafico della scuola della Bauhaus, incluso il suono; linguaggi che non si sommano semplicemente, ma si trasformano reciprocamente, suono incluso, generando nuove possibilità espressive. “Sono i miei mostri personali e prima o poi andavano messi in mostra”. Anche la musica, elemento centrale della pratica di MONS — attivo anche come DJ e performer sonoro, e per il quale il mixing rappresenta una vera pratica autoriale, con montaggi atmosferici e narrativi evidenti anche nelle collaborazioni con Julian Lennon — non si limita a fare da accompagnamento, ma si integra pienamente nell’opera, creando una narrazione fluida e coinvolgente.

Ad accoglierci è una barra luminosa in legno laccato oro, appesa alla parete, con la scritta: posso ottenere quello che non voglio. Rompe la logica lineare del desiderio e mette in discussione controllo. Sembra paradossale perché mette insieme due idee che normalmente si escludono: ottenere qualcosa e non volerla. Un dispositivo concettuale che ti sorprende e ti costringe a fermarti e interpretare. Perché può avere senso: a volte una persona dice di “non volere” qualcosa a livello conscio, ma nei fatti si comporta in modo da ottenerla. Ci potrebbe essere anche una lettura più ampia: non abbiamo controllo totale sugli esiti. E quell’“ottenere inatteso” può rivelarsi positivo o illuminante, anche se inizialmente indesiderato. Mons lascia volutamente aperto il senso, invitandoci a cogliere significati inattesi. Non risolve il paradosso, lo trasforma in spazio di scoperta. “Come per Platone le idee restano appese: chi osserva può coglierne diverse. E io, divertito ,osservo”, chiosa sibillino.
Affiancati in un dittico, due dipinti di forte impatto visivo uniscono un’estetica glamour a echi di pop art. Nel primo dipinto, Brindar con la Muerte richiama il tema del memento mori, reinterpretandolo però con un tono ironico e contemporaneo. Una figura femminile, caratterizzata da labbra rosso intenso, occhiali neri e una flûte tra le mani, si confronta simbolicamente con la morte. Il teschio, integrato come maschera o come elemento di un make-up ispirato alle calaveras messicane, evoca la fragilità dell’esistenza umana. Ne emerge un’immagine sospesa tra fascino e inquietudine, seduzione e presagio, nella quale la morte si trasforma in un elemento estetico e fortemente stilizzato. Il gesto del brindisi celebra la vita e i suoi piaceri, ma al tempo stesso ne evidenzia l’inevitabile transitorietà.
Dominata da una palette di rossi profondi e neri intensi, Vampira richiama il fascino delle dive cinematografiche degli anni Cinquanta. La figura, sospesa tra eleganza e mistero, assume i contorni di una sorta di Monna Lisa della pop art. Il suo volto magnetico e sfuggente appare al tempo stesso familiare e distante: appartiene all’immaginario collettivo, ma resta irriducibile a una precisa identità. In questa ambiguità risiede la forza dell’opera, che intreccia glamour, seduzione e suggestioni gotiche in un’unica presenza visiva di grande impatto.

In una sezione della mostra si apre una stanza abitata da presenze minimali: insetti ridotti a segni grafici, simili a alfabeti primordiali o a tracce diagrammatiche che richiamano le sperimentazioni di Joost Schmidt, tra i protagonisti della ricerca tipografica e grafica del Bauhaus, dove insegnò contribuendo a ridefinire il rapporto tra immagine, segno e comunicazione visiva. Qui la figurazione si dissolve gradualmente, trasformandosi in vibrazione segnica e superficie essenziale. Dell’insetto non resta più la rappresentazione mimetica, ma la sua idea, il suo ritmo interno, la sua struttura invisibile, facendo di questo piccolo insetto un vero e proprio monstrum: prodigio, e occasione di stupore. “Vorrei avere, anche solo per un istante, la leggerezza silenziosa degli insetti”, ci racconta l’artista. “Sembrano appartenere al mondo in modo naturale: nascono, si muovono, cercano il cibo, costruiscono ciò che devono costruire e continuano il loro cammino. Nessuno di loro si chiede se sta facendo abbastanza, se è all’altezza delle aspettative o se avrebbe potuto scegliere una strada diversa. Non si interrogano sul senso della vita, non si tormentano per il passato né si preoccupano del futuro, vivono solo nel presente. Accettano il mondo così com’è, senza combatterlo, seguono il loro istinto, senza cercare spiegazioni o giustificazioni. Ognuno compie il proprio cammino con naturalezza, perfettamente inserito nell’equilibrio della vita. Una formica trasporta il suo carico, un’ape vola da un fiore all’altro, una mosca fastidiosa che ama tanto ronzarci intorno è necessaria per mantenere l’equilibrio degli ecosistemi. Osservarli suscita in me una sorta di invidia: la loro semplicità, la capacità di esistere senza complicazioni, è ciò che spesso manca agli esseri umani”.
Infine, in continuità con il percorso curatoriale della galleria, orientato alla promozione di progetti capaci di mettere in dialogo design, arte e ricerca, trovano spazio anche le lampade da tavolo della collezione Diva, firmate dallo studio milanese Dedicato Design, fondato da Giacomo Scarcia e Riccardo Zegna Baruffa. Realizzati artigianalmente e numerati uno a uno, questi pezzi esprimono una ricerca materica che si traduce in un raffinato vocabolario di superfici e texture: dai marmi naturali — Verde Alpi, Verde Guatemala, Rosso Levanto, Patagonia, Bahia Azul, Emperador Dark e Cobra Gold — al legno di iroko, fino al metallo. Lontane dall’essere semplici elementi d’arredo, le lampade entrano nel percorso espositivo come vere e proprie architetture luminose: presenze sceniche dalle geometrie essenziali che dialogano con l’estetica rigorosa delle opere di MONS, facendo “luce “sul suo immaginario visivo proteiforme.
