Guido Oldani (foto di Eric Toccaceli)

Quattro chiacchiere con il poeta Oldani, il grande fautore di un movimento letterario che ha ribaltato rapporto tra natura e gli oggetti che hanno acquisito un ruolo dominante sugli esseri umani

ll poeta Guido Oldani, tra le voci più riconoscibili nel panorama poetico internazionale, è stato recentemente insignito del prestigioso Premio Montale “Fuori di casa”. Nato a Melegnano nel 1947, Oldani è il fondatore del movimento letterario e artistico del Realismo Terminale che offre una lettura critica e ironica al tempo stesso della contemporaneità, segnata da un’ipertecnologia pervasiva e da un profondo ribaltamento del rapporto tra natura e gli oggetti che hanno acquisito un ruolo dominante sugli esseri umani: non siamo più noi a plasmare le cose, ma è l’universo delle cose a dare forma a noi.

Nel mese di novembre, durante BookCity Milano, sono stati celebrati ufficialmente anche i dieci anni del movimento ispirato all’omonimo manifesto pubblicato nel 2010 da Mursia. Per l’editore Palingenia è inoltre uscita la raccolta dal titolo provocatorio Il coperchio, che riprende le poesie del suo esordio del 1985, originariamente pubblicate con il titolo Stilnostro e introdotte da Giovanni Raboni, affiancate da alcuni testi inediti. Fin dagli esordi si percepisce un linguaggio completamente originale, come un sasso lanciato nello stagno immobile della poesia contemporanea. Non una poesia del disincanto, ma un modo radicalmente diverso di interpretare la contemporaneità e di rappresentarla  anche artisticamente. Attraverso  gli oggetti, i nuovi protagonisti della scena umana. Nel corso degli anni, il movimento ha conosciuto una costante crescita, coinvolgendo numerosi poeti e studiosi italiani e stranieri, aperto alle più varie forme espressive, accogliendo artisti, architetti, musicisti, attori e professionisti dello spettacolo. Tra le opere di Oldani si ricordano inoltre La betoniera (2005), Il cielo di lardo (2008), Il Realismo Terminale (2010), La guancia sull’asfalto (2018), Farfalle di cemento (2018). Le sue poesie sono presenti in numerose antologie e tradotte in inglese, svedese, tedesco, russo, arabo, rumeno, spagnolo e uzbeco.

Curiosi di saperne di più, lo abbiamo intervistato,

 L’aggettivo “terminale” ovviamente non suscita pensieri allegri. Come è da intendersi?

La dimensione “terminale” non indica un esito apocalittico, ma  descrive una società arrivata alla “fine corsa”, sospesa tra progresso e impoverimento emotivo.  Da servi che erano, gli oggetti si sono trasformati nei nostri padronii. Occupano tutto lo spazio abitabile e dominano anche il nostro immaginario, ci avvolgono come una camicia di forza.  Ci sono diventati indispensabili. Senza di loro ci sentiremmo persi, non sapremmo più compiere il minimo atto. Sono le protesi e i filtri con cui ci muoviamo nello spazio ed entriamo in contatto con uomini e cose.

Il Realismo Terminale si presenta dunque come un invito a guardare con occhi critici ciò che ci circonda?

L’invasione degli oggetti ha contribuito in modo decisivo a generare mutamenti antropologici di portata epocale: un mondo in cui la natura sopravvive solo come ornamento marginale e in cui l’individuo, sovrastato dagli artefatti del consumo, finisce per assumere i tratti di una figura periferica, ammassato in immense megalopoli, senza storia e senza volto. È tempo di mutare il nostro linguaggio, anche quello della poesia, per denunciare ciò che sta accadendo: solo rendendo visibile e comprensibile la realtà potremo  arrestare ciò che ci travolge. 

Che funzione può avere la poesia?

La poesia non è un lusso estetico: svolge, in punta di piedi, una funzione essenziale: registra le vibrazioni di un’epoca. Quando leggo una poesia la prima domanda che mi pongo è: questo testo poteva essere scritto così anche 25 anni fa? Se la risposta è affermativa allora direi che è meglio lasciar perdere. l linguaggio proposto dal Realismo Terminale, credo, può aiutarci a comprendere meglio ciò che stiamo vivendo e, magari, a risvegliare la nostra capacità critica. La chiave di volta è l’ironia: ridiamo sull’orlo dell’abisso, conservando però un barlume di speranza che l’uomo, messo alla berlina, possa ravvedersi. Vorremmo che, tenuto così a lungo a testa in giù, un po’ di sangue tornasse finalmente a irrorargli il cervello. Perché la mente non si riduca a essere soltanto una playstation.

La “similitudine rovesciata”è il principio cardine del realismo terminale. Che cos’è?

La copertina del libro di Guido Oldani

L’aggettivo “rovesciata” allude anche all’ironia filosofica che caratterizza questo canone, come se ci trovassimo alla fine di un ciclo, sul limite di un processo destinato a condurre verso un’altra civiltà. Forse, più avanti, ci sarà un balzo all’indietro: difficile dirlo. Possiamo soltanto ipotizzarlo. L’ho definita “rovesciata” perché oggi la sua presenza nel linguaggio è massiccia. A differenza della similitudine tradizionale, che prendeva la natura come termine di paragone per descrivere una realtà umana o meccanica, la similitudine rovesciata attinge invece al mondo artificiale creato dall’uomo. Un esempio? Un tempo dicevamo, per esempio, “sei veloce come una lepre”; oggi diciamo “sei veloce come una Ferrari”. Ieri si paragonava un aereo a un gabbiano; ora accade che sia il gabbiano a essere paragonato a un aereo.

L’effetto è spiazzante

La metafora rovesciata funziona come un vero e proprio dispositivo di straniamento cognitivo: questo slittamento retorico, ben più di un semplice artificio stilistico, rivela il sintomo di una trasformazione culturale più ampia. Costringe il lettore a riconoscere come si siano alterati gli equilibri tra soggetto e ambiente in un mondo dominato dall’infrastruttura tecnologica.

Cosa la spaventa di più?

La  censura praticata in qualunque mezzo di comunicazione e il linciaggio dei pochissimi intelligenti veritieri.

Cosa la mette di buon umore?

Parlare con quei milioni di persone che in Italia scrivono poesia e che indirettamente alimentano il mio movimento. Oggi tutti credono di vivere il presente, riflettendo sul passato ed arrendendosi al futuro.

 Sapremo distinguere un testo scritto da una poeta e quello prodotto dall’intelligenza artificiale?

Ho già sperimentato questa vicenda; Giorgio Linguaglossa, con una rivista romana, ha chiesto a AI di comporre un testo poetico secondo il Realismo terminale. La poesia mi e stata inviata; l’AI è stata perfettamente in grado di applicare il canone, ottenendo un risultato però bruttissimo. La primavera prossima , al politecnico di Torino, dovrei far parte di una commissione, composta da quattro poeti, che giudicherà l’AI proprio sulle qualità delle sue composizioni poetiche.

Progetti futuri?

L’ho già detto pubblicamente: dagli ottant’anni in su — e pare che me ne manchino giusto un paio — ho deciso che diventerò donna. Sì, perché voglio recuperare qualche spicciolo di vita in più. Si sa, le donne vivono più a lungo degli uomini: allora perché non approfittarne? Certo, non mi faccio illusioni: forse non sarò particolarmente avvenente, ma pazienza!

Di Cristina Tirinzoni

Giornalista professionista e critico teatrale, ha cominciato a scrivere per testate femminili (Donna Moderna, Club 3, Effe, Donna in salute). E’ stata poi per lungo tempo redattore del mensile Vitality e del mensile Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie Come un taglio nel paesaggio (Genesi editore, 2014) e Sia pure il tempo di un istante (Neos edizioni, 2010).

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