Negli spazi dell’esclusivo VIK Milano, un hotel con affaccio sulla Galleria, è stata allestita fino al 18 marzo l’esposizione “Astrazione“, aperta non solo agli ospiti ma anche ai visitatori esterni. L’albergo a cinque stelle milanese è diventato uno spazio di incontro e dialogo, dove artisti affermati e giovani talenti emergenti trovano una cornice prestigiosa per presentare e far conoscere il proprio lavoro
L’arte astratta conserva ancora oggi una forza rivoluzionaria? Nata agli inizi del Novecento come gesto di rottura radicale con la rappresentazione tradizionale, l’astrazione non fu soltanto un nuovo stile — niente paesaggi, niente volti, ma forme e colori capaci di parlare direttamente alle emozioni — bensì una trasformazione profonda del pensiero artistico, che metteva in discussione l’idea stessa di rappresentazione, dove percezione e intuizione prevalevano sulla semplice riproduzione. Nel tempo ha continuamente ridefinito il proprio ambito, interrogando il rapporto tra forma, colore, spazio e percezione. E oggi, nel nostro mondo ipervisivo e iperconnesso, in cui tutto si traduce in immagine e rappresentazione immediata, quale ruolo può ancora assumere l’arte astratta?
È proprio la mostra collettiva Astrazioni, curata da Alessandro Riva, ad aiutarci a comprenderlo. L’esposizione è allestita fino al 18 marzo negli spazi dell’esclusivo VIK Milano, hotel a cinque stelle con affaccio sulla Galleria. Non semplicemente un luogo espositivo, all’interno dell’hotel, aperta non solo agli ospiti ma anche ai visitatori esterni, bensì un autentico spazio di incontro e dialogo, dove artisti affermati e giovani talenti emergenti trovano una cornice prestigiosa per presentare e far conoscere il proprio lavoro. Attraverso un percorso suggestivo, la mostra Astrazioni propone uno sguardo sull’arte astratta italiana dalla fine degli anni Novanta a oggi, riunendo cinque artisti di generazioni diverse, ciascuno portatore di un linguaggio personale e di un’autonoma interpretazione tra ricerca formale, materica e concettuale. Ne emerge con chiarezza un tratto essenziale dell’arte contemporanea: l’astrazione non si riduce a mero esercizio estetico autoreferenziale né a puro virtuosismo formale, ma si afferma coma pratica di resistenza interiore e spirituale. Un gesto “inattuale” che sfida le logiche del consumo immediato e la superficialità del quotidiano, e restituisce allo sguardo uno spazio di silenzio e densità riflessivi per farci percepire ciò che il visibile non mostra. E in tempi di sovraccarico visivo, proprio per questo questo può essere un atto profondamente rivoluzionario. Necessario per nutrire lo spirito
Appassionato studioso del Futurismo, saggista, scrittore e performer, Roberto Floreani (Venezia, 1956) è oggi considerato un autentico pioniere del nuovo corso dell’astrazione italiana. Ne afferma con convinzione la costante attualità, intendendola come uno spazio di libertà mentale e di indagine interiore, capace di sottrarsi tanto alle semplificazioni dell’immagine quanto alle dinamiche più superficiali del sistema visivo contemporaneo. In questa prospettiva, l’astrazione diventa un gesto consapevole di distanza dalla confusione e dall’appiattimento sul presente: un atto di sottrazione alla riproduzione ossessiva del reale, volto a recuperare una dimensione di silenzio, introspezione e persino di rinnovata, benefica spiritualità (che, peraltro, era già presente fin dalle origini in una parte significativa dell’Astrazione. In un’epoca dominata dalla velocità e dal materialismo, il suo lavoro propone una sostare un invito a riconoscere che ogni realizzazione visibile nasce sempre da uno spazio interiore, silenzioso e generativo.

Nel lavoro di Giuseppe Floreani, la Soglia non è un confine, ma un punto di passaggio simbolico tra progetto e realizzazione, dove l’idea diventa materia. Le opere “Piccola Soglia del 3” e “Piccola Soglia del 9” esplorano questo concetto attraverso i numeri: il 3 simboleggia l’inizio, l’equilibrio e l’emergere della forma, mentre il 9, suo multiplo, rappresenta il compimento, la pienezza e la realizzazione armonica del processo creativo. La “Soglia” è una possibilità, non un obbligo: un limite n oltre che può essere esplorato, ma anche contemplare senza doverlo attraversare, riscoprendo il valore dell’attesa e la libertà di restare “al di qua”, un oltre che può essere esplorato, ma anche solo contemplato; perché esiste anche il piacere dell’attesa, del rimanere in quel limite che si può scegliere di non varcare ma
La “Costellazione binaria” rappresenta una metafora della polarità fondamentale – come luce e ombra, progetto e compimento – che guida ogni trasformazione. Analogamente a una costellazione, punti distinti si collegano in un ordine invisibile, visibile solo allo sguardo di chi osserva. Pur richiamando il linguaggio digitale (0–1), non è un concetto tecnico, ma indica in chiave simbolica la polarità necessaria alla generazione del sens, trasformando elementi separati in un disegno coerente. Floreani utilizza questi elementi numerici e strutturali per una ricerca filosofica e metafisica, non matematica in senso tecnico..

Prematuramente scomparso nel 2014 a soli 48 anni, Davide Nido ha costruito un linguaggio espressivo di intensa forza poetica attraverso l’uso del colore e di materiali sintetici, come colle siliconiche sciolte a caldo .dialogano tra loro creando tensione, ritmo e profondità, trasformando l’astrazione in esperienza sensoriale pura. Campiture vibranti di rosso, blu, verde e giallo, si intrecciano in un dialogo dinamico che genera tensione, ritmo e profondità, trasformando l’astrazione in un’esperienza sensoriale pura. Con i celebri Coriandoli colorati, l’artista invita chi guarda a una relazione intima, quasi tattile, in cui il colore si dispone come se si adagiasse su una trama, rivelando una ricerca silenziosa e meditativa, sospesa in un’altra, più profonda dimensione.

Marco Casentini, nato a La Spezia, vive e lavora tra Milano, Los Angeles e la Svizzera. Il suo lavoro trae origine dagli spazi urbani, reinterpretati attraverso una rigorosa costruzione geometrica della composizione, bilanciata da una forte componente emotiva nella scelta dei colori e, soprattutto, nei loro accostamenti. Casentini sperimenta diversi supporti – dal plexiglas all’alluminio, dal rame all’acciaio – ma è il plexiglas il materiale che predilige. Dipinto sul retro, elimina la traccia visibile della pennellata, trasformando il colore in una superficie compatta, quasi serigrafata. Una volta applicato alla tela, il plexiglas genera un effetto di spaesamento: ciò che si trova davanti all’opera si riflette e vi entra a far parte, come in uno specchio. In questo modo anche l’osservatore diventa parte integrante del lavoro, vedendo la propria immagine riflessa nell’opera stessa.

Leonida De Filippi (Milano, 1969) interpreta l’astrazione come un linguaggio di relazione, capace di generare connessioni e di trasmettere valori di condivisione, dialogo e partecipazione. La sua ricerca si è evoluta fino a diventare anche un progetto itinerante, con significative ricadute sociali, che si intrecciano con la sua attività di volontariato nelle aree più povere e isolate del mondo. Dopo un lungo periodo di sperimentazione dedicato alla rielaborazione pittorica dell’immaginario digitale e mediatico, l’artista ha orientato il proprio lavoro verso un archetipo iconografico essenziale: il grande cerchio policromo, realizzato prevalentemente su legno grezzo, lavorato e dipinto. Le grandi forme circolari, dai colori vivaci e fortemente contrastati, catturano lo sguardo e lo guidano verso l’ interno, in un dinamismo rotatorio di grande impatto visivo, che richiama le atmosfere optical e la grafica pubblicitaria degli anni Settanta, fondendo energia cromatica e tensione percettiva in un’esperienza immersiva e coinvolgente. Chi si mette al centro del cerchio accetta di entrare in una zona di concentrazione e allo stesso tempo di esposizione. È come dire: ci sono, esisto, ma sono anche connesso a qualcosa di più grande. È un modo per restituire centralità alle persone, «Il cerchio, per me», afferma l’artista, «è un simbolo di energia e dialogo tra persone e culture, oltre ogni barriera. Ma è anche immagine di concentrazione interiore». Nei lavori più astratti nasce dalla rielaborazione dei retini tipografici usati per decostruire l’immagine mediatica: dalla logica del pixel prende forma un segno essenziale e denso di significato, una vera e propria interfaccia che può suggerire un mirino o un occhio, ma anche una soglia verso il silenzio e l’introspezione.

Sandi Renko (Trieste, 1949), di origini italo-slovene, sviluppa la propria ricerca lungo il doppio binario dell’arte e del design, concepiti come ambiti tra loro comunicanti e complementar. Le sue opere si fondano su strutture geometriche essenziali, spesso costruite attorno al motivo del cubo e a sequenze di linee verticali di diversa lunghezza e spessore. Da questa impostazione nascono superfici dinamiche che si trasformano in relazione al punto di vista dell’osservatore, generando effetti percettivi calibrati con rigore metodologico e una raffinata sensibilità cromatica. Elemento centrale della sua poetica è la solida architettura delle griglie geometriche modulari: reticolati di “nastri” che, sviluppandosi nello spazio, dispiegano le facce del cubo in strutture lineari, scandite da ritmi di ribaltamento e sprofondamento. Il risultato è un equilibrio tra ordine costruttivo e vibrazione visiva, in cui forma e percezione dialogano costantemente.
