L’estate è il momento ideale per ritagliarsi qualche ora di lettura. E se cercate un giallo capace di sorprendere la menzione va all’opera dell’avvocata Dawan, appena pubblicato da Morellini Editore
Fin dalle prime pagine, La colpa di tacere dispiega un intreccio solido e ben calibrato, in cui segreti e verità affiorano gradualmente fino a un epilogo sorprendente. Con una scrittura sobria e una raffinata sensibilità psicologica, Daniela Dawan trasforma l’indagine giudiziaria in un’esplorazione delle zone più segrete dell’animo umano, mostrando come le verità più difficili da confessare siano, prima di tutto, quelle che rifiutiamo di ammettere a noi stessi. Per paura, per senso di colpa o nel tentativo di preservare un equilibrio solo apparente, finiamo infatti per convivere con omissioni, reticenze e autoinganni che, lentamente, finiscono per falsificare non solo la nostra identità, ma anche per costruire una vita “a metà”, vissuta in sottrazione. Come il tacere abbia un romanzo in cui il giallo, il romanzo storico e l’introspezione psicologica si fondono con equilibrio offrendo una riflessione profonda sul peso del passato, sul valore della verità e sulle conseguenze del silenzio

ll protagonista è Jacopo Cardoso, magistrato della Corte di Cassazione, un uomo guidato da un profondo senso della giustizia e da un rigoroso codice etico. Misurato e riflessivo, è abituato a valutare ogni parola e ogni prova, trovando nel diritto il proprio punto di riferimento. L’incarico di occuparsi di un processo legato a una efferata strage nazifascista, però, finirà per incrinare le sue certezze e lo costringerà a confrontarsi con una verità interiore che investe anche la sua storia personale. L’indagine assume così una doppia dimensione: accanto alla ricerca della verità processuale si sviluppa un percorso intimo e doloroso, nel quale passato e presente si intrecciano fino a un epilogo che non chiude davvero la storia, ma continua a interrogare il lettore anche dopo la parola fine.
Jacopo Cardoso, rigoroso magistrato della Corte di Cassazione, è chiamato a occuparsi del processo relativo alla strage nazifascista di Prati del Vezza, un episodio immaginario creato dall’autrice. Pur non trattandosi di un evento storico reale, la vicenda si ispira fortemente all’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, rielaborandone suggestioni e contesto storico in una narrazione di finzione. Quella che inizialmente sembra una vicenda giudiziaria destinata a fare luce su un crimine del passato si trasforma ben presto in un percorso che coinvolge la sua stessa storia familiare. Tra documenti d’archivio, testimonianze e ricordi riaffiorati dopo un silenzio di decenni, emergono interrogativi destinati a incrinare certezze che sembravano incrollabili: sul valore della responsabilità, sul peso delle omissioni e sul prezzo che talvolta richiede la giustizia
La figura del padre, sospesa tra eroismo e compromesso, il lungo silenzio della madre e il peso di una memoria rimasta sepolta costringono Jacopo a confrontarsi con un’eredità morale complessa. Mentre il processo procede e il passato riaffiora tassello dopo tassello, Jacopo comprende che alcune sentenze non appartengono soltanto ai tribunali, ma alla coscienza di ciascuno. Sarà allora chiamato a decidere se continuare a vivere all’ombra dei silenzi ereditati oppure affrontare una verità capace di cambiare per sempre il suo sguardo su sé stesso e sulla propria famiglia. Jacopo Cardoso emerge così come una figura misurata e al tempo stesso profondamente inquieta, in cui la giustizia non può mai essere separata dalla coscienza personale. La vera posta in gioco, infatti, non coincide soltanto con il verdetto che sarà chiamato a pronunciare, ma con la capacità di infrangere il silenzio che per anni ha imposto a sé stesso. Per Cardoso, la riconciliazione con la dimensione più autentica del proprio essere emergerà come un’esigenza etica imprescindibile: un atto non più rinviabile di fedeltà all’integrità più profonda della propria coscienza. Questo è il vera chiave di lettura.

Il Palazzo della Corte di Cassazione, che Daniela Dawan conosce profondamente nella sua veste di consigiere della Corte stessa, non è soltanto lo scenario in cui si svolge la vicenda, ma diventa quasi un personaggio silenzioso del romanzo. Attraverso uno sguardo interno e partecipe, l’autrice ne restituisce il carattere solenne e il valore simbolico, affidandosi a pochi dettagli capaci di evocarne la storia: il grande cortile interno, con le sue statue imponenti- presenze immobili e silenziose, assorte in «pensieri di pietra-, quasi custodi del trascorrere del tempo e della continuità delle istituzioni. I lunghi corridoi, la luce filtrata dagli immensi lampadari che disegna riflessi caldi e aranciati, creando un suggestivo contrasto con la severità dei marmi e delle pareti. Per Cardoso quel luogo possiede un fascino austero e solenne. Essere parte di quella realtà istituzionale suscita in lui un profondo senso di appartenenza: ne riconosce il valore nei rituali, nel rigore delle procedure e nella responsabilità che grava su chi è chiamato ad amministrare la giustizia. In quelle sale avverte la presenza di una tradizione antica, fondata sul rispetto della legge e sulla consapevolezza che ogni decisione non riguarda soltanto il singolo caso, ma porta con sé conseguenze e responsabilità nei confronti della collettività.
Se all’inizio l’indagine sembra muoversi alla ricerca di una verità storica e familiare – legata anche al possibile ruolo del padre e al peso delle sue scelte -, nel corso della vicenda questa prospettiva progressivamente si sposta. La domanda fondamentale non riguarda più soltanto ciò che il padre ha compiuto o lasciato nel silenzio, ma ciò che Cardoso stesso ha evitato di riconoscere dentro di sé.
La lettera alla madre amatissima segna un passaggio decisivo: il momento in cui Jacopo riconosce il peso ormai insostenibile del proprio silenzio. La confessione di una verità che, prima ancora di cercare comprensione negli altri, ha trovato dentro di sé lo spazio per essere riconosciuta e accolta. È in questo passaggio dalla giustizia alla verità che si compie una parte essenziale della trasformazione di Jacopo e si rivela una delle chiavi di lettura più originali e potenti del romanzo. Il non detto, che per anni ha rappresentato una protezione, si rivela adesso un limite: il silenzio non lo difende più, ma gli impedisce di vivere pienamente. Ed è proprio questa consapevolezza a segnare una soglia: da quel punto in avanti, tacere non è più possibile senza una perdita di integrità. Dawan accompagna il lettore in questa riflessione sulla colpa di tacere con rigore e discrezione, senza proporre risposte preconfezionate né conclusioni definitive, capace di condurlo in quello spazio fecondo in cui le domande, finiscono per avere più peso delle risposte.
La chiusa della lettera indirizzata alla anziana madre è particolarmente significativa: «Perdonami se non sono la persona che pensavi». In quelle parole affiora il timore di aver deluso l’immagine che la madre, amatissima, aveva di lui, ma anche il desiderio di essere accolto per ciò che è nella sua interezza. E ci piace immaginare, chiuso il libro, che la madre sappia riconoscere, oltre la confessione, il legame profondo che continua ad attraversare la loro storia: un gesto di vulnerabilità e al tempo stesso di liberazione che non chiede spiegazioni, ma soltanto la possibilità di essere accolto.
Il libro di Daniela Dawan “La colpa di tacere”, ((177 pagine, 18 euro, Morellini Editore), in conversazione con Letizia Leone, sarà presentato il 4 agosto a Roma, a piazza Vittorio, alle ore 18,30 nell’ambito di PORTA MAGICA FESTIVAL, giunto alla sua quinta edizione
L’ autrice ha già pubblicato nel 2010 con Marsilio Non dite che col tempo si dimentica, il suo primo romanzo. Nel 2018 Qual è la via del vento (E/O) e nel 2022 Giochi di ombre (Giunti).
